Ci sono nomi
blasonati del listino, come Mediobanca. Campioni del "made in Italy", come Luxottica.
E poi una miriade di società dai marchi più o meno famosi, dalla vita più o
meno lunga. La lista delle quotate italiane che hanno compiuto peccato di "mancata
trasparenza" è lunga. E quasi tutte pagano le loro colpe con una bassa valutazione
borsistica. La varietà di casi è grande. Tutti dal punto di vista formale sono
più o meno in regola, ma c'è chi ha peccato in modo sporadico e veniale e c'è
chi ha sempre ignorato la regola di una informazione tempestiva ed esauriente.
Prendiamo per esempio Mediobanca. "In quindici anni non ha mai fatto una presentazione
pubblica - dice Mauro Vicini, responsabile dell'analisi fondamentale a Websim
- è l'unico titolo del Mib 30 senza copertura da parte degli analisti e che
non interessa gli operatori esteri. Gli spunti prevalenti sono di natura speculativa,
quando sul mercato girano voci su cambiamenti negli assetti o su ipotetiche
scalate". Ma, al di là della merchant bank di piazzetta Cuccia, altre società
importanti sono tradizionalmente poco sensibili alle regole di disclosure. "Il
gruppo Smi-Gim e quello Caltagirone, per esempio - continua Vicini - una volta
era un oggetto misterioso anche Italmobiliare-Italcementi, però negli ultimi
anni si è aperto di più". Qualche caso recente di "malacomunicazione" è ricordato
da Christian Oddono, responsabile degli investimenti di Actinvest. "Luxottica
- dice - ha chiuso il 2001 con una buona crescita reddituale, senza però specificare
quanto dipenda dall'aumento del perimetro di consolidamento e quanto dall'incremento
fisiologico del business". Altri due esempi negativi delle ultime settimane
sono Banca Popolare di Milano ed Autogrill. "La prima ha accantonato 46 milioni
di euro per il caso Enron, contro i 33 che aveva dichiarato poco tempo fa, mentre
Autogrill ha acquistato il 70% della spagnola Receco senza comunicare alcun
dato sulla società". Oddono critica anche Mediaset, perché "nella trimestrale
di novembre non approfondì le prospettive in modo soddisfacente". Alcune società
non sono da anni oggetto di studi (nella gran parte dei casi sono medio-piccole,
ma in questa situazione c'è anche Mediobanca), altre - malgrado scarsa apertura
o casi singoli di "malacomunicazione" - attraggono comunque l'attenzione degli
analisti e spesso vantano anche un rating positivo. Certo, anche quello dei
report è un mercato e se una casa di investimento decide di investire risorse
per produrne uno è perché comunque si aspetta un ritorno in termini di commissioni
sulle contrattazioni o perché sa che potrà interessare i suoi clienti. Però
è anche vero che sui titoli con poca copertura è più rischioso operare: gli
strappi rialzisti potrebbero essere determinati solo da voci speculative, e
non dai buoni fondamentali, con la possibilità di un rapido e pesante ridimensionamento
delle quotazioni. (omissis) Una considerazione a parte merita infine il segmento
Star, che raggruppa società che si impegnano, tra l'altro, ad un elevato standard
informativo. "Concretamente chi già comunicava bene ha continuato a farlo, mentre
altre soddisfano solo i requisiti formali - conclude Valeria Novellini, analista
di Analisi mercati finanziari-Radiocor Digital Solutions - vi sono titoli senza
alcuna copertura, a parte quella che deve garantire lo specialist. In alcuni
casi poi, come Irce e Navigazione Montanari, una migliore comunicazione potrebbe
senz'altro migliorare la valutazione borsistica".
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