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Principi contabili, a rischio l'identità europea
di Michele Vietti
Sottosegretario alla Giustizia
Il Sole 24 Ore
Venerdì 25 luglio 2003

Le cronache sull'adozione dei principi contabili Ias da parte del Comitato di regolamentazione contabile dell'Unione europea (in sigla: Arc, Accounting Regulatory Committee), hanno riferito alcuni giorni fa che lo stesso organismo comunitario ha approvato in sede tecnica 32 dei 34 principi contabili Ias, che dal 2005 (in realtà già dai bilanci di apertura 2004) dovranno essere obbligatoriamente adottati per la redazione dei bilanci consolidati delle società quotate. Il Comitato di regolamentazione, recependo le indicazioni giunte dalla Commissione europea e sostenute anche dal Consiglio Ecofin del 15 luglio, ha invece preso tempo sui principi Ias 32 e Ias 39, che si riferiscono all'applicazione del "fair value" sui derivati bancari e assicurativi.
Forse questa pausa di riflessione rappresenta l'occasione propizia per aprire una discussione seria e franca sull'adozione dei principi contabili Ias in un tempo tanto ristretto. Nel generale silenzio, salvo poche eccezioni, di cui si è nutrito questo passaggio da parte dei commentatori, non sembra inopportuno riproporre qualche riflessione sulla scelta politica che sta al fondo della adozione degli Ias anche da parte delle imprese europee.
E ciò per alcuni dati che dovrebbero pur indurre a qualche verifica; tanto doverosa sotto il profilo politico e economico quanto non scontata nell'esito.
La determinazione di adeguarsi a quegli standard era stata assunta in un tempo assai diverso, sia sotto il profilo economico che sotto quello politico: in un tempo in cui le Torri gemelle erano ancora al loro posto; non si era avuto lo scandalo Enron, nè la legislazione successiva; non si era avuta la guerra in Iraq; non si era avuta la crisi congiunturale più lunga degli ultimi anni; il dollaro non aveva avuto il sorprendente andamento che ha caratterizzato gli ultimi mesi; l'Europa non sarebbe divenuta, di lì a poco, una riconoscibile unione di un numero tanto rilevante di Paesi.
Oggi, sotto un cielo largamente mutato, ci apprestiamo, con una carica di ineluttabilità francamente poco comprensibile, ad adeguarci - peraltro lasciando fuori una importante loro fetta - a standard contabili che sono stati generati, per lo più, in aree economiche molto diverse da quelle europee. Basti pensare al fatto che nei nostri sistemi non si raggiungono le dimensioni delle imprese americane; che la capitalizzazione di borsa è abbastanza limitata; che le imprese scontano una serie imponente di costi sociali sconosciuti nell'ambiente americano; che la pratica delle stock options comporta da noi effetti assai più limitati; che alcuni istituti giuridici cui pure fanno riferimento gli Ias hanno da noi una coloritura assai differente e specifica.
E questo solo per indicare dati assai macroscopici. Non vi può essere dubbio poi che, sebbene i più accreditati analisti escludano che l'adozione dei principi Ias possa aver giocato un qualche ruolo negli scandali Enron e simili, non v'è dubbio che quegli stessi principi sono cresciuti e hanno assunto forza in quel medesimo terreno: in un ambiente, ad esempio, che vede nella patrimonializzazione della società un prioritario obiettivo e che tende a mutare sensibilmente l'accezione continentale del principio di prudenza contabile.
E ancora: la fase di passaggio e di adeguamento ai nuovi standard creerà certamente squilibri assai rilevanti per le imprese, oltre che costi di riassetto contabile impressionanti. Si vuole forse aggiungere alle incertezze del mercato e al periodo di generale instabilità sotto il profilo economico, una nuova fonte di difficoltà e di problematico riallineamento?
Da ultimo, ma non ultimo: le imprese vivono sotto la difficile minaccia di Basilea 2. Quante di esse possono essere sicure di poter continuare a considerare valide le proprie potenzialità se mutano, frattanto, i parametri di misura? L'accesso al credito sarà ancora possibile in uno scenario in cui mutano praticamente tutti i parametri di commisurazione?
Certo, a fronte di posizioni più caute, vi sono anche coloro che aspirano a quotazioni in mercati stranieri e che sono giocoforza costretti all'adeguamento: ma può essere imposto un sacrificio generalizzato e senza modulazione e flessibilità per rispondere alle peraltro legittime esigenze di alcuni protagonisti dell'economia?
Quelle che mi pongo sono domande che credo la politica abbia il dovere di porsi. Si tratta di assumere responsabilmente il compito di accompagnare le imprese verso percorsi di sviluppo, allontanando un feticcio che non avrebbe ragione di essere praticato. Si tratta di comprendere se sia opportuno oppure no scegliere la via dell'omologazione appiattita e non critica; se sia opportuno praticare una via europea alla contabilità, più lunga e difficile, ma, alla fine, più coerente con gli interessi di Eurolandia.
Mi pare che dietro alle riserve su Ias 32 e Ias 39 stia il maturare di questa coscienza critica. Mi auguro che la riflessione prosegua, nel convincimento, che mi piacerebbe vedere più diffuso, che certe scelte, dietro l'apparenza di opzioni tecniche, nascondono ben altri valori: l'identità europea e la sua difesa, nel caso di specie.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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