Rating, la riforma può attendere
di Arturo Zampaglione
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 29 giugno 2009
Annoverate dagli esperti economici e dai media tra le maggiori responsabili della catastrofe finanziaria del
2008, le agenzie di rating, cioè le società che giudicano l'affidabilità degli investimenti, sono riuscite
finora a evitare punizioni esemplari, condanne giudiziarie e riforme del loro operato. Persino il piano di
Barack Obama per rivoluzionare e modernizzare i meccanismi della finanza si occupa solo marginalmente di loro.
Eppure per Moody's, Standard & Poor e Fitch, si apre la fase più complessa e pericolosa. Cominciano infatti a
fioccare cause di risarcimento danni da parte di investitori traditi.
Si moltiplicano le ipotesi di cambiamento nel sistema del rating. Il Congresso promette di occuparsi della
questione. E, a livello americano come a quello internazionale, si chiede una svolta profonda per evitare il
ripetersi dei guasti del passato. Si moltiplicano le ipotesi di cambiamento nel sistema del rating. Quando nel
settembre 2008 Dick Fuld avviò le procedure fallimentari per la Lehman Brothers, costringendo migliaia di
dipendenti a uscire dal grattacielo con gli scatoloni degli effetti personali e soprattutto innescando effetti
a catena nella finanza globale, la banca di Wall Street godeva ancora del grande rispetto delle agenzie di
rating. Standard & Poor's aveva assegnato alle emissioni della Lehman Brothers il voto A, che sta a indicare
una forte capacità di onorare gli impegni finanziari.
La Moody's dava il voto A2 che sta a designare "un basso rischio creditizio", mentre la terza, la Fitch,
attribuiva addirittura un A+ ("alta qualità del credito"). Tutte e tre si erano sbagliate di grosso. La storia
centenaria della Lehman si trasformò in un cumulo di carta straccia, distruggendo i risparmi di milioni di
investitori. Non fu un errore episodico. Le agenzie di rating presero degli abbagli in tanti altri capitoli
della tempesta finanziaria, dalla Bear Stearns all'Aig. E non solo non hanno suonato l'allarme in tempo, ma
hanno contribuito - questa la convinzione sempre più diffusa - a innescare la crisi dei subprime e del credito.
Da questa convinzione è partita una serie di cause giudiziarie promosse da investitori come Ron Grassi, un
avvocato in pensione della Florida il cui caso è stato portato alla ribalta da un servizio di Bloomberg market.
Dalla stessa convinzione nasce l'esigenza di una riforma del rating. Già in occasione della riunione di marzo a
Londra del G20 era stato chiesto che le società di rating fossero sottoposte a maggiori controlli per renderne
più trasparenti le decisioni. Altre proposte riguardano i canali di finanziamento: oggi S&P's, Moody's e Fitch,
che controllano il 98% delle attività di rating, costituendo in pratica un oligopolio, si fanno pagare dalle
società che emettono i bond. «Ciò crea - dice Lawrence Imperatore, professore di economia alla New York
University - un conflitto d'interessi». Un'alternativa sarebbe di far pagare il rating dagli investitori
istituzionali.
C'è chi suggerisce di affidare allo stato, attraverso un'agenzia ad hoc, il rating. Un sostenitore di questa
linea è Eric Dinallo, che è il capo della struttura di controllo sulle assicurazioni nello stato di New York
dove la maggioranza delle compagnie americane hanno il quartiere generale. Secondo Dinallo, proprio per il
fatto che il sistema economico e lo stesso governo attribuiscono tanta importanza al rating, le attività in
questo settore dovrebbero essere rilevate da un organismo pubblico finanziato dalle società di assicurazione
che sono tra i maggiori investitori in bond.
A dispetto di tutte queste idee, oltre che delle pressioni a livello internazionale (la tedesca Merkel è molto
attiva al riguardo), la Casa Bianca è rimasta molto cauta. Forse troppo, dicono alcuni, ipotizzando che
l'intensa lobby delle società di rating abbia neutralizzato gli sforzi di riforma. Sta di fatto che nel piano
presentato a metà giugno da Barack Obama e dal suo ministro del Tesoro Tim Geithner per modificare i meccanismi
di controllo della finanza - e che è stato presentato come la più grande rivoluzione nel settore dai tempi della
grande depressione - i riferimenti alle agenzie di rating sono scarsi e molto vaghi.
