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«Un sistema da capire e da gestire»
di Rossella Bocciarelli
Il Sole 24 Ore
Domenica 27 giugno 2004

«Oggi, ancor più di ieri, di fronte al testo approvato dai regolatori di Basilea, il compito che abbiamo di fronte è quello di comprendere e gestire, più che quello di accettare o respingere». Rainer Masera conosce bene i punti di forza e di debolezza dell'industria finanziaria italiana, avendoli seguiti nel corso del tempo da banchiere, da ministro e da banchiere centrale. In più, ha seguito passo passo la complessa "story" dell'accordo di Basilea 2 perché fa parte del comitato dell'Iif (International institute of finance), quello che discute con le autorità di Basilea problemi e priorità dell'industria finanziaria internazionale.
«L'assetto dell'accordo, ormai, è definito. Ci sarà un ritardo di un anno per l'applicazione dei modelli avanzati, ma la cornice è chiara e ora viene porata all'attenzione delle autorità politiche che dovranno integrarla con le nuove regole». Anche le finalità, dice Masera, sono chiare: favorire la stabilità degli intermediari e del sistema finanziario con metodi e strumenti coerenti con l'evoluzione del mercato. «Ora - spiega al Sole 24 Ore - si tratta di mettere a fuoco degli elementi importanti soprattutto nella definizione del quadro normativo, cioè della direttiva della Commissione europea che dovrà poi essere ratificata dall'Unione europea. La Commissione ha già indicato chiaramente le guidelines che intende seguire».
Insomma, si passa alla fase di integrazione e operatività del sistema; una fase che interessa da vicino le banche ma anche le imprese. «Le banche non potranno che riflettere i termini dell'accordo sui rapporti con le imprese e le imprese dovranno valutarne appieno le implicazioni, capirne i meccanismi in modo da poter essere un interlocutore forte delle aziende di credito». La strada, però, non è del tutto spianata dal punto di vista metodologico. «Le complicazioni nascono dal fatto che sono simultaneamente in corso i processi di definizione dei principi contabili internazionali, i principi Ias. Resta un punto cruciale ancora da definire, la questione dei principi 32 e 39, quelli che hanno per oggetto il trattamento contabile e l'informativa da fornire in bilancio in materia di strumenti finanziari (crediti, titoli, derivati) con l'indicazione degli obiettivi e delle strategie di gestione dei rischi, con la contabilizzazione delle coperture in derivati».
Per le banche i nuovi principi contabili hanno grosse implicazioni: si tratta cioè di ridefinire tutti i processi operativi e di controllo, le procedure informatiche, molte delle aree organizzative. Cosa c'entra tutto questo con il nuovo accordo sui requisiti patrimoniali? «C'entra, eccome. E' fondamentale che esista convergenza e coerenza fra i nuovi principi Ias e i principi di Basilea 2. Altrimenti si corre il rischio che le banche debbano tenere documenti separati ai fini contabili e ai fini di vigilanza. Se la valutazione contabile di questi elementi è diversa da quella che si deve fare per Basilea 2, stiamo introducendo delle distorsioni nel modo di informare la vigilanza, il managemente della banca, nello stesso modo di informare il mercato». Ne risulterebbe insomma diminuita la trasparenza complessiva.
«C'è quindi necessità di dare coerenza a tutta questa materia nell'ambito della nuova direttiva Ue. Se non lo si fa, la complessità di Basilea 2 correrebbe il rischio di essere un fattore distruttivo piuttosto che costruttivo». Quanto alle imprese, esse entrano in gioco nel caso della definizione dei rischi di credito. «I sistemi di credit rating servono alle banche per allocare il capitale e fare un prezzo. Se le aziende imparano ad utilizzare questi parametri per fare un'autodiagnosi, possono adeguarsi agli standard richiesti per minimizzare i propri costi e non essere penalizzate sotto il profilo della disponibilità del credito».
Sono dunque del tutto fugati i timori degli ultimi tre anni? «Chi ha lavorato dall'interno - osserva Masera - ha visto dei notevolissimi miglioramenti, dato che il modello inzialmente presentato era da respingere. Per quel che riguarda l'Italia, per esempio, è stato riconosciuto il sistema dei confidi: è un fatto essenziale per un'economia come quella italiana che è caratterizzata da una miriade di piccolissime imprese». Certo, ricorda, esistono ancora punti che meritano riflessione. Per esempio c'è un problema di prociclicità che continua a preoccupare, anche se in parte è stata modificata e insieme alle tecniche Var (value at risk) sono state accettate anche le tecniche stress testing. «Però - afferma - ritengo che sarebbe opportuno disporre di una simulaizone relativa degli effetti di prociclicità: si tratterebbe insomma di stimare la loss given default in una fase di recessione, per evitare che in un'eventuale fase recessiva le banche tendano a stringere troppo i cordoni del credito. Non dimentichiamo che se il modello Basilea 2 dovesse essere applicato (e per ora non lo sarà) a livello mondiale ci sono 50 trilioni di dollari di esposizioni globali».
Infine, secondo l'economista, c'è un altro punto rilevante: «Continuo a non comprendere perché a livello europeo alle banche che lo desiderano non si possa applicare il cosiddetto approccio supersemplificato che è racchiuso in sei pagine e che era stato concepito per paesi emergenti come l'India o la Cina. Sarebbe comuqnue un passa avanti rispetto all'accordo Basilea 1, che ormai ha fatto il suo tempo, e potrebbe essere un modo per favorire piccole imprese e piccole banche»


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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