Pmi: «Si parla di fusioni ma poi non si fanno mai»
di Giuseppe Turani
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 23 novembre 2009
Sono le dieci di sera e il commercialista milanese è appena rientrato dal Piemonte. «Sono stato fino a un'ora
fa presso una media azienda metalmeccanica in difficoltà. Per quest'anno i conti li mettiamo a posto perché
c'erano delle riserve, ma il futuro è grigio. E' evidente che l'azienda non regge. Il padrone, uno che si è
fatto da sé una decina di anni fa, lo sa e infatti mi ha disegnato sulla carta una nuova azienda. Che
nascerebbe mettendone insieme cinque. Non sono neanche dei concorrenti, ma gente che lavora in ambiti vicini
al suo. Mi ha fatto vedere lo schema e è convincente: la nuova azienda sarebbe leader nel mondo per due o tre
lavorazioni e i conti sarebbero a posto. Avrebbe, insomma, la dimensione adeguata alla concorrenza e alle
nuove condizioni del mercato. Lei mi chiede se i padroni delle altre aziende sono d'accordo? Non lo so.
Vedremo nelle prossime settimane. Per adesso sto solo fissando gli appuntamenti e poi andrò a vedere. Questo,
comunque, è il dato nuovo: la gente si fa venire delle idee. E, in particolare, ci sono molti suggerimenti per
fusioni e accorpamenti».
Ma finora è riuscito a combinarne qualcuno?
«No. Le fusioni, soprattutto fra aziende manifatturiere, sono sempre state difficili. Al punto che per anni
non se ne sono fatte e nemmeno venivano chieste. Adesso, c'è una specie di ritorno. Davanti ai problemi posti
dalla crisi e davanti alla necessità di tagliare i costi, i proprietari tornano a mettere sul tavolo l'ipotesi
delle fusioni. Ripeto: il fenomeno è appena partito e quindi non so se prenderà piede davvero. Per ora mi
limito a segnalare che è tornata la voglia di fusioni, la voglia di ripensare se stessi e la propria azienda».
Non le sembra più sensato lo schema Interpump? Quelli stanno andando avanti a tappe forzate con il loro
aumento di capitale e poi, con i soldi in mano, andranno in giro a comprare aziende.
«Certo, quello di Interpump è uno schema vincente e, soprattutto, più veloce, più sicuro. Ma quante sono le
aziende che hanno in bilancio i soldi di Interpump e che, soprattutto, hanno voglia di rischiarli (di questi
tempi) andando a comprare altre aziende manifatturiere? Da quello che so io, non molte. Anzi, mi sembra di
vedere che chi è riuscito a mettere da parte qualche soldo, semmai ha la tentazione di affondare l'azienda,
pur di non perdere il capitale che ha messo da parte. La "moda" delle fusioni è un po' una terza via: si cerca
di diventare grandi (e competitivi) senza spendere denari, ma rinunciando a un po' di potere in azienda».
Dall'altra parte della pianura Padana, dal Nord Est, gli fa eco un altro commercialista che lavora con le
piccole e le medie imprese, ma fa discorsi molto diversi.
Com'è lì la situazione?
«La crisi c'è, anche se poi non si vede e non fa molta notizia. E' vero che non c'è più l'ondata di fallimenti
che avremmo visto dieci anni fa in circostanze analoghe, ma questo solo perché sono cambiate le tecniche.
Guardi, sono appena tornato da Treviso, che non è esattamente una megalopoli (anche se ha molte imprese) e le
aziende nei guai saranno almeno 60-70».
Ma non le abbiamo viste...
«L'ho appena detto. L'immagine del padrone che porta i libri in tribunale è un'immagine vecchia, di anni fa.
Ormai si fa tutto in modo più soft. Si mette un po' di gente in cassa integrazione, si manda in pensione un
certo numero di dipendenti, si tagliano un po' di spese, e si aspetta qualche mese. Magari la congiuntura
riprende. Ma, mi creda, molte delle aziende che ho visto in questi giorni sono comunque segnate. Con qualche
intervento possono tirare avanti ancora un po', ma ormai sono fritte. Anche e soprattutto perché, intanto, i
loro concorrenti all'estero si sono dati da fare: hanno ricapitalizzato l'azienda, hanno comprato qualche
competitors, sono andate su nuovi mercati».
Ma qui non si parla di fusioni?
«Non si parla d'altro, persino al bar all'ora dell'aperitivo. Ma non se ne fanno mai. Sono anni che seguo
queste aziende e finora non ho avuto il piacere di fare nemmeno una fusione. Alla fine, se proprio non c'è
altra strada, preferiscono vendere e incassare qualcosa piuttosto di mettersi in un business più grande senza
averne la gestione assoluta. D'altra parte, in queste aziende piccole e medie chi ha in mano la gestione e il
libro dei conti può fare un po' il bello e il cattivo tempo. I soci di minoranza non hanno molti diritti reali.
E quindi prevedo che chi deve chiudere alla fine chiuderà».
Stanno proprio così le cose?
«Ci sono in effetti segnali molto preoccupanti dice Massimo Castellani, segretario generale della Cisl di
Verona Ad esempio abbiamo notato che la cassa integrazione ordinaria sta un po' diminuendo...».
E questa dovrebbe essere una cosa positiva.
«... No perché diminuisce quella ordinaria e aumenta quella speciale. E dopo la cassa integrazione speciale
c'è il nulla, il vuoto. Insomma, c'è la chiusura delle aziende. Quelle che stiamo monitorando sono alcune
centinaia. Non tutte andranno male, per carità. Ma certo non è un bel momento».
Quindi lei si aspetta per Natale un'ondata di fallimenti.
«Spero proprio di no. Ma oggi i veri fallimenti sono rari. Si fanno i concordati, si mette in piedi qualche
fusione o qualche accordo con creditori e fornitori. E magari l'azienda passa di mano silenziosamente o
scompare altrettanto silenziosamente. In ogni caso abbiamo perdita di occupazione. Qui da noi, in questo
momento, resistono soltanto le aziende dell'agroalimentare e del commercio. Tutto il resto, sia pure con
intensità e urgenze diverse, oggi si trova a vivere ore molto difficili. E da qualche settimana, come le
dicevo prima, abbiamo visto (con preoccupazione) che la cassa integrazione ordinaria scende mentre sale quella
speciale, che è un po' come quando uno ha la febbre che gli arriva a quaranta: se non lo si è ancora fatto, è
ora di chiamare il medico. Ma in molti casi c'è poco da fare. Ci vorrebbero più soldi di capitale, soci nuovi,
fusioni vere e convinte. Bisognerebbe, insomma, fare una vera svolta. Tutte cose di cui si parla anche, ma che
poi sono difficili da realizzare sul serio. E il più delle volte l'azienda, molto silenziosamente, scompare».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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