Se la finanza si mangia l'economia
di Marco Panara
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 23 gennaio 2012
Alla fine, il nocciolo della questione è lo scontro tra economia reale ed
economia finanziaria. I grandi vecchi non c'entrano, i fili sono troppo
intricati perché ci sia un burattinaio che possa tirarli, c'entrano i
sistemi di interesse o, se vogliamo volare alto, le logiche e le visioni del
mondo. La finanza è più forte, detta i tempi e giudica le scelte, e la sua
potenza ha basi solidissime. La prima è la dimensione, cresciuta enormemente:
nel 2003 per ogni dollaro di prodotto globale ce n'erano 9 di finanza; oggi,
per ogni dollaro di prodotto globale, di finanza ce ne sono 14. In valori
assoluti le cifre sono queste: 37 mila miliardi di prodotto globale e 321
mila miliardi di attività finanziarie nel 2003 e 63 mila miliardi di
prodotto e 851 mila miliardi di attività finanziarie nel 2010.
La massa delle attività finanziarie è quindi soverchiante, non c'è al mondo
soggetto pubblico che possa contrastarla. Interessante è anche la
composizione, perché di quegli 851 mila miliardi, solo 250 mila sono di
attività finanziarie tradizionali (quattro dollari per ognuno di prodotto)
mentre il grosso, 601 mila miliardi, sono derivati, ovvero le attività
finanziarie meno trasparenti e meno regolamentate che esistano.
Ma non è la dimensione la sola forza. Perché la finanza, a differenza
dell'economia reale, è mobilissima, supera i confini degli stati e i poteri
delle autorità di vigilanza, ed è velocissima, infinitamente più veloce e
reattiva di qualsiasi attività economica reale, di qualsiasi processo
legislativo o decisione amministrativa.
La forza soverchiante della finanza è una novità. E' sempre stato un potere
condizionante, ma fino al "big bang" che all'inizio degli anni '90 aprì i
mercati finanziari nazionali era il capitalismo industriale a prevalere,
tra General Electric o General Motors e Golman Sachs erano le prime a
contare di più. E anche dopo il "big bang" e fino al 2007 economia reale e
finanza sono andate a braccetto, alimentandosi a vicenda con mutua
opportunistica convenienza. La finanza alimentava il debito e con il debito
si tenevano alti i consumi i quali a loro volta gonfiavano i fatturati e i
profitti delle imprese.
La crisi ha rotto quella alleanza e oggi le logiche e gli interessi dell'una
e dell'altra sono diventati confliggenti. Per la finanza gli orizzonti sono
brevi, spesso brevissimi, a volte istantanei, il medio periodo non conta,
il lungo non esiste. Per l'economia la logica del breve periodo è devastante.
Ma non finisce qui. La finanza compete con l'economia reale per le risorse,
e promette molto di più con assai minore fatica. Tra mettere su un'impresa,
conquistare un mercato, lottare con le regole, il fisco e i debitori e
mettere i soldi in un hedge fund o in un private equity e incassare la
rendita non c'è partita. Infine c'è il fatto che molto poco e sempre meno
dell'enorme massa della ricchezza finanziaria filtra nell'economia reale, il
grosso veleggia tra le nuvole e si alimenta di se stessa, come testimonia
la montagna di miliardi investiti in derivati.
Il problema è che in questo strano conflitto all'interno del capitalismo le
vittime non sono astratte. Siamo noi, i cittadini, la gente comune, che vive
di economia e non di finanza. E il problema diventa più grosso se
allarghiamo l'obiettivo alle società e alle democrazie. Perché in questo
scontro la politica sta in mezzo: a votarla sono i cittadini che vivono di
economia, ma a dettare i tempi e i modi e a tenere di fatto la politica in
ostaggio è la finanza. Che giudica con le sue logiche basate sui tempi brevi
e determina i costi (quello del denaro innanzitutto). Senza rispondere a
nessuno se non ai suoi interessi, che sono di fare profitti, subito,
incurante dei prezzi economici e sociali che questa fretta predatoria
comporta.
«La libertà di una democrazia non è più sicura se il popolo tollera la
crescita di un potere privato fino al punto in cui esso diventa più forte
del loro stesso stato democratico», parole di Franklin Delano Roosvelt al
Congresso di Washington nel 1938. Siamo di nuovo lì, ed è il momento che
la politica si svegli, per restituire alla democrazia il suo primato. Non
c'è bisogno di demonizzare nessuno, la finanza se regolata serve a tutti,
e di regole ne basterebbero due: una Tobin Tax e l'obbligo di trattare i
derivati compresi i famigerati cds (credit default swaps) su mercati
regolati. La montagna si ridimensionerebbe e il suo rapporto con l'economia
reale, e quindi la vita di ciascuno di noi, diventerebbe un poco più
virtuoso. Un po' di coraggio e ci guadagneremmo tutti, compresi quegli
Stati Uniti e quella Gran Bretagna che all'avidità della finanza hanno
pagato un prezzo altissimo.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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