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Scuola e università, in Italia fallisce la fabbrica del futuro
di Eugenio Occorsio
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 13 giugno 2011

Hanno nomi in codice o in inglese le speranze perché la formazione dei giovani, il pacchetto scuola-università inserito dal governatore Draghi fra le otto emergenze nazionali, inverta finalmente la tendenza: Its, Executive PhD, peer evaluation. Partiranno tutti nel prossimo anno accademico. Sono nell'ordine gli Istituti tecnici superiori, la possibilità che al dottorato si acceda da una posizione già conseguita in azienda, la valutazione sia della didattica che della ricerca da parte di organismi indipendenti, esterni, competenti. Il tutto per frenare una deriva che ci costa ormai, nelle parole di Draghi, un punto di Pil all'anno.Gli Its, previsti da un decreto del 2008, sono corsi professionalizzanti extrauniversitari sul modello delle Scuole Universitarie Professionali svizzere, dell'Institut Universitaire de Technologie francese, delle Fachhochschulen tedesche. «Colmano un vuoto perché valorizzano le peculiarità del territorio e le richieste del mondo produttivo: servono a introdurre rapidamente nel lavoro chi esce dagli Istituti tecnici con una preparazione molto pragmatica», dice Claudio Gentili, capo dell'area education della Confindustria. «Sono in fase di startup 58 Fondazioni di partecipazione, molte delle quali con la presenza di imprese e associazioni territoriali e di categoria». Altrettanto cruciali i dottorati executive: «Sciolgono un legame anacronistico: quello secondo cui il dottorato di ricerca serviva solo come accesso alla carriera universitaria», spiega Massimo Bergami, direttore dell'Alma Graduate, la business school dell'Università di Bologna. «È un modo per coinvolgere le aziende nella vita universitaria, perché insieme con esse si costruiranno programmi didattici, e si darà vita ad uno scambio di docenti e di studenti. Le imprese porteranno negli atenei il loro valore aggiunto in termini di conoscenze pratica, le università le loro conoscenze profonde, si innesterà un circuito virtuoso per cui finalmente non si potrà più dire che un laureato in economia e commercio non ha mai visto un bilancio o un ingegnere non ha mai messo piede in un cantiere. Quante più strozzature saranno eliminate, tanto più rapido sarà l'incontro domandaofferta sul lavoro, e l'università smetterà di essere una penalizzazione per la crescita del paese». Quanto alla peer evaluation, la "valutazione dei pari" sul modello anglosassone, è il vero snodo su cui s'impernia tutto il processo di riforma che fra mille difficoltà si cerca di portare avanti, del quale la sofferta legge Gelmini è solo l'ultimo tassello. L'applicazione della legge, in vigore da novembre, prosegue peraltro in modo maldestro: «S'introduce il principio sacrosanto che non possono più essere le università a valutare se stesse, ma che a stendere il rating debbano essere comitati esterni con tecnici, docenti anche stranieri, esperti di provata competenza», commenta Andrea Ichino, docente di economia a Bologna. «In quest'ottica gli atenei stanno redigendo i nuovi statuti. Senonché solo ora, alla vigilia del termine per la consegna di questi statuti, è stata finalmente nominata l'Anvur, la commissione ministeriale di indirizzo e coordinamento per queste valutazioni. Ma non doveva essere fatto prima che cominciasse il processo di revisione degli statuti? Ei come costruire una casa, con tutte le difficoltà che comporta, partendo dal tetto». Quest'assessment dovrà intersecarsi con la riorganizzazione degli atenei, e da esso deriveranno i finanziamenti e la chiusura dei corsi obsoleti o poco frequentati. Ancora: ad esso si collega la restituzione di qualche flessibilità alla spesa degli atenei. «Oggi dice Ichino non si può ridurre l'organico, per cui qualsiasi taglio di bilancio si scarica interamente sulle altre attività a partire dalla ricerca». Di pari passo, come in una catena, si dovrà anche spostare il potere decisionale e organizzativo dalle facoltà ai dipartimenti. «L'obiettivo è un modello più moderno, più aderente alla realtà, meno pletorico», commenta Angelo Riccaboni, rettore dell'Università di Siena. «I dipartimenti sono per definizione strutture