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  :: Approfondimenti - Documento

Rating assicurativo: miraggio o realtà?
di Filippo Bonazzi
Settembre 2007

1. Premessa
Il tema del rating è di grande attualità. Si va diffondendo la prassi di applicare criteri di misurazione alle performance aziendali, alle strutture sanitarie, al credito bancario, alle case automobilistiche in termini di affidabilità dei vari modelli realizzati, e, addirittura, ai docenti universitari.
Ritengo che la crescente diffusione del rating sia dovuta, principalmente, a due fattori:
• la legislazione europea; numerose Direttive Comunitarie impongono progressivamente ai Paesi membri di uniformare gli ordinamenti locali a standard normativi europei; si pensi, ad esempio, all'accordo di Basilea 2 in materia di concessione del credito bancario e all'impatto che tra poco tempo produrrà sui rapporti tra banca ed impresa in Italia;
• il clima di crescente incertezza economica; fintanto che, negli anni passati, la crisi economica italiana manteneva una connotazione congiunturale, si poteva ritenere che la sua eccezionalità non richiedesse la ridefinizione di modelli organizzativi e strategici; da un po' di tempo a questa parte, invece, la consapevolezza condivisa del suo carattere strutturale impone un'intensa opera di riorganizzazione in tutti i settori, privati e pubblici, finalizzata alla continua ricerca di economie di scala e di scopo; in tale contesto, misurare la qualità e la redditività di prodotti e servizi rappresenta un impegno prioritario per tutte le organizzazioni.
C'è anche chi, affrontando la questione in chiave sociologica, rileva un legame molto stretto tra l'esigenza di misurare tutto mediante i numeri e il processo di desoggettivizzazione delle attività in corso nella nostra epoca. Per ottimizzare i risultati è necessario individuare eventuali diseconomie all'interno delle organizzazioni, ed oggettivizzare il più possibile le contromisure da adottare, con una netta preferenza per quelle tecniche e a discapito delle istanze espresse dalle persone. Ciò, produrrebbe frequenti riflessi negativi sull'identità del lavoratore, considerato sempre meno persona e sempre più risorsa(1).
Certamente, la logica del rating è al tempo stesso rigorosa ed impietosa. Viene avvertita come una necessità, ma si temono gli effetti destabilizzanti che potrebbe produrre sulla gestione aziendale. In particolare, preoccupa il cambiamento che l'esito del rating sovente consiglia. Ad esempio, rilevare numericamente la modesta redditività di alcuni tra i prodotti realizzati e commercializzati, costringerà il management a modificare le strategie di produzione e di sviluppo, inclusa l'eventuale soppressione delle linee di produzione meno redditizie.
Questo tipo di cambiamento, soprattutto quando portato alle sue estreme conseguenze, non è certo gradito, per via dell'impatto immediato sull'occupazione, sugli investimenti e sull'immagine aziendale. Conseguentemente, il timore del cambiamento è particolarmente diffuso all'interno delle organizzazioni medio-piccole in cui è più stretto il rapporto tra economia e territorio e in cui si accorciano le distanze tra vertici aziendali e lavoratori. Mi riferisco, soprattutto, alle aree geografiche interessate dalla presenza dei cosiddetti distretti industriali, contesti in cui è molto forte la coesione sociale attorno all'idea stessa di impresa, con un coinvolgimento diretto ed "emotivo" di tutti i soggetti portatori di interesse nelle vicende aziendali. Non è infrequente, ad esempio, rilevare che quasi tutto il personale aziendale risiede nel raggio di pochi chilometri dallo stabilimento; che il titolare, fondatore dell'azienda o figlio del medesimo, ha inserito nell'organigramma numerosi parenti e amici; che il carattere fiduciario che connota il rapporto con fornitori e clienti si fonda spesso su legami personali che travalicano le relazioni professionali e si manifestano nella vita quotidiana (dalla partita di calcetto serale alla gita fuori porta).
Insomma, in questo contesto mi sembra comprensibile la preoccupazione dei vertici aziendali che una riorganizzazione drastica con effetti negativi sull'occupazione, ancorché necessaria per garantire la sopravvivenza del business, possa essere interpretata come una specie di "tradimento" e comprometta sia il rapporto fiduciario, sia quell'attaccamento dei lavoratori alle sorti aziendali su cui in passato si è fondata la fortuna di molte piccole e medie imprese. Per questo motivo, è opinione abbastanza diffusa che potrebbe essere meglio "non misurare troppo" i risultati, e mantenere l'illusione che un bilancio in attivo costituisca di per sé una rappresentazione adeguatamente corretta ed esaustiva circa lo stato effettivo di salute dell'azienda, rimandando ogni ulteriore valutazione al momento in cui eventualmente se ne presenterà l'assoluta necessità.
