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Rassegna stampa - Documento |
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Regolatori contro agenzie finisce la tirannia del rating
di Federico Rampini
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 12 dicembre 2011
In mezzo a tante notizie che hanno agitato i mercati la settimana scorsa,
nell'attesa convulsa del vertice salvaeuro e poi nei postumi del summit,
non dovremmo sottovalutare una non notizia. E' il classico caso del "cane
che non ha abbaiato", come nella novella di Arthur Conan Doyle. La non-notizia
in quel caso era importante, perché il cane avrebbe dovuto abbaiare. Anche nel
nostro caso è importante la non-notizia. A metà settimana è accaduto questo:
Standard and Poor's ha annunciato che avrebbe messo sotto sorveglianza, con il
50 per cento di probabilità di downgrading, ben 15 paesi della zona euro incluse
Germania e Francia. Una bomba, potenzialmente. Ma solo potenzialmente: in realtà
i mercati hanno reagito con uno sbadiglio.
Per distrazione? Figuriamoci: la notizia ha avuto una discreta risonanza sui
media. Solo che i mercati l'hanno liquidata con una scrollata di spalle. Forse
perché era stata già prevista, e quindi era già scontata? La verità è un'altra:
in modo lento, progressivo e quindi indolore, l'influenza delle agenzie di
rating sta declinando.
Ben presto i "Signori del rating" che hanno fatto tanta paura ai governi, non
conteranno più quasi niente. Un colpo fenomenale alla loro autorevolezza
ovviamente queste agenzie se l'erano date da sole, con i terribili conflitti
d'interesse venuti alla luce nella crisi dei mutui subprime: ricordiamo tutti
che la "finanza tossica" venne propinata ai mercati con tanto di etichette
"tripla A" incollate a pagamento dalle agenzie. Comprate e vendute, al servizio
di un sistema finanziario profondamente corrotto. Eppure quello scandalo, che
avrebbe dovuto segnare la fine del potere di S&P, Moody's e Fitch, non era stato
il colpo di grazia.
Sfruttando le loro alleanze politiche, le tre regine del rating erano riuscite
anzi a mettere a segno un colpo magistrale: il loro mestiere è rimasto
miracolosamente fuori dalla maxiriforma delle regole dei mercati. Nella legge
Dodd-Frank, così chiamata per il nome dei due principali firmatari ma
fortissimamente voluta dallo stesso Barack Obama, all'inizio doveva esserci
anche un giro di vite sulle agenzie di rating, ma al termine dell'iter
legislativo quella parte era sparita come per incanto. E tuttavia era solo
un rinvio, nel regolamento dei conti.
Che l'influenza delle agenzie di rating fosse in declino, non era evidente
perché l'esplodere della crisi dei debiti sovrani sembrava regalare al
"triopolio" una visibilità e un potere perfino maggiore. Ricordiamo cos'è
accaduto nella notte fra il 5 e il 6 agosto, quando è stato annunciato il
clamoroso downgrading degli Stati Uniti d'America.
In apparenza, l'apogeo del potere dei Signori del rating.
L'America umiliata e offesa. Il mondo che s'interroga sulle conseguenze.
La Cina che chiede garanzie con toni minacciosi. Uno shock globale, uno
schiaffo senza precedenti per la più grande economia mondiale. Le ripercussioni
politiche: la destra americana che parla di "declassamento di Barack Obama",
interpreta la perdita della "tripla A" sui titoli di Stato come un verdetto
sul presidente e sul bilancio del suo governo.
«Va licenziato subito il segretario al Tesoro Tim Geithner»: all'unisono questa
richiesta è lanciata dai maggiori candidati repubblicani alla nomination per
le presidenziali del 2012. Dal Tesoro Usa esce una reazione ufficiale molto
stizzita. Tim Geithner accusa S&P di macroscopiche inesattezze nei suoi conti:
«Un giudizio fondato su errori di calcolo dell'ordine di 2.000 miliardi di
dollari si commenta da solo».