più snelle, più focalizzate su singole aree, regolati non più da un faraonico parlamentino ma da un più contenuto "consiglio di dipartimento". A quel punto l'esito della riforma dipenderà dal corretto equilibrio istituzionale fra dipartimenti e consiglio d'amministrazione dell'università, a sua volta più ridotto e con la presenza di membri esterni. Sarà importante far coincidere il tutto con la specializzazione nelle aree di eccellenza delle singole università». Ogni ateneo dovrebbe insomma identificare uno o più settori e su di essi puntare sfrondando il resto. «Qui a Siena abbiamo una forte presenza nelle biotecnologie, imperniata sui due poli dell'università e del centro vaccini exSclavo, ora Novartis. Proprio dalla cooperazione fra noi e loro sono nate diverse iniziative importanti, ed intorno a noi è nato un distretto di piccole aziende di prestigio internazionale». Ma a questa rivoluzione della governance saprà accompagnarsi una riqualificazione della didattica? Chi non ci crede ritiene che sarà insufficiente a risolvere l'equazione cattiva universitàbassa crescita. C'è però chi è possibilista: «La qualità degli insegnamenti e degli studenti italiani afferma Cesare Imbriani, ordinario di economia politica alla Sapienza di Roma non ha assolutamente niente da invidiare ai modelli stranieri. Mi creda, è tutta una questione di organizzazione. Risolti i nodi, l'università tornerà ad essere un motore per la crescita, se non altro per i minori sprechi di risorse, e smetterà di essere una palla al piede per il sistemapaese». Anche Roberto Nicoletti, prorettore dell'Università di Bologna, invita a valutare le statistiche con attenzione: «Certo, come numero i laureati negli altri paesi europei sono di più, ma bisogna vedere il livello. E anche il tanto magnificato sistema americano non produce necessariamente i migliori cervelli. Mediamente i baccalaureati sono peggiori dei nostri di primo livello». Poi però, a proposito del controverso 3+2, aggiunge: «Era meglio dividere con più attenzione gli insegnamenti. Invece spesso vengono interpretati i secondi due anni come una sorta di replica dei primi tre. Ma, diciamo la verità, i professori universitari non sono campioni di elasticità...» Il problema però, e anche questo non ha mancato di ricordarlo Draghi, è ancora più a monte. Gli studenti italiani di scuola superiore sono sistematicamente al di sotto dei loro coetanei: l'ultima rilevazione triennale del Programme for International Student Assessment conferma che i quindicenni scolarizzati italiani hanno un punteggio nella "comprensione dei testi" di 486 punti contro 493 della media Ocse, in matematica sono a 486 contro 493, in scienze a 489 contro 501 e così via. Gli studenti di Shanghai sono rispettivamente a 556, 600 e 575. «La situazione sta peggiorando inesorabilmente, sarà che in famiglia si legge meno, oppure che i professori sono demotivati», riflette Ilaria Cacciotti, ricercatrice di scienze della vita a Tor Vergata. «Del resto, la demotivazione accomuna gli insegnanti delle medie a noi ricercatori. Io continuo a fare ricerca solo perché ho ricevuto una Borsa di studio dell'Unesco. Tanti se ne vanno all'estero, e come dargli torto?». Questo della "fuga" è il tema più aspro, colpevole non ultimo del depauperamento della ricchezza nazionale, una buona fetta di quel Pil perso di cui parla Draghi. Riprende Ichino: «Quali strumenti abbiamo per trattenere i migliori quando ancora oggi l'unico parametro di valutazione di un docente è l'anzianità di servizio? Nulla che si avvicini al merito». Eppure l'internazionalizzazione è la chiave su cui imperniare un percorso di nuovo sviluppo anche accademico. «L'unico modo che abbiamo per attrarre a nostra volta i cervelli stranieri nelle università è avere la possibilità di offrire loro qualche incentivo in denaro, oltre ad un ambiente favorevole», spiega Riccaboni di Siena. E il rettore della Bocconi, Guido Tabellini, conclude: «La nostra scelta vincente è stata puntare sull'internazionalizzazione. Gran parte dei nostri studenti fa un periodo all'estero, e noi cerchiamo di attrarne di stranieri. Non vogliamo svuotare il paese: vorremmo però che il paese ci aiutasse a tenere qui i migliori. La nostra parte la facciamo».


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