Rassegnamoci, i mercati non sono perfetti
di Marcello De Cecco
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 8 novembre 2004
E' tempo di revisionismo, nelle massime sedi dell'ortodossia
economica americana, nelle università come l'MIT o Chicago. Ha cominciato
nientemeno che Paul Samuelson, premio Nobel per l'economia nel 1970, che insieme
a Bob Solow, altro premio Nobel, ha curato per decenni che la migliore dottrina
neoclassica fosse somministrata ai rampolli delle classi dirigenti di tutto il
mondo, destinati anch'essi, una volta tornati in patria, o restati in America, a
diffondere il seme della vera scienza economica.
Giunto alla vegeta età di 89
anni, Samuelson mostra, in un recentissimo articolo pubblicato sul Journal of
economic perspectives, organo della American economic Association, di voler
sfatare uan verità rivelata da lui stesso nel suo famosissimo libro di testo di
economia: che i barbieri in India non competono con quelli che lavorano negli
Stati Uniti, anche se prendono assai meno per ogni taglio, dato che ai clienti
potenziali americani costa troppo andare in India per farsi tagliare i capelli.
Ora questo esempio vale ancora, ma molti altri esempi di servizi molto a buon
mercato nei paesi in via di sviluppo che non attraggono clienti dai paesi
sviluppati perché i costi di trasporto sono troppo alti e sono stati resi non
realistici dagli sviluppi dell'elettronica, che annullano i problemi dei costi
di trasporto. Nell'articolo, tuttavia, Samuelson esamina un caso più
interessante, quello dell'esportazione proprio di questo tipo di servizi in
paesi come India e Cina e della non ineluttabile convenienza agli Stati Uniti di
tale esportazione, cui corrisponde una perdita di posti di lavoro americani.
Questo accade se, ad esempio, la Cina comincia ad aumentare la propria
produttività anche nei beni ad elevato contenuto di tecnologia esportati dagli
Stati Uniti nella stessa Cina e diviene esportatrice anche di quelli. Che resta
allora agli Stati Uniti da scambiare? L'America dovrà limitarsi ad importare
servizi a basso salario e anche beni ad elevato contenuto di tecnologia. Dunque
Ricardo è morto, sembra concludere Samuelson, dato che la sua creatura, la
teoria dei vantaggi comparati, non regge ad una analisi dinamica.
Che le cose stessero così un "guru" della economia eterodossa come Friederich
List, il profeta della industrializzazione tedesca nel XIX secolo, lo aveva capito
benissimo e lo predicò, con grande successo, a tutto il mondo degli inseguitori
del primo paese industriale, l'Inghilterra. Nel predicare il protezionismo alla
Germania, List affermava che, se non fossero stati difesi dall'avanzata delle
merci inglesi, i tedeschi avrebbero finito con l'esportare solo gli orologi a
cucù e i professori di filologia classica.
Ora, dopo quasi duecento anni, il
protezionismo torna, con l'appoggio autorevole di Paul Samuelson, proprio nel
paese che List aveva osservato, da emigrantei-mprenditore, applicare con
decisione la chiusura alle importazioni dall'Inghilterra. Vedremo se avranno la
meglio i sindacati appoggiati da Samuelson o gli ortodossi come Greenspan e il
capo dei consiglieri di Bush, Gregory Mankiw, che continuano a predicare la
convenienza del libero scambio.
Ma la ventata di revisionismo non agita solo
le acque della teoria del commercio internazionale. Muove con forza anche quelle
della cosiddetta teoria dei mercati efficienti, che si applica in particolar
modo ai mercati finanziari e ha la sua culla all'Università di Chicago e il suo
padre intellettuale in Eugene Fama, allievo di Milton Friedman. Questa teoria
sostiene che, in mercati concorrenziali, i prezzi delle azioni riflettono in
ogni caso il valore delle imprese che le azioni rappresentano, e convogliano
tutte le informazioni possibili.
Per capire la portata di questa teoria, che
poi è veramente la base dell'intera ortodossia economica, bisogna ricordare che
Chicago, dove essa è stata elaborata, ha visto negli ultimi trent'anni lo
sviluppo poderoso del gigantesco mercato organizzato dei derivati, alla cui
nascita fece da padrino, con un suo articolo, lo stesso Milton Friedman, su
richiesta del leggendario suscitatore di tale mercato al Chicago mercantile
exchange, che esplicitamente lo ricorda in una intervista di qualche anno fa.
In aggiunta, dopo la dimostrazione di Fama, si è sviluppato negli USA e in tutto
il mondo un enorme mercato di fondi di investimento e fondi pensione, molti dei
quali hanno seguito le strategie basate sulla teoria dei mercati efficienti.