Nel riscontrare l'atteggiamento bivalente di molti imprenditori verso il rating occorre anche considerare l'oggettiva difficoltà manifestata dai medesimi nell'attribuire a nuovi asset di tipo immateriale pari dignità rispetto alle attività materiali. Penso alla valorizzazione del marchio e dell'immagine aziendale, al controllo di gestione, alla registrazione di brevetti, al marketing, alla formazione, tutte funzioni che, nella migliore delle ipotesi vengono classificate come meramente accessorie alla produzione e, nella peggiore, del tutto inutili in quanto estranee all'attività caratteristica. Gli sforzi maggiori si concentrano ancora prevalentemente sul prodotto e sulla produzione, privilegiando i risultati perseguibili nel breve periodo, e rinunciando (spesso volentieri) ad una pianificazione a medio-lungo termine. Figuriamoci se c'è "tempo da perdere" per definire un intangibilissimo rating di qualsivoglia tipologia!
Naturalmente, è sbagliato generalizzare, ma nei casi in cui si presentano le condizioni sopra esposte il problema, a mio avviso, è di tipo culturale. Un aneddoto mi pare piuttosto esemplificativo di una mentalità molto pragmatica e poco incline al cambiamento nel senso della valorizzazione di asset immateriali, e, più in generale, di una più sofisticata qualità di pensiero.
Superstrada che collega Vicenza a Bassano del Grappa, nel cuore dell'economia del nord-est. In prossimità dello svincolo per Montebelluna viene segnalata con un vistoso cartello stradale l'esistenza di un importante insediamento industriale. Il cartello, di ampie dimensioni e dalla grafica in regola con le disposizioni di legge (scritte gialle su fondo nero), reca la dicitura "Zona Industiale Sud" (esattamente, "industriale" senza la "r"). Si tratta, evidentemente, di un refuso, che non incide, in termini pratici, sull'efficacia della comunicazione. Ciò che sorprende, invece, è che nessuno dei soggetti che compongono la filiera produttiva del cartello (grafico, realizzatore del prodotto materiale, ente committente, etc.), nella evidente forsennata fretta di collocare la segnaletica, abbia rilevato l'errore, e che, dopo un anno, il cartello sia ancora lì! Insomma, in fondo il cartello non è direttamente funzionale alla produzione di nessuno tra gli stabilimenti insediati nella zona e il suo contenuto è ugualmente comprensibile; quindi inutile preoccuparsi di sostituirlo!
Senza con questo voler enfatizzare il fatto, pare che parlare di rating in questo contesto rappresenti un'impresa veramente ardua. Tuttavia, ho già evidenziato le numerose e pressanti condizioni che inducono gli imprenditori, volenti o nolenti, ad introdurre nuovi criteri di misurazione delle attività, accettando i rischi conseguenti. Vale la pena, quindi, di iniziare a ragionare concretamente sulle opportunità, e non solo sugli effetti potenzialmente negativi, che il rating presenta per le aziende.
In questa sede, desidero soffermarmi su di un ambito di applicazione del rating piuttosto insolito, se non del tutto originale. Si tratta, cioè, di analizzare le modalità di attuazione di un sistema di valutazione delle singole polizze di assicurazione che compongono il programma assicurativo aziendale.
In effetti, il concetto di rating in ambito assicurativo non rappresenta una novità in assoluto. Tutte le Compagnie di assicurazione, infatti, soprattutto se quotate in borsa, sono costantemente valutate da esperti del settore e da organismi a ciò dedicati (come ad esempio Standard & Poors, Moody's, etc.), e gli esiti delle valutazioni sono riportati periodicamente sulle principali pubblicazioni economiche. Ciò, anche in ottemperanza a precise disposizioni di legge. Tuttavia, i contenuti e le finalità di tale rating, focalizzato prevalentemente sulla situazione finanziaria e patrimoniale delle Compagnie, ritengo siano di modesto interesse per l'assicurato/utente di servizi assicurativi. L'entità delle riserve tecniche e matematiche accantonate dagli assicuratori per far fronte economicamente al pagamento dei sinistri non credo preoccupi particolarmente il cliente medio, già consapevole dell'elevato grado di solvibilità della Compagnia in relazione alla tipologia di sinistro che potrebbe minacciare l'attività o il patrimonio di una piccola o media impresa.
L'imprenditore, invece, è piuttosto interessato alla possibilità di misurare, possibilmente avvalendosi di uno strumento semplificato, l'effettivo grado di efficacia delle coperture assicurative da lui sottoscritte o proposte dagli intermediari (Agenti e Brokers). Ciò al fine di agevolare la comparazione delle varie polizze presenti sul mercato in termini di costi e contenuti.

