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Approfondimenti - Documento |
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Sabbie mobili? No: petrolio!
di Mirco Leonelli (Analista finanziario)
Marzo 2010
Le chiamano oil sands, sabbie petrolifere, ma forse sarebbe meglio definirle tar sands, sabbie di
catrame e bitume. Stiamo parlando di quella che potrebbe diventare una nuova e importante fonte di petrolio
dalla quale attingere per ridurre la cronica dipendenza delle economie occidentali dai paesi instabili del
medio oriente, beffeggiando i fautori della peak oil theory che vedono la produzione di greggio
stabilizzarsi per poi calare a fronte di una domanda in continua crescita. Ad oggi ci troviamo in una
situazione nella quale dai principali giacimenti petroliferi arriva una quantità di petrolio sempre minore a
causa della profonda e per certi versi dannosa utilizzazione che ne è stata fatta in passato. Tecniche di
estrazione sempre più invasive hanno infatti portato verso l'esaurimento i vecchi pozzi mentre i nuovi
richiedono ancora un po' di tempo prima di arrivare completamente a regime. Vi sono inoltre problematiche di
natura regolamentare e diplomatica con i governi di diversi paesi. La Russia sta sempre più isolandosi mentre
in Sud America vi sono in atto tentativi di nazionalizzazione dei giacimenti. Questa situazione fa si che si
dia sempre più importanza alle tecniche non convenzionali di estrazione del greggio. E a tale proposito la
sabbia bituminosa rappresenta, insieme al gas naturale liquefatto, la più promettente alternativa alla
produzione convenzionale di petrolio e gas. Parliamo di una riserva di greggio che per alcuni geologi potrebbe
arrivare a 2.000 miliardi di barili (175 miliardi quella ufficialmente stimata) e fare impallidire quella
dell'Arabia Saudita che con i suoi dichiarati 264 miliardi è al primo posto al mondo per disponibilità di
petrolio. Queste sabbie sono diffuse in varie parti del pianeta, dall'Australia al bacino dell'Orinoco in
Venezuela, ma soprattutto in Canada, regione dell'Alberta, lungo le rive del fiume Athabasca. Qui migliaia di
lavoratori, molti immigrati, da una trentina di anni scavano il terreno per conto di una serie limitata di
società canadesi. Aiutati da caterpillar, immensi trattori dell'omonima casa americana, estraggono questa
sabbia miracolosa che dopo non poche - e soprattutto molto costose - lavorazioni si trasforma in petrolio, non
di buonissima qualità come quello nigeriano, ma pur sempre oro nero per soddisfare la fame di energia degli
americani in primis. Ma il processo non è semplice. Il terreno si presenta come una distesa irregolare di
sabbie mobili, pietre, argilla e pozze vischiose. D'inverno si raggiungono anche i tranta gradi sottozero e
non è facile trovare lavoratori disposti a impiegare le loro giornate in questa dura ricerca. A questo contesto
non proprio idilliaco si aggiungono problemi di impatto ambientale e rigide norme dell'amministrazione locale.
Per non parlare dell'enorme uso di vapore e acqua calda (oltre tre barili per ogni barile di petrolio)
indispensabile sia per fare confluire in superficie il bitume più profondo, sia per separarlo dalla sabbia e
dal pietrame con l'aiuto di vari solventi. E' vero, il Canada con i suoi fiumi e le sue cascate è una regione
ricca di acque dolci, ma quella che è destinata a diventare l'oro blu del futuro (l'acqua) sta scarseggiando
anche li, al punto di obbligare molte regioni a lanciare appelli per evitare gli sprechi. Ad oggi si stima che
siano necessari almeno 40-50 dollari per produrre un barile di greggio dalle sabbie ma i costi sembrano
destinati ad aumentare, anche considerando i crescenti consumi di energia elettrica, benzina e gas naturale
necessari, rispettivamente, per le attività di estrazione, trasporto e soprattutto per riscaldare l'acqua.
Gli annunci di alcune società canadesi che vedono i costi dei loro progetti di estrazione in Athabasca
raddoppiare rispetto alle stime iniziali mettono ulteriori ombre sulla sostenibilità di queste ricerche. Si
stima infatti che siano necessarie quotazioni del greggio a sessanta dollari al barile per consentire un
ritorno del dieci per cento agli investimenti in essere, considerando anche la bassa concentrazione di bitume
all'interno di questa mescolanza di sabbia e argilla che si aggira su livelli del dieci-dodici per cento.
Inoltre, una volta separato dagli altri componenti, il bitume si presenta molto denso, con una elevata
concentrazione di metalli e con una viscosità molto alta e richiede efficienti impianti di raffinazione per
essere trasformato in idrocarburi. La statistica ci dice che ad oggi dalle sabbie dell'Alberta escono poco
meno di 1 milione di barili di petrolio al giorno, fatti confluire per la gran parte verso gli Stati Uniti.
Poca cosa se si pensa all'import americano (10 milioni di barili al giorno) e al vero obiettivo degli Usa: la
progressiva indipendenza energetica degli Usa dal petrolio mediorientale. Le potenzialità delle tar sands
sono quindi enormi ma sembrano necessari miglioramenti in termini di efficienza e produttività nelle tecniche
estrattive per sancire il definitivo successo delle sabbie bituminose ed evitare che si trasformino in uno
specchietto per le allodole. Fino a quel giorno i vincitori di questa corsa all'oro nero saranno, probabilmente,
la provincia dell'Alberta (grazie ai cospicui incassi derivanti dagli affitti dei terreni) e le aziende che
forniscono i mezzi e le infrastrutture necessarie per lavorare questo terreno sabbioso. A patto, ovviamente,
che gli investimenti in questi progetti di estrazione continuino a crescere. Al riguardo ci sarebbe il parere
negativo da parte degli ambientalisti. Greenpeace ha analizzato l'operato della BP (società petrolifera
inglese) facendo notare che per estrarre greggio dalle sabbie bituminose si emette quattro volte più CO2 che
con l'estrazione da un pozzo di petrolio "normale". Le emissioni collegate all'apertura dei nuovi pozzi
impedirebbero inoltre al Canada di rientrare nei limiti stabiliti dal protocollo di Kyoto. Ne deriva un
ulteriore ostacolo che rende sempre più difficile e costoso un progetto (quello dell'estrazione di petrolio
dalle sabbie bituminose) partito con intenti nobili ma che ha dovuto, sin dai primi scavi, fare fronte a
numerose avversità. Di certo però sappiamo una cosa: il petrolio è per definizione limitato in natura e in un
modo o nell'altro (con greggio non convenzionale o con le fonti rinnovabili di energia) dovremo prima o poi
fare i conti con tale ridotta disponibilità.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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