Nelle 108 pagine del piano si ipotizza un minor ruolo delle agenzie "qualora sia possibile". Si chiede alle
autorità di controllo di "minimizzare" la possibilità che le banche usino titoli con un alto rating per ridurre
i livelli di capitale da loro richiesti. E si rimproverano gli investitori "per essersi basati troppo sulle
agenzie di rating". Il documento ObamaGeithner sarà sottoposto al vaglio del Congresso, che ha promesso di
varare la legge entro la fine dell'anno. Ed è probabile che il tema delle società di rating torni alla ribalta
visto che già nell'ottobre scorso un comitato parlamentare ad hoc aveva aperto un'inchiesta specifica,
documentando le responsabilità delle agenzie nel crac della finanza globale. Ma non è ancora chiaro quali
orientamenti prenderà la riforma.
Di sicuro ci sono molti interessi economici in gioco e c'è da scardinare (o valorizzare, a seconda dei punti di
vista) un approccio che privilegia il rating, su ogni altra considerazione, nelle scelte del governo e di altri
protagonisti della finanza. Un esempio? E' ancora in vigore una regola della Sec che impone ai gestori dei
fondi di money market, un mercato di 3.670 miliardi di dollari, di collocare il 95% dei loro investimenti in
commercial paper che abbiano un rating molto alto.
Fondata esattamente un secolo fa da John Moody, quotata a Wall Street dal 2000, la Moody's Investors Service fu
la prima società di rating degli Stati Uniti e all'inizio vagliava soprattutto i bond delle aziende ferroviarie.
Ha sempre avuto guadagni altissimi: tra il 2000 e il 2007, grazie soprattutto ai debiti cartolarizzati,
diventati la maggiore fonte di utili, i margini di profitto sono stati in media del 53%. E' guidata adesso da
Raymond McDaniel, controlla il 40% del mercato e tra i suoi azionisti figura la Berkshire Hataway di Warren
Buffett. Sette anni dopo Moody's, fu lanciata la Standard Statistics, da cui poi hanno tratto origine le
attività di rating della Standard & Poor's. Presieduta da Deven Sharma, 53 anni, rilevata nel 1966 dal gruppo
McGrawHill, la S&P si occupa di indici di borsa (tra cui il celebre S&P 500) e di analisi finanziarie, oltre
che di ratings. La Fitch, invece, di cui è chief executive Stephen Joint, appartiene al gruppo francese Fimalac:
più piccola delle prime due, ha fatto negli ultimi anni da ago della bilancia, assumendo spesso posizioni più
generose (troppo, secondo alcuni critici).
Accanto alle tre big del rating ci sono altre sette società minori: tutte e dieci fanno parte del Nrsro
(National recognized statistical ratings organisations), un albo apposito istituito dalla Sec nel 1975.
L'esistenza del Nrsro conferma l'atteggiamento ambiguo del governo americano degli ultimi trent'anni: da un
lato ha attribuito responsabilità crescenti alle agenzie di rating, estendendone il ruolo in ogni angolo del
sistema finanziario. Gli stessi programmi di salvataggio della finanza affidati a Geithner e a Bernanke fanno
perno sui "voti" delle società. Da un altro lato Washington ha chiuso gli occhi di fronte ai ripetuti guasti
del meccanismo. Quattro giorni prima della sua implosione nel 2001, la Enron godeva ancora del sostegno di
Moody's, S&P e Fitch. Lo stesso accadde con il fallimento della Worldcom di Bernie Ebbers. E non c'è da stupirsi,
dunque, se le tre agenzie, assumendo una funzione più di consulente che non di giudice, hanno finito per aiutare
le banche nel creare l'immenso mercato dei titoli legati ai mutui subprime, il cui collasso ha scatenato poi la
tempesta globale. Al suo apice era un mercato con un valore di 3200 miliardi di dollari e le agenzie di rating
davano di solito la tripla A, cioè il punteggio massimo, al 75% di queste emissioni, basandosi sulla solidità
della banca che le lanciava.
Le big del rating pensano di difendersi dalle offensive giudiziarie degli investitori traditi, come Ron Grassi,
ricordando l'avvertenza contenuta in ogni loro giudizio: "Nessuno dovrebbe basarsi unicamente sul rating nel
decidere gli investimenti". Come dire: il rating è solo un'opinione. Finora l'avvertenza è servita a
neutralizzare le richieste di risarcimento. Ma il problema è molto più ampio, riguarda il ruolo stesso
dell'attività di rating nella finanza del futuro. Il piano Obama non fornisce ancora risposte convincenti, ma
non c'è dubbio che stiano aumentando le pressioni da ogni parte per arrivare a una riforma profonda del sistema.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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