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Quei bond hanno licenza di rischiare
di Sergio Rizzo e Stefania Tamburello
Corriere Economia - Corriere della Sera
Lunedì 15 dicembre 2003

Ha detto John Kenneth Galbraith, alludendo al cinismo del mercato: «E' bene che di tanto in tanto il denaro si separi dagli imbecilli». Anche se è davvero difficile considerare proprio tutti «imbecilli» i 35 mila risparmiatori che si sono inguaiati con i Cirio bond o le molte migliaia che adesso rischiano di fare analoga sorte con le obbligazioni Parmalat.
«Da queste cose - sentenzia l'ex commissario della Consob, Salvatore Bragantini - non c'è difesa». Possibile? Sembra assurdo ma è proprio così. E in questo la situazione italiana non è poi molto diversa da quella degli altri Paesi europei: la differenza è, semmai, nella cultura del risparmiatore e nella sua dimestichezza con i prodotti finanziari più sofisticati.
La normativa non prevede infatti controlli preventivi su questo genere di obbligazioni. Né da parte della Consob, a cui spettano comunque la verifica ex post, né tantomeno da parte della Banca d'Italia, che il ministro del Tesoro Giulio Tremonti considera invece oggettivamente responsabile della vicenda Cirio, per il fatto che i titoli incriminati sono stati venduti agli sportelli delle banche indebitate con il gruppo di Sergio Cragnotti. E neppure, in questa circostanza, si può chiamare in causa la confusione di competenze fra Consob e Banca d'Italia che in molti campi è all'origine di incomprensioni e inefficienze. Al punto che il caso Cirio è servito a rilanciare i progetti di chi vorrebbe sostituire l'attuale sistema «bipolare» con una sola autorità di Vigilanza. Come lo stesso Tremonti, che tifa per il modello inglese (omissis).
E' vero che palazzo Koch deve dare il via libera, con il meccanismo del silenzio assenso, alle emissioni di titoli sul mercato italiano. Ma le può vietare solo per ragioni di stabilità del mercato, non perché certe obbligazioni puzzino di bruciato e altre invece no. Almeno formalmente, la Banca d'Italia non è tenuta ad annusare i titoli prima che vadano sul mercato. E' pure vero che la Consob ha il dovere di controllare il prospetto informativo che deve accompagnare tutte le offerte rivolte al pubblico risparmio. Ma si dà il caso che il prospetto non sia richiesto per le obbligazioni, come per esempio quelle Cirio, destinate esclusivamente agli investitori istituzionali e non emesse in Italia. Che poi però finiscono inevitabilmente dagli investitori istituzionali alle banche e da queste, senza alcun filtro, nelle tasche dei risparmiatori.
Non a caso il 94% delle obbligazioni italiane sono state emesse a Lussemburgo. Fin qui nulla di male, visto che quel Paese fa comunque parte dell'Unione europea. E che non soltanto le imprese private, ma persino le aziende pubbliche e lo stesso Stato italiano ricorrono a questo meccanismo, anche se per ragioni diverse. Il problema sorge nel momento in cui questo canale di finanziamento viene utilizzato, per importi rilevanti, da aziende in difficoltà finanziaria a cui talvolta il sistema bancario ha già chiuso i rubinetti. Il risparmiatore, allettato dagli alti rendimenti di quei titoli, non dispone di strumenti (a parte, forse, le notizie di stampa), per conoscere la reale situazione dell'impresa e non gli resta quindi che fidarsi di chi gli vende l'obbligazione.
Del resto è sufficiente scorrere l'elenco delle 45 imprese private che negli ultimi cinque anni hanno rastrellato sul mercato 78,6 miliardi di euro passando da Lussemburgo, per rendersi conto della situazione. Accanto a società in salute, ce ne sono anche molte che hanno avuto (e alcune hanno ancora) seri problemi finanziari. Al secondo posto nella classifica degli emittenti, dopo il gruppo Pirelli-Telecom, c'è la Fiat, seguita dalla Parmalat. Qualche posizione più in basso si trova la Cirio, quindi Telepiù (recentemente assorbita da Sky di Rupert Murdoch). E quasi in fondo alla lista c'è il gruppo Giacomelli Sport, finito in stato di insolvenza, che con obbligazioni emesse a Lussemburgo ha raccolto 100 milioni di euro.
Diversamente dal Tesoro, la Banca d'Italia non considera allarmante la situazione. Lo stesso governatore Antonio Fazio ha sottolineato che nel 2002, a fronte di 34 casi di default verificatisi in tutta Europa, in Italia ce n'è stato solo uno, quello delle obbligazioni Cirio Finanziaria per 175 milioni di euro, contro i 15 del Regno Unito e gli 8 dei Paesi Bassi. Dati significativi, che vanno però letti anche alla luce del diverso peso del mercato italiano rispetto a quello anglosassone, dove le obbligazioni sono uno strumento molto più familiare. E dove «non suscita scandalo», afferma un operatore della City, «il fatto che le banche scarichino sugli investitori istituzionali parte della loro esposizione verso le imprese, quando questa risulta eccessiva». L'importante è che questa esposizione poi non si riversi, a cascata, sui risparmiatori inconsapevoli. Proprio quello che, si sospetta, sarebbe successo nel caso dei Cirio bond.
Secondo l'economista Alessandro Penati nessun controllo potrebbe prevenire completamente i danni per i piccoli investitori. Bisognerebbe piuttosto autorizzare azioni risarcitorie collettive nei confronti degli intermediari, come possibile deterrente per chi volesse trasferire crediti a rischio sui risparmiatori. Bragantini è del parere che vietare la vendita al dettaglio delle obbligazioni sia sbagliato. «Non si può impedire a un risparmiatore consapevole di rischiare», dice l'ex commissario della Consob. «Piuttosto - aggiunge - si potrebbero costringere gli investitori istituzionali a tenere quei titoli in portafoglio almeno un anno prima di metterli sul mercato», come avviene negli Stati Uniti. «Un'altra possibilità», secondo Bragantini, «è quella di rendere obbligatorio il rating». Chi compra i bond emessi dalle imprese avrebbe almeno un punto di riferimento concreto, oltre alla buona fede di chi gli vende i titoli.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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