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Quei capitali coraggiosi
di Stefano Caselli (Docente di Economia, Università Bocconi) e Guido Corbetta (Docente di Economia, Università Bocconi)
Corriere Economia - Corriere della Sera
Lunedì 19 ottobre 2009

I dibattito sul tema della capitalizzazione (o patrimonializzazione) delle banche è costantemente al centro dell'interesse da molto tempo. La stessa intensità di dibattito non si registra, invece, per un tema altrettanto importante quale quello della capitalizzazione del sistema industriale.
Quali siano i benefici di una maggiore capitalizzazione delle imprese sono ben noti e rappresentano l'abc di qualsiasi manuale di finanza e di gestione aziendale. L'evidenza empirica dimostra però che il livello medio di capitalizzazione delle aziende italiane si attesta ai livelli più bassi in Europa. Questo per una serie di ragioni profonde che spesso con grande superficialità vengono liquidate con una «bassa cultura finanziaria» dell'imprenditore italiano.
In realtà, le motivazioni sono ben più complesse e vanno ricercate sia in fattori comuni a qualsiasi contesto, sia in fattori specificatamente riferiti al mercato italiano. L'investimento in capitale di rischio da parte della proprietà ha una serie di controindicazioni importanti: la riduzione del grado di leva finanziaria comprime infatti la redditività aziendale, sottrae asset e ricchezze personali al loro utilizzo come garanzie nei confronti del sistema finanziario e riduce anche la possibilità di detenere riserve per sviluppare altri business che potrebbero emergere in futuro.
A ciò talvolta si aggiunge anche la scelta delle proprietà di gestire l'attività aziendale con un approccio basato sul binomio «famiglia ricca - impresa povera». La scelta da parte della proprietà di capitalizzare l'impresa è poi strettamente collegata alla convenienza economica e finanziaria delle singole fonti di finanziamento, secondo una valutazione profondamente razionale.
Inoltre il contesto delle regole fiscali presenti all'interno di un paese può orientare significativamente la composizione della struttura delle passività aziendali stesse e il costo complessivo del capitale. Con riferimento all'Italia, la tradizione delle scelte fiscali ha da sempre privilegiato in maniera strutturale il ricorso al capitale di debito e, salvo rari episodi, non sono mai state introdotte forme strutturali di benefici fiscali legati al capitale di rischio. Guardando alle scelte fiscali presenti all'interno dei differenti paesi europei, è possibile rilevare che quanto più elevato è il vantaggio fiscale a favore del capitale di rischio, , tanto più elevato risulta il grado di capitalizzazione medio del sistema delle imprese (si veda la ricerca Effects of tax systems on the retention of earnings and the increase of own equity condotta dalla Commissione Europea nel 2008).
Il lento processo di uscita dalla crisi economica e l'esigenza del nostro sistema indusriale di competere ad armi pari con i principali paesi del mondo richiedono un forte richiamo ad una massiccia azione di capitalizzazione delle imprese. Ciò non risulta nè in contrato nè il alternativa a quanto oggi sta positivamente maturando in Italia in merito ai sostegni alle imprese e ai tavoli progettuali che coinvolgono le differenti parti sociali e del sistema finanziario, ma deve aggiungersi con il valore di una priorità forte e duratura.
Tale azione massiccia deve passare attraverso una serie di proposte operative che facilitino e rendano fluido il passaggio di risorse dalla proprietà all'impresa.
Un primo passaggio inevitabile deve essere riferito al disegno di forme di incentivo fiscale al ricorso al capitale di rischio. Queste possono assumere la semplice forma del meccanismo della Dit piuttosto che forme più sofisticate e selettive che colleghino il beneficio della deducibilità degli interessi passivi al rating dell'impresa (e quindi al suo livello di capitalizzazione) o che concedano un credito d'imposta in capo alla proprietà che capitalizza la propria azienda (come prevede il recente incentivo alla capitalizzazione delle aziende più piccole, anche se il limiti quantitativi sembrano troppo limitati).
Un secondo passaggio deve forse avere una natura più profonda e ambiziosa ed è riferito alla diffusione di una reale «cultura del capitale di rischio», come chiedeva già 15 anni fa il compianto Cluadio Demattè. Le banche, le associazioni degli imprenditori e i professionisti possono fare molto per favorire tale diffusione.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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