2. Realizzazione del rating assicurativo
L'impostazione di un sistema di rating da applicare ai contratti di assicurazione si fonda su quattro pilastri:
• classificazione dei rischi e individuazione del benchmark di riferimento;
• attribuzione di un peso ponderale differente a ciascun rischio;
• valutazione del grado di efficacia espresso dalle garanzie di polizza dedicate a ciascun rischio;
• applicazione di ciascuna valutazione al peso ponderale attribuito al rischio corrispondente.
A titolo esemplificativo, allego la tabella rappresentativa del rating applicato ad una polizza della responsabilità civile verso terzi e verso prestatori di lavoro (RCT/RCO).
La tabella evidenzia:
• I° colonna da sinistra: riporta l'elenco degli indicatori di misurazione utilizzati, cioè i principali rischi e altri elementi utili all'analisi (ad esempio, massimali e sottolimiti di risarcimento);
• II° colonna: prevede l'indicazione del numero degli articoli della polizza analizzata dedicati all'assicurazione di ciascun rischio contemplato;
• III° colonna: comprende l'assegnazione di un peso ponderale differente a ciascun rischio/garanzia, in ragione delle caratteristiche specifiche dell'azienda assicurata; la sommatoria deve produrre il valore di 100, che rappresenta idealmente i rischi da assicurare con la polizza RCT/RCO nel loro complesso;
• IV° colonna: presenta una valutazione percentuale del grado di esaustività espresso dalla copertura offerta dalle garanzie di polizza analizzate per ciascuno dei rischi oggetto di misurazione;
• V° colonna: riporta il rating parziale attribuito a ciascuna garanzia applicando la singola valutazione (colonna IV°) al peso ponderale corrispondente (colonna III°).
Il benchmarch di riferimento è costituito da un testo di polizza RCT/RCO "ideale", composto, cioè, dalle migliori clausole reperibili sul mercato assicurativo.

