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  :: Rassegna stampa - Documento

Poste è già la quarta banca. E ora parte all'attacco del Sud
di Adriano Bonafede
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 25 luglio 2011

C'è un piccolo buco nero nel sistema bancario italiano. Grosso modo si trova fra il terzo e il quarto posto della classifica. Non si vede, eppure la sua presenza si sente. La sentono soprattutto gli istituti di credito che, in una fase storica per loro nient'affatto positiva, fra recenti crisi di liquidità e attuali necessità di aumenti di capitale e dubbi sui debiti sovrani, vivono la più grande crisi dal dopoguerra. Ma quella banca fantasma che occupa lo spazio invisibile, invece, non conosce crisi. Anzi, proprio la crisi le ha dato un'ulteriore spinta in avanti. Il Bancoposta, la banca fantasma perché non compare nelle classifiche ma c'è e svolge più o meno le stesse attività degli istituti di credito, negli ultimi dieci anni è cresciuto fino a diventare, secondo calcoli attendibili, la quarta azienda bancaria italiana. Dopo Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps arriva proprio l'istituto guidato da Massimo Sarmi, l'uomo che ha manovrato il salto dimensionale tra il 2002 e oggi. L'istituto delle Poste è una realtà variegata ma potentissima, frutto di un'opera sistematica di occupazione di tutti gli spazi che, nel comparto finanziario, era possibile occupare senza diventare formalmente una banca. Perché l'istituto guidato da Sarmi non può, cioè, prestare soldi. Non può, in altre parole, assumere i rischi propri del credito. Altrimenti sarebbe un istituto di credito a tutti gli effetti. E questo, finora, è stato volutamente evitato, anche per non irritare l'intero sistema bancario. Che qualche anno fa, per tramite dell'allora direttore generale dell'Abi, Giuseppe Zadra, si scagliò contro il Bancoposta accusando sostanzialmente lo Stato di fare "concorrenza sleale": «Abbiamo denunciato all'Antitrust - disse nel 2006 in un'intervista a Repubblica - diverse facilitazioni che i regolamenti ministeriali, ancor più delle leggi, consentono al Bancoposta, dalla gestione del risparmio ai sistemi di pagamento». Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Nel senso che, mentre il Bancoposta continuava a crescere a ritmi sorprendenti, le banche - dal 2008 in poi - hanno cominciato a soffrire per i contraccolpi dello tsunami finanziario internazionale. Al punto che, quando nel pieno della crisi cominciarono a emergere timori per un default di qualche banca, il Bancoposta - istituto completamente controllato dallo Stato - ha attirato nuovi clienti. Che sono una montagna: si parla di 32,7 milioni tra libretti di risparmio (uno strumento abbandonato dalle banche) e conti correnti. Da solo il Bancoposta arriva quasi a pareggiare i conti correnti dell'intero sistema bancario, che l'Abi quantifica il 37,5 milioni di unità. Certo, c'è una bella differenza: il Bancoposta attira soprattutto i clienti più semplici, meno lontani dalle luci delle città, i giovani che hanno per antonomasia pochi soldi, le persone anziane. È la fotografia di un'Italia minore, che però risparmia e ottiene poco come rendimento ma quasi sempre qualcosa di più che in banca, anche con poche migliaia di euro da investire. Si tratta quasi di una divisione dei ruoli: alle banche le imprese, i professionisti, i lavoratori autonomi e le famiglie che hanno un minimo di cultura finanziaria e al Bancoposta tutti gli altri. Ma a poco a poco, grazie a un'intelligente programmazione e a un'indubbia visione strategica, l'istituto guidato da Sarmi è cresciuto occupando spazi inediti: ad esempio, è il primo operatore europeo nelle carte prepagate, con 7,2 milioni di unità pari al 50 per cento del mercato europeo e al 65 di quello italiano. Ma non basta: la banca delle Poste ha uno stock di raccolta diretta e indiretta di 398 miliardi di euro, contro i 4.103 dell'intero sistema bancario, poco meno del 10%. Inoltre, Poste è anche un operatore telefonico virtuale con 2,2 milioni di utenti, il 65% dei quali ha associato alla Sim uno strumento di pagamento. E ancora: Poste ha una quota di mercato superiore al 10 per cento (9,5 miliardi su 90 di raccolta complessiva di tutte le compagnie) nel campo delle polizze vita. Poste Vita in una decina d'anni è nata ed è cresciuta fino a diventare la prima assicurazione vita italiana, un caso forse unico al mondo. Nell'ansia di crescere a macchia d'olio, da qualche tempo il Bancoposta eroga anche crediti, sia piccoli prestiti che mutui. Non sono ovviamente prodotti suoi (non può erogare direttamente credito, come si è visto) ma di Deutsche Bank e di Compass e deve accontentarsi di una commissione di vendita. Ma intanto i prodotti sono marcati Bancoposta e nell'immaginario dei quasi 25 milioni di clienti è Poste stessa che eroga credito. L'istituto di Sarmi avrà un ruolo da protagonista nel campo del risparmio nei mesi a venire. Con la ventilata unificazione della tassazione di tutti i prodotti finanziari al 20 per cento, saranno proprio i correntisti postali (5,6 milioni di conti) e i portatori di libretti (27,1 milioni) ad avere i migliori vantaggi, passando dall'aliquota del 27 a quella del 20 e aumentando un po'il magro (ma sempre superiore a quello garantito dalle banche) rendimento netto. Mentre i buoni fruttiferi postali rimarranno tassati al 12,5 per cento; inoltre non sarà applicato l'aumento dell'imposta di bollo sul deposito titoli dei buoni postali. Con la Banca del Mezzogiorno, infine, Sarmi sta per giocare una nuova partita in diretta concorrenza con gli istituti di credito del Sud: l'obbiettivo sono i piccoli imprenditori che cercano finanziamenti nel medio e lungo termine. Nel capitale dell'istituto per ora non entreranno né le banche di credito cooperativo né le popolari, come invece previsto in un primo tempo. La banca delle Poste farà raccolta diretta emettendo propri bond. L'ad ha le idee chiare sul futuro, e in questi anni lo ha dimostrato: ma dove vuole arrivare? E fin quando il sistema bancario accetterà la prepotente crescita di un concorrente statale? Qualche anno fa si parlò di privatizzazione del Bancoposta (una sorte toccata di recente agli omologhi olandesi, finiti nelle mani di Ing, e di quelli tedeschi, passati a Deutsche Bank). Oggi se ne riparla, visto che per abbassare il debito pubblico occorre anche che lo Stato venda qualche gioiello di famiglia. Ma questo è un gioiellino che rende troppo più di 1 miliardo nel 2010 per disfarsene a cuor leggero.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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