L'attacco a S&P rivanga il passato: le agenzie di rating avviluppate nei
conflitti d'interesse non furono capaci di prevedere i disastri dei mutui
subprime e i crac bancari del 2008. Tuttavia una lettura attenta del documento
di S&P che motiva il downgrading rivela singolari analogie con quanto poi la
stessa agenzia scriverà a proposito di altre nazioni. Frasi sulla «inefficienza
della risposta istituzionale al deficit pubblico», che compaiono nel rapporto
S&P, lasciano capire che non è in discussione la capacità dell'America di
ripagare i suoi debiti. Il giudizio è politico, Obama e l'agenzia di rating
sono d'accordo che qualcosa si è rotto nel dialogo bipartisan.
In passato, dalle situazioni di stallo fra un presidente e un Congresso di
opposte tendenze, l'America usciva con compromessi e convergenze di segno
moderato. Nello psicodramma dell'agosto 2011 sul debito invece si è verificata
una situazione inedita: un pezzo del partito repubblicano, legato al
movimento anti-Stato del Tea Party, avrebbe preferito senz'altro il
default a qualsiasi concessione.
Problema politico, dunque, non economico e neppure finanziario. Ma allora a
che serve il rating, se è il riassunto di un'analisi politica su problemi
di lungo termine, mentre non ci dà informazioni utili sulla reale solvibilità?
Ecco, quel che accade nei mesi successivi è il vero affossamento dei rating.
All'esplosione della crisi dell'eurozona, i Treasury Bond Usa diventano il
bene-rifugio per eccellenza, gli investitori ne fanno incetta, il loro valore
sale. Alla faccia del downgrading! Chi si ricorda più quel clima da Apocalisse
del 6 agosto? E allora perché prendere sul serio i giudizi successivi dei
signori del rating? Al massimo agitano i mercati per poche ore, o minuti, se
qualcuno decide di usarli a fini speculativi: come accadde col "falso
downgrading" della Francia, che ha convinto vieppiù il commissario europeo
Barnier ad accelerare i tempi della direttiva Ue, per imporre alle agenzie
la responsabilità civile.
Nel frattempo una riforma almeno altrettanto punitiva sta passando negli
Stati Uniti. Stavolta avviene alla chetichella, senza grandi dibattiti
politici. Di fatto in sede di attuazione della legge Dodd-Frank, gli organi
di vigilanza stanno "ripescando" alcuni dei progetti più audaci, che vengono
reintrodotti all'interno dei regolamenti attuativi di quella legge. Così è
accaduto che la Federal Deposit Insurance Corp., cioè l'ente pubblico che
assicura i depositi e conti correnti (e come tale esercita anche alcuni dei
poteri della vigilanza bancaria) ha stabilito che le banche maggiori devono
smettere di usare i rating per valutare la rischiosità dei loro asset.
Infilata dentro un regolamento attuativo, quasi di nascosto, questa è una
regola rivoluzionaria.
Cancella 70 anni di storia del capitalismo finanziario americano, durante i
quali il ruolo dei rating si era allargato e consolidato a dismisura. L'uso
dei rating era diventato obbligatorio per molti investitori istituzionali,
per esempio i fondi pensione che spesso possono avere in portafoglio solo
dei titoli con la tripla A.
Ebbene, la Fdic adesso ha stabilito l'esatto contrario: i rating sono
inaffidabili dopo il disastro colposo o doloso dei mutui subprime e
l'authority non vuole più siano usati: le grandi banche devono utilizzare
metodi più seri e rigorosi per valutare la rischiosità dei loro asset.
Questa nuova regola si applica alle 30 maggiori banche americane, quelle che
hanno almeno un miliardo di dollari di attivi in bilancio. Fa parte delle norme
varate per migliorare la difesa del sistema finanziario mondiale, contro il
rischio sistemico. Per molti aspetti, l'editto della Fdic è l'equivalente di
una condanna a morte per le agenzie di rating. Se non fosse che, in realtà,
quelle si stavano già suicidando da sole.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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