Diciannove grandi banche d'affari, italiane ed internazionali, si contendono
il collocamento più ricco del 2002, quello del gruppo telefonico
Wind. Imi e Mediobanca, tanto per cambiare, sono su sponde opposte
e la battaglia per aggiudicarsi il ruolo di global coordinator è
feroce. E si capisce: per le aziende quotarsi in Borsa costa. Costa
caro. Ed i beneficiari principali della pioggia di milioni (di Euro)
che si riversa su advisor e consulenti d'ogni genere sono proprio
le banche d'affari che coordinano quelle che in gergo borsistico
si chiamano le IPO (Initial Public Offering). Negli ultimi tre anni,
nonostante il vistoso rallentamento imposto dallo "sgonfiamento"
della bolla speculativa nella New Economy, è stato un vero e proprio
fiume di denaro: i 90 collocamenti del triennio hanno consentito
di rastrellare un totale di 79 miliardi di Euro, di cui una bella
fetta, compresa tra il 3.5% ed il 7%, è finita nelle casse dei collocatori.
Nell'ipotesi più bassa, 2.7 miliardi di Euro, in quella più elevata
5.5, cioè oltre 10 mila miliardi di Lire.
Questi almeno i numeri che si evincono da uno studio recente di
Borsa Italiana in collaborazione con Tamburi & Associati. Uno studio
che, monitorando le IPO dal 1999 alla fine del 2001, arriva a definire
con buona approssimazione i costi cui va incontro un imprenditore
che decide di portare la sua azienda al listino di Piazza Affari.
Vediamo. Per una piccola o media azienda, il costo più importante
da affrontare è quello del (o dei) global coordinator, che "aspirano"
una quota compresa tra il 4% ed il 6% (per il Nuovo Mercato), o
fra il 3.5% ed il 5% (per il listino principale) del valore complessivo
dell'offerta. A ciò va aggiunta la tariffa da riconosce all'advisor
finanziario: la fee media, secondo lo studio, può oscillare tra
lo 0.2% e l'1% del valore dell'offerta. Poi ci sono i legali ed
i revisori, indispensabili per la redazione dei bilanci e dei prospetti:
hanno un costo minimo di 350 mila Euro ed uno massimo di 900 mila
Euro. Infine, la pubblicità e le pubbliche relazioni: fra i 150
mila ed il milione e 200 mila Euro, cui vanno sommati i costi per
la pubblicazione del prospetto e per il road show, tra 100 mila
e 550 mila Euro.
Complessivamente, un imprenditore che intendesse aprirsi al mercato
azionario dovrebbe spendere, per consiglieri e consulenti, tra il
3.5% ed il 7% del valore dell'IPO, più i costi fissi compresi tra
un minimo di 500 mila ed un massimo di 2.6 milioni di Euro. Davvero
un bel gruzzolo. Prendiamo una media azienda che è approdata al
listino nell'ultimo triennio, Granitifiandre (il giorno del debutto
aveva una capitalizzazione di circa 284 milioni di Euro): quotandosi
in Borsa, con un flottante del 38.5%, ha raccolto 113,5 milioni
di Euro. Ciò significa che il suo azionista ne ha dovuti spendere
perlomeno 5 per realizzare il sogno di vedere il nome della sua
azienda fra i big del capitalismo nazionale.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.