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Più integrazione per salvare l'euro
di Marco Moussanet
Il Sole 24 Ore
Domenica 31 luglio 2011

Pier Carlo Padoan, numero due dell'Ocse PARIGI - «So che siamo entrati in una fase nuova e che ci troviamo di fronte a un bivio, però non so prevedere in quale direzione andremo». Pier Carlo Padoan, capo economista e numero due dell'Ocse, vorrebbe essere ottimista sul futuro dell'Eurozona e sulla sopravvivenza della moneta unica, ma troppe incertezze glielo impediscono. «La crisi di oggi ha molti aspetti in comune con quella dello Sme nel 1992, quando ci si trovò di fronte a due sbocchi possibili: il ritorno ai cambi flessibili oppure il cammino verso l'unione monetaria. Anche oggi ci sono solo due alternative, una maggiore convergenza fiscale oppure il ritorno alla sovranità e la fine dell'euro. In sostanza o si imbocca la strada che nel giro di una decina d'anni ci porterà ad avere un'agenzia europea per il debito pubblico, per la politica fiscale, di fatto un segretario al Tesoro degli Stati uniti d'Europa, oppure sarà la fine della moneta unica». I nuovi compiti assegnati al Fondo di stabilità non ci dicono che stiamo andando nella prima direzione? Certo l'Efsf è ormai molto di più di un embrione di Fondo monetario europeo, è un passo, ma ci sono forti pressioni in senso opposto. Qual è la sua opinione in generale sulla situazione economica globale? Trovo molto preoccupante la concomitanza di due crisi, quella americana e quella europea. E l'elemento ancora più preoccupante è che la politica sembra sempre meno in grado di decidere, travolta dagli eventi. Nei Paesi avanzati tutto si trasforma in aumento del debito pubblico, tutto va a finire a carico dei bilanci pubblici. E la storia dimostra che più è alto il debito pubblico più è bassa la crescita. Quali possono essere le vie d'uscita? Da un lato ci sono i Paesi emergenti, che stanno dando una grossa mano. Però bisogna fare in modo che la loro crescita continui, e non è affatto scontato, e nel contempo avere una gestione comune reale della politica economica globale. Purtroppo nel G20 c'è molta cooperazione a parole e poca nei fatti. Bisogna accompagnare il processo continuo di trasformazione strutturale degli emergenti, perché non si fermi, per esempio con una gestione comune degli squilibri nei flussi di capitali. Un problema che non riguarda solo la Cina, il Brasile o l'India, ma anche i Paesi avanzati, a cominciare dagli Stati Uniti. Dall'altro lato bisogna valorizzare le nuove fonti di crescita. Cioè? Sto scrivendo proprio su questo tema un paper per il simposio di Jackson Hole, a fine agosto. Ci sono tre aspetti. Il primo è quello della maggiore incisività che bisogna dare alle politiche strutturali, completando i processi di liberalizzazione dei prodotti e dei servizi, a partire da alcuni mercati europei, come quello tedesco, e procedendo a una riallocazione delle risorse sul mercato del lavoro, con nuove forme di mobilità protetta e molti investimenti sul fronte del training, della politica di istruzione e di formazione. Il secondo è quello dell'importanza che bisogna dare al capitale immateriale, agli asset immateriali, creando un mercato globale o almeno europeo delle idee, che oggi non c'è. Il terzo è quello dello sviluppo verde, con un uso sempre più verde delle tecnologie esistenti e la ricerca di tecnologie verdi realmente innovative, che producano risparmio energetico e soprattutto creino nuove filiere industriali. La situazione americana è davvero drammatica? Il problema non è il possibile declassamento, visto che comunque non ci sarà una fuga degli investitori dagli Stati Uniti, ma la qualità dell'accordo che verrà trovato tra il presidente e l'opposizione. Il mio timore è che ci si limiti, con l'innalzamento del tetto al debito, a comprare tempo, senza porre mano in modo strutturale alla questione della sostenibilità del debito. Cosa di cui probabilmente si occuperà solo la prossima amministrazione. E l'Italia? L'Italia è un Paese fermo, quello che è cambiato di meno dall'inizio di una crisi dalla quale l'Europa sta uscendo quasi peggio di come ci è entrata. Non si capisce da dove può venire la crescita futura. Nella Finanziaria, che per fortuna è stata comunque approvata rapidamente, non c'è nulla. Mentre sta cambiando il giudizio dei mercati, che prende sempre più in conto il ruolo della politica. A proposito di mercati, cosa pensa della polemica sul ruolo delle agenzie di rating? I loro giudizi sono in gran parte frutto di criteri meccanici che quindi introducono ulteriori elementi di prociclicità al sistema. Si può quindi immaginare di rendere meno meccaniche le loro valutazioni. Ma il problema vero è che ci troviamo in presenza di un sistema politico ed economico che ha perso capacità di creare fiducia e di conseguenza ha dato troppo potere alle agenzie.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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