Più crescita quando la Pmi va in Borsa
di Antonella Olivieri
Il Sole 24 Ore
Giovedì 9 giugno 2005
Che effetti produce la quotazione sulle piccole e medie imprese che hanno
deciso di fare il salto verso il listino? Il quadro che traccia Borsa italiana
- con la prima indagine scientificamente condotta sul campo tra un centinaio
di aziende - è nel complesso positivo, ma evidenzia anche zone d'ombra, che
possono aiutare a capire come mai l'Italia, che è il regno delle Pmi, non sia
in grado di esprimere in listino una rappresentanza della categoria almeno al
pari delle altre Borse europee. Perché, se negli ultimi anni Piazza Affari è
riuscita a crescere in termini di capitalizzazione e scambi, dove è rimasta
indietro è per numero di società quotate: secondo i dati aggiornati a fine
aprile, sono 269 le italiane in Borsa, contro le 655 società nazionali di
Deutche Börse e le 983 di Euronext.
E all'appello mancano proprio le Pmi. Le società con meno di cento milioni di
capitalizzazione rappresentano meno del 30% del totale, contro il 63% della
Francia, il 67% della Germania, il 62% del Regno Unito. Alzando la barra
dimensionale, il gap resta: entro i 300 milioni di capitalizzazione c'è il
53% delle società quotate a Piazza Affari, contro il 78% delle francesi e il
77% delle tedesche e delle britanniche. Insomma, da qualsiasi angolazione la
si guardi, mancano almeno 300-400 società per rendere Piazza Affari davvero
rappresentativa dell'economia italiana. Un costo, quella della scarsa
propensione delle aziende italiane per la quotazione, per l'intero sistema
Paese: se tutte le 1.200 società potenzialmente pronte al listino si
quotassero di colpo il Pil nazionale potrebbe aumentare di 0,5-0,9 punti.
Bene, l'indagine di Borsa italiana dimostra che c'è, come si poteva supporre,
una correlazione positiva tra la quotazione e la crescita dimensionale delle
aziende. Le società che decidono di aprirsi al mercato sono in realtà già di
partenza le più dinamiche, con un tasso di espansione del fatturato nei tre
anni precedenti l'ingresso in Borsa del 22%, contro il 5% della media
nazionale. Nei tre anni successivi il tasso di crescita si mantiene elevato,
ma rallenta al 18%. Tuttavia lo studio mostra che senza quotazione il passo
sarebbe stato ancora meno veloce. Il fenomeno si spiega col fatto che le
imprese vanno in Borsa sotto la spinta di un processo di sviluppo che ha
bisogno di nuovi stimoli per proseguire la corsa e seguendo poi una politica
di acquisizioni che tipicamente si rivolge verso imprese meno dinamiche. I
dati rilevano che tre Pmi delle quattro del campione hanno effettuato
acquisizioni dopo la quotazione con una media di quattro operazioni a testa,
nel 75% dei casi rilevando quote di maggioranza. Per motivi analoghi, l'effetto
sulla redditività nel periodo immediatamente successivo all'approdo sul
mercato non è entusiasmante: il return on asset passa dal 10% annuo dei tre
anni precedenti al 7% dei tre anni successivi: la redditività sarebbe
risultata superiore restando fuori dal listino.
Dove invece l'impianto è sensibilmente migliorativo è nel tasso di
investimento (investimenti netti sul totale delle attività immobilizzate) che
passa dal 15% medio annuale dei tre anni precedeni al 23% dei tre anni
successivi. E nella situazione debitoria che viene riassorbita notevolmente
grazie alle risorse raccolte sul mercato (112,1& è il rapporto pre-quotazione
tra indebitamento e patrimonio netto), anche se poi la leva torna a crescere
(ma molto meno rispetto alle non quotate) perché le Pmi non hanno ancora
imparato a fare ricorso al mercato in modo sistematico e per la "concorrenza
fiscale" del canale di finanziamento bancario. In compenso il costo del
credito tende a decrescere dopo la quotazione. Meno tasse (dal 35% al 32%)
è un altro effetto collaterale dovuto agli incentivi fiscali, peraltro
esauritisi a fine 2004. La quotazione tende poi ad accelerare i cambiamenti
organizzativi nei sistemi di controllo di gestione e di pianificazione
strategica che ci sarebbero stati comunque, mentre spinge a modificare
l'assetto di governance e l'attitudine alla comunicazione che invece, senza
Borsa, si sarebbero scontrati con maggiori vischiosità.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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