Ora anche Eugene Fama si è deciso ad ammettere che, forse,
investitori poco informati possono esistere e che addirittura essi possono
indurre i mercati a indicare prezzi superiori a quanto valgono veramente le
imprese le cui azioni sono oggetto di negoziazione.
Evidentemente, la
parabola dei mercati prima e dopo il 2000 è riuscita a far tentennare anche le
sue granitiche convinzioni. Non mi aspetto invece che riesca a convincere anche
Milton Friedman, il quale , pur predicando che i mercati sono i migliori giudici
e che quindi i prezzi che su di essi si formano contengono le informazioni
necessarie, ha sempre lasciato ampio spazio alla possibilità che siano le
autorità monetarie e di altro genere, a condurre i mercati a indicare prezzi
"sbagliati".
Così come non sembra essersi per nulla ravveduto Edward
Prescott, che ha appena ricevuto il premio Nobel e che a gennaio del 2000
affermò che i prezzi delle azioni erano del tutto in linea con il valore reale
delle imprese. In una recente intervista, si è difeso, buttando la croce addosso
al presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, affermando che quel che
aveva detto era giusto a gennaio 2000, ma che il mercato era sopravvalutato nel
marzo dello stesso anno.
Nel frattempo, dopo i crolli del 2000, quelli che,
a Stoccolma, assegnano i premi Nobel, hanno ritenuto opportuno mettere le vele
al vento e hanno premiato prima tre autori moderatamente eterodossi come
Stiglitz, Akerlof e Spence, e poi un economista sperimentale, come Kahneman, che
ha mostrato come una cospicua parte delle decisioni individuali in materia di
scelte economiche sia marcatamente irrazionale.
Sempre negli Stati Uniti,
inoltre, si è fatta spazio la cosiddetta teoria comportamentale delle decisioni
finanziarie, che ha ricevuto impulso dal fatto che uno dei suoi propugnatori,
Robert Shiller di Yale, definì il boom esploso nel marzo 2000, cinque anni prima
che esplodesse, come un chiaro caso di bolla specualtiva, di "irrational
exhuberance", espressione che Alan Greenspan doveva rendere famosa nel 1996,
anche se poi lo stesso capo della Fed convalidava e rinforzava gli eccessi del
mercato con vigorose iniezioni di liquidità , che durano ormai dalla bellezza di
dieci anni. Solo per qualche mese, a cavallo del 2000, egli sottraeva ai mercati
la liquidità che aveva immesso, per paura dell'ormai dimenticato baco del 2000,
negli ultimi mesi del 1999, determinando l'esplosione della "bolla speculativa",
che egli stesso aveva creato. E poi era costretto, per evitare il peggio, specie
dopo l'undici settembre, a reiterare la politica della moneta super-facil, che
tuttora dura.
La confusione sembra dunque essere grande, nelle massime sedi
della ortodossia economica, le grandi università americane. Mentre Samuelson e
Fama si convincono a qualche moderato mea culpa, e Akerlof e Stiglitz vedono
riconosciute le loro puntute critiche, e a Stoccolma si premia anche il lavoro
antiortodosso di Kahneman, sempre dall' Accademia delle Scienze Svedese viene la
decisione contraddittoria di premiare Prescott e Kydland, che ormai parecchi
anni fa misero a punto la teoria della incoerenza temporale, che tanto successo
ha avuto presso le autorità economiche e politiche europee da convincerle a
costruire una Banca centrale europea incapace di commettere tale incoerenza e
dunque votata solo a combattere l'inflazione.
Se a Maastricht i governanti
europei hanno deciso di credere a Prescott e Kydland, nel paese in cui entrambi
lavorano, gli Stati Uniti, la banca centrale continua a rivendicare e a
praticare il massimo di discrezionalità e a non vergognarsi affatto della
propria politica di stabilizzazione dei mercati finanziari.
Questo fa arricciare il naso ai puristi della Banca centrale europea e
probabilmente fornisce munizioni a chi, come Prescott e Friedman, sostiene che i
mercati raggiungerebbero il massimo di efficienza nella fissazione dei prezzi se
non fosse per l'azione di disturbo di autorità monetarie che non si rassegnano a
innestare il pilota automatico e insistono a voler tenere saldamente in mano la
barra del timone. Ma se Bush riuscirà a vincere il 2 novembre, saprà a chi
rivolgere il suo più caloroso ringraziamento. Sarà stato ancora una volta
Greenspan ad avergli regalato la vittoria. Nel 2000 fece crollare Wall Street e
ne soffrì Al Gore. Questa volta ha continuato a pompare liquidità senza
preoccuparsi del montare dei deficit gemelli. E ciò è bastato far rieleggere
George W Bush.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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