3. Critica al rating assicurativo
Come sempre, le proposte innovative ottengono il plauso di alcuni e le critiche di altri. Proprio le critiche, tuttavia, possono offrire, in generale, lo spunto per ulteriori riflessioni finalizzate a migliorare la qualità di un prodotto o di un servizio.
I critici, in particolare, osservano che:
• l'impostazione del rating non è "avvallata" da alcun organismo istituzionalmente riconosciuto; questo è vero; l'impostazione sopra esemplificata non è stata concepita in ambito accademico o istituzionale, ma è il risultato di un'idea maturata da alcuni professionisti del settore, e dai medesimi sperimentata sul campo; tuttavia, il gradimento espresso dagli assicurati ritengo rappresenti un segnale inequivocabile circa l'utilità di questo strumento e circa la sua validità pratica, anche a prescindere da una legittimazione normativa; anzi, l'assenza di regole cogenti potrebbe favorire in futuro il rapido accoglimento di istanze promosse da operatori del settore o da assicurati finalizzate al miglioramento del modello e ad una sua maggiore personalizzazione;
• la definizione del rating finale dipende dal peso ponderale attribuito a ciascun rischio in base ad una valutazione soggettiva, e, perciò, opinabile; anche questo è indubbiamente vero; al tempo stesso, bisogna considerare che la finalità del rating non è tanto il riconoscimento del valore assoluto della valutazione finale, quanto piuttosto la rilevazione del grado di scostamento tra il contenuto delle garanzie della polizza analizzata e quello della polizza di riferimento (benchmark); in altre parole, l'obiettivo perseguito è una verifica qualitativa del contratto, attraverso la quale emergano eventuali anomalie e scoperture, parziali o totali; pertanto, se la clausola che assicura contro un determinato rischio viene valutata 70 su 100, è importante il riscontro immediato della limitazione alla copertura, così da agevolare l'attività di rinegoziazione della garanzia con l'assicuratore; meno rilevante, invece, è il fatto che tale scopertura sia stata valorizzata con una valutazione di 70 anziché di 65 o di 75;
• il rating è uno strumento complesso e scarsamente fruibile dall'assicurato medio; mi sembra che la percezione di una eccessiva complessità del rating dipenda dalla modesta familiarità che sia gli operatori del settore assicurativo sia gli assicurati hanno con simili strumenti per il monitoraggio dell'offerta di polizze; è noto, infatti, che il mercato assicurativo, pur essendo caratterizzato dalla presenza di una molteplicità di fornitori di prodotti (circa 250 Compagnie) e servizi (circa 20.000 Agenti e 3.500 Brokers), è meno avvezzo, rispetto ad altri comparti economici, all'applicazione di criteri di libera concorrenza; questa tradizionale "ingessatura" offre ad alcuni (operatori assicurativi) il pretesto per scongiurare il rischio di un cambiamento a loro poco favorevole, e ad altri (assicurati) un facile alibi per deresponsabilizzarsi, addebitando esclusivamente al mercato assicurativo gli effetti nefasti della scarsa trasparenza delle polizze; in realtà, a mio parere, sia la concezione sia l'adozione del rating richiedono un impegno del tutto sostenibile dall'assicurato, magari con l'assistenza di professionisti qualificati o di associazioni di categoria.

4. Conclusioni
«... L'impresa innovativa è in grado di provocare o di assecondare i processi di cambiamento solo se è capace di sviluppare nuove conoscenze, di creare nuove informazioni sul versante tecnico e su quello manageriale (capacità di creare nuovi paradigmi disimparando vecchi paradigmi(2))».
Mi pare che il problema da affrontare non sia costituito tanto dal rating assicurativo in sé quanto piuttosto dal pensiero che del rating assicurativo sviluppiamo.
Il rating, infatti, di per sé costituisce un metodo di lavoro che, benchè sicuramente perfezionabile, presenta una valenza tecnica oggettivamente poco discutibile. Inoltre, risponde ad una logica molto trasparente e si presta a numerose applicazioni, nell'ottica di una maggiore semplificazione dei processi valutativi e decisionali.
Il vero problema, dunque, è rappresentato dalla quantità di opinioni preconcette, esperienze maturate in un contesto differente e non più attuale, timori di compromettere comodi equilibri tra domanda e offerta di prodotti, e paure di sovvertire consolidati interessi di bottega mettendo in discussione un certo modo di lavorare. Tutto ciò genera diffidenza verso questo strumento di lavoro innovativo, e ne scoraggia una conoscenza più approfondita.
La domanda che dovremmo porci, allora, con riguardo al rating assicurativo (e, forse, a tanti altri temi di ordine economico e strategico) è la seguente: vogliamo innovare sul serio o no? Siamo intenzionati ad accrescere la qualità delle relazioni con il mercato assicurativo o preferiamo continuare con la vecchia logica della "pacca sulla spalla"?

* * *
Note:
(1): Andreoni P., "Tempo e lavoro", 2005, Mondadori (torna su).
(2): Coviello A., "Il governo dei rischi d'impresa", 2004, Giappichelli Editore, Torino, pag. 180 (torna su).



Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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