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Rassegna stampa - Documento |
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Pmi e Basilea 2, prova di fiducia
di Pellegrino Capaldo
Il Sole 24 Ore
Mercoledì 27 settembre 2006
Pubblichiamo uno stralcio della relazione
introduttiva al convegno su «Finanza e
Industria in Italia», organizzato da Aidea, che si
svolgerà domani e venerdì alla Sapienza di Roma.
Le piccole e medie imprese costituiscono l'ossatura del
nostro apparato industriale. Qui il ruolo della finanza
e delle banche merita di essere attentamente analizzato.
Nella struttura dei rapporti banca-impresa o, più in
generale, finanza-industria vi è un aspetto che colpisce
ed è la divaricazione netta tra le caratteristiche del
fabbisogno d'impresa e le caratteristiche delle forme di
finanziamento per la sua copertura.
Le Pmi possono contare sostanzialmente solo sugli intermediari
finanziari, banche in primo luogo. L'accorciamento della
durata del debito e la rinuncia alla correlazione tra
piano di rimborso del debito e dinamica del capitale
investito accentuano la dipendenza delle imprese dalle
banche. Questo problema è all'origine di alcune
debolezze del nostro apparato industriale.
Il rapporto di sostanziale, diffusa sudditanza porta in
genere l'impresa a guardare alla banca come a una
controparte della quale bisogna prudentemente diffidare
e alla quale bisogna dare le informazioni con grande
circospezione. Di qui la pratica degli affidamenti
multipli, anche in imprese di minuscola dimensione;
pratica adottata nel tentativo di non dipendere solo da
una banca e di mettere varie banche in concorrenza tra
loro per spuntare condizioni meno onerose. Ma questa
pratica non sempre dà risultati felici.
Molta fiducia si ripone, ora, nella prossima adozione delle
regole di Basilea 2. Effettivamente Basilea 2 può
costituire una svolta, ma solo se le banche entreranno
nell'ordine di idee che alle imprese occorrono forme di
finanziamento di lunga durata e, soprattutto, forme di
finanziamento caratterizzate da grande stabilità nel
tempo, come stabile è il fabbisogno che esse sono
destinate a fronteggiare. L'impresa dunque ha bisogno,
di norma, di stabili e durevoli finanziamenti, come
stabile e durevole è il suo fabbisogno di capitale.
A questo proposito, ritengo che sarebbe particolarmente
utile una forma di finanziamento a tempo indeterminato
revocabile con un preavviso non inferiore a due anni.
Perché due anni? Perché questo è un arco di
tempo sufficiente affinché un'impresa possa studiare e
attuare qualsiasi tipo di operazione straordinaria:
aumento di capitale con ingresso di nuovi soci, fusioni,
scissioni, scorpori con vendita di rami d'azienda e così
via. Ed è un tempo sufficiente perché, all'occorrenza, i
proprietari dell'impresa ne possano addirittura decidere
e realizzare la cessione.
Con questo tipo di finanziamento, che naturalmente dovrebbe
avere dimensione non simbolica ma tale, invece, da coprire una
parte significativa del capitale investito (tra il 20% e
il 30%) l'impresa tenderebbe a ridurre i consueti
prestiti a breve e quelli soggetti a revoca con
preavviso di pochi giorni e a contenerli nei limiti
delle normali fluttuazioni di breve periodo del
fabbisogno finanziario. Ne uscirebbero imprese con
strutture finanziarie meno vulnerabili e con
amministratori meno assorbiti dalla cura e dagli assilli
delle questioni finanziarie e più impegnati nella
gestione degli affari in una prospettiva di maggior
chiarezza e stabilità.
Con forme di finanziamento come quella qui
delineata si potrebbe aprire una fase nuova
capace di sprigionare tutte le potenzialità di
Basilea 2. Ed è probabile che si metterebbe in moto un
processo virtuoso suscettibile di produrre, sia pur
lentamente, una serie di effetti positivi come:
aumentare l'attitudine delle banche a valutare l'impresa
per quello che essa è, indipendentemente dalla forza
finanziaria delle famiglie retrostanti; promuovere la
separazione tra l'impresa e i propri soci, riducendo la
commistione tra l'economia della prima e l'economia dei
secondi, commistione fatta di rilascio di fideiussioni,
depositi a garanzia, patrimoni personali dati in
gestione, uso di beni aziendali a fini familiari;
stimolare una governance più spersonalizzata e, dunque,
una gestione dell'impresa sorretta da maggior professionalità.
Ad esito di questo processo potremmo gradualmente
avere imprese meno padronali e perciò più
inclini alla crescita, anche quando essa imponesse un
cambio nell'assetto proprietario; aziende meno riottose
all'approdo in Borsa e capaci di affrontare, senza
particolari traumi, i passaggi di generazione o l'uscita
di alcuni soci. Circostanze, queste, che oggi sono assai
spesso causa di profonda destabilizzazione e declino di
aziende che pur avrebbe ottime prospettive di sviluppo.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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