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Professionisti sempre più precari ora sognano di andarsene all'estero
di Daniele Autieri
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 10 ottobre 2011

Hanno scarsa forza per contrattare il proprio compenso, nessuna indennità di disoccupazione in caso di licenziamento, l'assicurazione integrativa per le malattie è un miraggio e alla fine del lavoro li attende una pensione da fame. Questi lavoratori senza tutele sono in molti casi gli stessi professionisti con partita Iva dal medico all'ingegnere, dal giornalista all'architetto, dal chimico al biologo. Questi ultimi, sempre più spesso, lavorano con contratti precari (a progetto, di collaborazione, ecc.). Un intero mondo di professioni, un tempo ambite, ma oggi rese sempre più precarizzate. Se perdono il lavoro, questi professionisti non hanno un "paracadute sociale" come i dipendenti. La crisi ha imposto una cura dimagrante al gotha delle professioni e la quota di coloro che ancora oggi possono staccare parcelle rotonde non supera il 17,8%, mentre la maggioranza dei 3 milioni di professionisti italiani è ormai composta da precari mascherati, praticanti senza riconoscimenti, partite Iva aperte sotto l'obbligo del datore di lavoro. Per dare una risposta a questa emergenza, la scorsa settimana Confprofessioni e i rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil hanno siglato il primo contratto di lavoro destinato agli studi professionali, un importante passo in avanti per la regolamentazione del settore. La stretta di mano tra le parti sociali interessa, oltre che un milione di dipendenti, anche 600mila tra partite Iva e contratti di collaborazione e 300mila praticanti, tra cui si annidano i professionisti precarizzati. «L'accordo - spiega il presidente di Confprofessioni, Gaetano Stella - prevede un aumento salariale per il prossimo triennio di 87,5 euro, sia per i dipendenti che per i collaboratori, e recepisce la legge sull'apprendistato recentemente approvata in Parlamento. Non solo: per quanto riguarda il praticantato e il dottorato, il contratto ammette anche nell'ultimo anno di università l'inserimento all'interno dello studio come apprendista con una percentuale di stipendio più bassa, ma comunque riconosciuta. Inoltre, l'accordo prevede l'assistenza sanitaria integrativa assicurata dalla Cadiprof (la Cassa di Confprofessioni) a carico del datore di lavoro con un aumento del contributo pari a solo 1 euro». Il patto è stato salutato con soddisfazione dai lavoratori che aspettavano una risposta forte del governo dopo che negli ultimi tre anni 400mila professionisti e 300mila collaboratori hanno perso il posto di lavoro. Da parte loro, tanto l'esecutivo quanto il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, hanno fatto ben poco: se è vero che la Finanziaria 2010 ha stanziato 200 milioni di euro per ciascuno degli anni 2010 e 2011 a favore dei collaboratori a progetto rimasti senza lavoro, è altresì vero che sulle 17.418 richieste pervenute presso il ministero, solo 6.107 sono state accolte, per un totale di importi erogati pari a 18 milioni di euro. Questo significa che al governo rimangono in pancia per il 2011 176 milioni di euro ancora non assegnati che avrebbero potuto essere un valido salvagente per tutti quei professionisti che, nel corso dell'anno, hanno perso il lavoro. Sul fronte opposto, è quasi ridicolo il dato delle domande accolte (3,138 per il 2009 e 6.107 per il 2010 e 2011), che tradotte in ammortizzatori sociali corrispondono a un totale di importi erogati pari a poco più di 23 milioni di euro. In definitiva, il mancato utilizzo del Bonus Precari ha contribuito ad aggravare una situazione divenuta critica già da diversi anni. «Fino a 20 anni fa - spiega Davide Imola, responsabile professioni della Cgil - il lavoro autonomo si autotutelava grazie ai guadagni alti e i professionisti potevano permettersi una pensione integrativa, un'assicurazione, e qualche risparmio in caso di perdita del lavoro. Oggi le cose sono cambiate e il 60% dei professionisti italiani si trova a dover convivere con scarse tutele e diritti non riconosciuti». Secondo uno studio condotto dall'Ires (Istituto di ricerche economiche e sociali) il 63% dei professionisti italiani sarebbe disposto ad andare all'estero e il 40,6% a cambiare professione pur di migliorare le proprie condizioni di lavoro. Una delle cause maggiori della fuga dalle professioni classiche è rappresentata proprio dall'assenza di tutele. Sul versante dell'assicurazione sanitaria e della pensione integrativa, i due terzi dei professionisti italiani che lavorano in uno studio dichiarano che il loro datore di lavoro non versa alcun contributo. Più efficienti sono invece i titolari di partita Iva che versano i contributi alle casse professionali (ben l'85,6% di quelli che lavorano nell'area giuridica). Anche qui, però, esistono delle sacche di gravi criticità: il 13,7% del totale non versa infatti alcun contributo, mentre solo il 34,4% destina qualcosa alla gestione separata dell'Inps. Quanto alla pensione integrativa, il 72% non aderisce ad alcun fondo. Altro tema forte è quello della irregolarità dei pagamenti, aggravato dai ritardi figli della crisi economica, aumentati considerevolmente nell'ultimo periodo. Nel 41,8% dei casi i pagamenti ai professionisti sono erogati con cadenze incerte, nel 25% sono dati a fine contratto o alla consegna del lavoro, e solo nel 33,1% sono riconosciuti mensilmente. Più in generale, oltre il 60% dei professionisti italiani con partita Iva è costretto ad attendere più di 60 giorni dopo l'emissione della fattura prima di ricevere un pagamento. In definitiva il 95,2% del totale dichiara di avere minori tutele rispetto a chi svolge la medesima professione però come dipendente. E questo porta ad un inevitabile desiderio di migrazione verso lidi professionali più stabili. Vorrebbe avere un rapporto di lavoro subordinato il 37% dei ricercatori, il 21% degli operatori impegnati nell'area giuridica, il 27% dei professionisti dell'area gestionale-amministrativa, e il 30% di quelli attivi nel campo dello spettacolo e della cultura. Il risultato è il delinearsi di una condizione discriminatoria che finisce per colpire più pesantemente i giovani e le donne. I primi, oltre alla guerra combattuta per il riconoscimento di un praticantato retribuito, sono chiamati a scontrarsi con le difficoltà del mercato e le esigenze dei grandi studi. L'apertura della partita Iva, ad esempio, non è sempre spontanea: nel 13,7% dei casi i giovani sono obbligati dal datore di lavoro. E questo non è tutto perché il 43% dei praticanti degli studi professionali chiede una maggiore regolamentazione degli standard retributivi e il 16% considera inadeguati i percorsi formativi. Sul fronte femminile, invece, le mancate tutele portano con sé rischi sociali ancora più gravi: il 60% delle donne 40enni con partita Iva o contratto di collaborazione iscritte alla gestione separata dell'Inps non ha ancora neanche un figlio.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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