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Se i banchieri "sparano" su Basilea 3
di Stefano Micossi (Direttore Generale di Assonime)
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 10 ottobre 2011

Cresce l'opposizione delle banche alle nuove regole sul capitale di Basilea, comunemente denominate Basilea III. Qualche settimana fa, Jamie Dimon, amministratore delegato del gigante bancario JP Morgan Chase, si era scagliato contro le nuove regole, secondo lui strumento di discriminazione delle banche americane rispetto a quelle europee. Ma anche i capi delle grandi banche europee alzano i toni contro Basilea III, vista come insopportabilmente onerosa. Nell'opinione pubblica si diffonde l'impressione che gli sforzi per riformare le regole della finanza stiano fallendo, bloccate dalle potenti lobby bancarie e finanziarie. Vale la pena di fare un po' d'ordine negli argomenti e nei controargomenti per affrontare correttamente le decisioni di policy che incombono.
Anzitutto, in generale gli sforzi per chiudere i buchi regolamentari emersi nella crisi finanziaria del 2008 stanno procedendo di buon passo, da entrambi i lati dell'Atlantico, perlopiù in maniera concordante, la grande eccezione essendo però proprio le regole per le banche. Così, i nuovi regolatori per il controllo del rischio sistemico - il Fsoc americano e l'Esrb europeo - sono stati costituiti e stanno iniziando ad operare. In Europa hanno iniziato ad operare le nuove autorità di sorveglianza dei mercati (Eba, Esma e Eiopa), con nuovi poteri di applicazione delle regole comuni; in America si sono riorganizzati i poteri di vigilanza, rafforzando il ruolo della Federal Reserve, ed è stato costituito il nuovo Bureau per la protezione dei consumatori. Nuove regole sono state approvate o sono in corso di finalizzazione per i gestori di fondi equity e hedge; per il rafforzamento delle infrastrutture di mercato, tra l'altro con la creazione di piattaforme di clearing per il regolamento delle transazioni in derivati; per le agenzie di rating.
L'Europa appare in ritardo su un aspetto cruciale, che è quello della risoluzione delle crisi bancarie, dove ancora tardano proposte incisive; il Regno Unito, nel frattempo, è andato avanti da solo, con un sistema separato di risoluzione per le banche operanti sotto la sua giurisdizione. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito sono in corso di adozione anche regole che limitano l'operatività delle banche commerciali nel trading in conto proprio e nei derivati.
In questo quadro, il principale punto dolente sono appunto le regole di Basilea. Al riguardo, vale la pena anzitutto di segnalare due fatti. Il primo: come si può vedere nel grafico, la leva sul capitale è sistematicamente più elevata per le maggiori banche europee che per le banche americane; ciò resta vero anche dopo il considerevole rafforzamento del capitale avvenuto dai due lati dell'Atlantico.
Il secondo fatto: la media europea è abbassata dalle banche francesi, inglesi, tedesche e svizzere, mentre le banche italiane e spagnole sono piuttosto in linea con quelle americane. Ciò avviene perché, nonostante l'uniformità formale delle regole, alcune banche hanno rapporti sistematicamente più bassi tra le attività ponderate per il rischio - le sole che assorbono capitale - e l'attivo totale. Per intendersi: a fine 2010 questo rapporto era pari al 15 per cento per UBS, 18 per Deutsche Bank, 27 per Barclays e 30 per BnpParibas; ma saliva intorno al 50 per cento per Intesa San Paolo e Unicredit, come per Citigroup e JP Morgan; Bank of America era al 64 per cento. Il basso rapporto tra attività rischiose, gravate dagli obblighi di capitale, e attivo totale, implica valori più elevati della leva, il rapporto tra attivo totale e capitale: a quel tempo, ad esempio, esso era pari a 39 per Deutsche Bank, 32 per Ubs, 10 per Bank of America. Le due grandi banche italiane si collocavano intorno a 15. Un rapporto di leva pari a 40 implica che una perdita del 2,5 per cento sull'attivo può cancellare il capitale della banca. Qui viene in questione la fondamentale inaffidabilità delle regole di Basilea, vecchie e nuove: gli attivi rischiosi sono identificati dalle banche stesse con sofisticati modelli interni che né i regolatori, né il mercato capiscono. Dunque, non possono funzionare neanche i due pilastri addizionali del sistema di Basilea, quello della vigilanza e quello della disciplina di mercato, perché manca una metrica facilmente leggibile dei rischi. Insomma, le regole di Basilea non funzionano e non possono essere riparate, come ogni giorno diviene più evidente; e Dimon non ha tutti i torti quando dice che le regole creano un vantaggio per le (alcune?) banche europee.
Emerge anche la maggior fragilità del sistema bancario europeo, ora esposto al rischio di perdite ingenti sui debiti sovrani. Il Fondo monetario stima in 200 miliardi di euro il fabbisogno di capitale addizionale per mettere in sicurezza le banche europee; secondo JP Morgan ne basterebbero 150, pur sempre un'enormità. Si capisce perché le banche, in questa situazione difficile, fatichino a seguire le richieste dei regolatori con fondi privati. Di qui le proposte di riattivare i meccanismi di aiuto pubblico alle banche del 2008; è emersa anche l'idea di un fondo "Tarp" all'europea capace di rilevare gli attivi "tossici" dai bilanci delle banche, come gli Stati Uniti fecero nel 2008. Ma mentre la Germania si muove, la Francia esita, per il timore di perdere la Tripla A sui suoi debiti sovrani.
Siamo dunque a un passaggio difficile. L'origine del problema è la crisi di fiducia che ha investito la zona euro; l'incapacità di risolverla sposta il fronte del contagio sulle banche. Bisogna partire dall'origine e ristabilire la fiducia nei debiti sovrani, sennò anche le banche possono essere travolte. Le regole di Basilea c'entrano poco.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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