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Responsabilità, un valore multinazionale
di Stefano Salis
Il Sole 24 Ore
Giovedì 4 dicembre 2003

Iniziamo con un'ipotesi. L'amministratore delegato di una grande azienda, poniamo petrolifera, mette a punto, investe e vara un programma di riduzione degli infortuni. Il programma funziona perfettamente, gli infortuni si riducono a zero, la produttività dello stabilimento aumenta e così la voglia di lavorare degli addetti. Ebbene: questo manager ha compiuto un'operazione di responsabilità sociale (Csr) (in questo caso verso degli stakeholders interni, i lavoratori) o ha, semplicemente, eseguito una razionalizzazione dei costi e massimizzato la performance degli operai, compiendo solo un'operazione (benemerita) di maggiorazione del reddito dell'impresa?
Ancora: un altro manager decide di smaltire i rifiuti tossici di un'azienda, andando ben oltre i limiti imposti dalla legge. Facendolo si accorge che il processo di smaltimento è migliorabile in più punti: ne guadagna, sì l'ambiente circostante (cioè tutti gli stakeholders esterni dell'azienda), ma anche la redditività della filiera. Di nuovo: siamo di fronte a un'azione di Csr o no? Gli esempi potrebbero fioccare, le risposte non sono univoche. Le aziende, in questi ultimi anni soprattutto, si sono "sbizzarrite" nel trovare pratiche di responsabilità sociale. Ma, probabilmente, la verità sta nel mezzo: sempre più, infatti, ci si accorge che le pratiche di responsabilità sociale aumentano non solo la reputazione e la credibilità di un'azienda, ma ne migliorano in molti casi anche i conti economici. Almeno nelle strategie di lungo periodo.
La ricerca Istud. Non essendo possibile definire in maniera precisa cosa sia la responsabilità sociale delle imprese, né essendo possibile identificare un modello unico di pratica, una ricerca promossa dall'Istud (Istituto studi direzionali) (omissis) ha almeno reso evidente, però, che essa sta impattando e trasformando la strategia, la comunicazione, l'organizzazione e lo stesso stile di management delle multinazionali europee, influenzando le attività core delle aziende.
Il progetto, denominato Rebus (RElationship between BUsiness & Society) si è articolato nell'arco di due anni e ha ricostruito la percezione che il management e la società nel suo complesso hanno del tema attraverso 28 casi di studio di grandi imprese in Italia, Francia, Germania e Svizzera. «La creazione e la diffusione nelle imprese di una cultura di Csr - dice Marella Caramazza, direttore generale dell'Istud - passa attraverso il susseguirsi di momenti in cui la Csr influenza vicendevolmente opzioni strategiche e soluzioni organizzative e produce, nei casi più auspicabili, lo sviluppo armonico e coerente di entrambe le dimensioni». Un'eccellenza, quest'ultima, non sempre raggiunta. E non mancano le sensazioni critiche. Soprattutto perché spesso - e lo ha ricordato ieri Mauro Magatti, docente dell'Università Cattolica di Milano - le misurazioni di un effettivo ritorno economico delle operazioni di Csr sono piuttosto difficili. Ritorno che molti dei rappresentanti delle aziende interpellate hanno identificato sostanzialmente in un accrescimento della brand equity. La ricerca è doppiamente interessante poiché effettuata sul top management, che spesso percorre in solitaria la strada della Csr e solo in un secondo momento riesce a farsi seguire dai collaboratori. D'altra parte i risultati dicono che la sperimentazione di pratiche socialmente responsabili «porta - continua Caramazza - i membri dell'organizzazione ad apprendere nuovi modi di operare e successivamente a consolidare prassi e valori, assenti fino ad ora nella cultura dell'impresa, compatibili con le attese di chi rappresenta, a vario titolo, il contesto esterno in cui l'impresa opera».
Le evidenze. Eppure le perplessità resistono, rispetto a certe evidenze sperimentali. Dato per scontato che la Csr è poco incisiva sull'innovazione del business o di prodotto, i manager intervistati fanno fatica anche a quantificare l'investimento in Csr. Più netta la spaccatura che emerge nella ricerca Istud in merito alla comunicazione delle azioni. Si avverte la presenza di due filosofie opposte: quella del «fatti non parole» e quella del «parlarne per fare cultura»; quest'ultima, secondo l'istituto di ricerca, sembra quella che più probabilmente si affermerà in futuro.
Ancora indietro siamo nell'organizzazione. Se il top management è direttamente coinvolto nella gestione di questa strategia (e quasi sempre ne è l'ispiratore) la partecipazione e il coinvolgimento del middle management sono decisamente limitati e una funzione specifica Csr esiste solo in poche realtà. La leadership è ancora decisiva e il processo decisionale è prevalentemente direttivo e dall'alto verso il basso. Dall'alto. E se dall'alto arriva, nella singola azienda, l'input verso la Csr, le imprese non sembrano favorevoli, invece, ad una regolamentazione dall'alto del tema nel suo complesso. Nella tavola rotonda che ha visto la partecipazione di alcune delle aziende coinvolte è emerso che la sollecitazione del legislatore è benvenuta, purché non si tramuti in un sistema di vincoli e che finisca per premiare solo la filantropia. Una posizione che è stata ribadita anche da Caramazza: «Il progetto del ministero del Welfare presentato a Venezia non lascia libertà d'azione nella Csr». Ma il terreno è fertile e le proposte non mancano. Intanto proprio l'altro giorno il ministero e Unioncamere hanno firmato un protocollo d'intesa, per promuovere azioni di sostegno alla diffusione di una cultura della responsabilità sociale.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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