Pierdicchi: «Quel nostro errore sui subprime»
di Eugenio Occorsio
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 4 luglio 2011
«Come Standard & Poor's riconosciamo che nella vicenda dei mutui subprime e del
mercato immobiliare americano del 2007 non siamo riusciti a valutare in pieno la
severità della crisi. Ma in tutti gli altri comparti i rating hanno continuato ad
essere dei buoni indicatori del rischio di credito. E comunque da allora abbiamo
fatto passi da gigante come autodisciplina, indipendenza, affidabilità». Maria
Pierdicchi, vicentina («anzi scledense», precisa, cioè nata a Schio), laurea alla
Bocconi e Mba negli Stati Uniti, la finanza la conosce bene da molti anni. Prima di
entrare nel 2003 in Standard & Poor's come amministratore delegato per l'Italia,
nonché managing director per il Sud Europa, era a capo del Nuovo Mercato,
l'esperimento di Nasdaq italiano che ha accompagnato tutto il boom (e la successiva
crisi) della new economy. Eppure, spiega, «nella finanza non si finisce mai di
imparare, la fantasia di chi inventa sempre nuovi strumenti, come appunto i
subprime, è senza limiti. Dobbiamo continuamente affinare le nostre tecniche di
analisi, tener conto di un'infinità di fattori e aggiungerne sempre di nuovi». Uno
sforzo, questo di verificare tutte le variabili, che l'agenzia profonde prima di
tutto nel rating sovrano: proprio mentre parliamo, venerdì mattina, le agenzie
battono l'ennesimo monito della stessa S&P's all'Italia per gli spazi di incertezza
lasciati aperti dalla manovra varata dal governo qualche ora prima. E Moody's, nel
lanciare a sua volta il suo warning sul nostro paese, già all'indomani dei
referendum aveva visto come elemento di debolezza il fatto che il governo non
riesce a superare il vaglio popolare per molti suoi provvedimenti. Un'attenzione
alle vicende italiane che ha motivato la convocazione da parte della Consob dei
rappresentanti delle due agenzie per oggi, lunedì.
Voi mettete nel mirino chi emette titoli, ma a vostra volta subite un fuoco di
fila di critiche: come rispondete, com'è cambiato il vostro modus operandi negli
ultimissimi anni?
«Ci sono modifiche che apportiamo autonomamente e altre che ci vengono imposte dalle
autorità di regolamentazione del mercato. Spesso s'incontrano: quando l'Europa, un
anno fa, ci ha imposto la rotazione degli analisti per evitare i conflitti
d'interesse, noi già l'avevamo avviata da due anni. E per la cosiddetta analisi
retrospettiva, che avviene quando un analista lascia S&P's per andare a lavorare
in un'azienda di cui prima stilava il rating, andando quindi a vedere se era stato
troppo benigno negli anni precedenti, quando l'Europa l'ha disposta da noi era già
pratica corrente. Detto questo, stiamo ovviamente ottemperando ai dettami comunitari
e seguendo il coordinamento della Esma, la nuova agenzia di controllo europea che
dovrà agire in stretto coordinamento con le autorità nazionali, presso la quale
siamo in corso di registrazione, un processo lungo e articolato. Tutta la nuova
normativa Ue è in fase, come dire, di rodaggio: per questo riteniamo prematuro
varare già un ulteriore corpus di regole, come invece si sta valutando di fare».
Cos'è che proprio non vi va giù di questo nuovo round di norme comunitarie di
cui si discute in queste settimane?
«Per esempio, oggi la regola è che le modifiche al rating vengano comunicate
all'interessato, azienda o istituzione che sia, con 12 ore di anticipo. L'Europa
vorrebbe portare questo preavviso a 3 giorni per i soli rating sovrani: si crea
una disparità di trattamento fra emittenti diversi a seconda se sono uno stato o
una corporation, senza contare che in tre giorni evitare fughe di notizie è quasi
impossibile. Va a finire che anziché creare trasparenza ed efficienza si creano
nuovi problemi a catena. Un altro aspetto, sempre nelle proposte della commissione,
riguarda l'introduzione di un vero e proprio regime di responsabilità delle
agenzie in cui qualsiasi investitore può far causa se ritiene scorretto il rating,
un nuovo concetto che sarebbe introdotto. Qui è alto il rischio che si riduca la
concorrenza fra agenzie di rating perché ciò scoraggerebbe nuove società a entrare
nel settore, a danno della trasparenza del mercato. Il concetto di rating scorretto
in sé è opinabile, perché il rating è sempre il prodotto di una valutazione
soggettiva. Noi non siamo un'assicurazione, né tantomeno emettiamo delle profezie
bensì solo delle previsioni. Non sono delle certificazioni né delle misure
assolute di probabilità di default: sono opinioni indipendenti basate su analisi
rigorose e puntuali, e come tali vorremmo che il mercato le accettasse».
Qui sta il punto: perché il mercato prende come oro colato tutto quello voi
dite?
«Bisogna chiederlo agli operatori. Bè, intanto mi faccia ricordare che negli
ultimi tre anni gli emittenti che noi abbiamo ritenuto investment grade hanno avuto
solo lo 0,93% di insolvenze, mentre quelli giudicati speculativi del 13,9%,
insomma un po' ci azzecchiamo. Ma in generale, siamo d'accordo con l'orientamento
espresso anche dal Financial Stability Forum di ridurre l'eccessiva dipendenza dal
rating, così come condividiamo l'opportunità di ampliare il numero di agenzie
accreditate migliorando la concorrenza e le opzioni di scelta. Noi facciamo il
nostro lavoro, su incarico delle entità stesse che ci chiedono il rating. Lo
formuliamo secondo rigorosi criteri analitici in modo trasparente, con il nostro
staff specializzato, siamo naturalmente soggetti alla legge ordinaria qualora si
riscontrino anomalie o scorrettezze, oltre che sottoposti al giudizio delle varie
authority di sorveglianza e regolazione. Cos'altro?».
Lei diceva "su incarico delle stesse società", o stati o enti locali che siano.
Non le sembra un po' strano che chi riceve il voto sia lo stesso che ve lo chiede
e lo paga?
«In passato, fino agli anni '70, il modello prevalente era investorpay, cioè erano
i grandi investitori a chiedere il rating per decidere se fare o meno un acquisto.
Ma anche questo sistema conteneva conflitti d'interesse e non permetteva la
diffusione dei rating a chiunque, esigenza molto avvertita, per cui si è passati
all'attuale sistema issuerpay che permette di diffondere il rating a tutti. Del
resto, ci rifletta: chi ci assicura che chi vuole fare un acquisto piuttosto che
un altro non si adoperi nell'ombra per accreditarlo e modificare i pareri? Guardi,
la nostra indipendenza è provata proprio dal fatto che tante volte chi ci aveva
chiesto il parere poi protesta per i contenuti di questo».
Ma in sostanza, cos'avete imparato dalla crisi?
«Moltissimo. Abbiamo rafforzato e reso più trasparenti le nostre metodologie
analitiche che incorporano più elementi. Nel settore finanziario, abbiamo dato
maggiore enfasi alla liquidità delle banche e al supporto del governo. Facciamo
analisi di scenario più articolate, fino a veri e propri stress test, aumentando
costantemente la trasparenza dei criteri. Il tutto perché riteniamo fondamentale
il valore del rating, uno strumento universale semplice e utile che aiuta le
imprese ad accedere al mercato dei capitali e intanto gli investitori a valutare
i rischi, sempre fermo restando che il rating stesso deve essere solo uno degli
strumenti che aiutano a prendere le decisioni di investimento».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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