Solo due su mille oltre i 200 mila euro
di Sergio Rizzo
Corriere della Sera
Domenica 20 settembre 2009
Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti aveva spiattellato quei numeri scioccanti
durante un vertice di governo dedicato alle misure da prendere per dare una scossa
alla boccheggiante economia italiana, come emblema di una situazione da capovolgere.
In un Paese dove nel 2001 ben 230 mila persone avevano acquistato un costosissimo
Suv o un'auto di lusso, soltanto 17 mila contribuenti avevano dichiarato redditi
superiori a 300 mila euro. Chiara dimostrazione che qualcosa non quadrava, già da un
bel pezzo. E ancora non quadra. Da quella denuncia (era il mese di maggio del 2004)
sono trascorsi più di cinque anni e si sono alternati tre governi (di cui uno guidato
dal centrosinistra). Ma poco o nulla è cambiato, almeno a giudicare dagli ultimi dati
del Fisco relativi alle dichiarazioni Irpef presentate nel 2008.
Sapete quanti italiani hanno dichiarato di aver guadagnato nel 2007 più di 200 mila
euro? Appena 75.689. Ossia, lo 0,18 per cento dei 41 milioni e 66.588 contribuenti,
poco meno di due su mille. Ed è ancora niente. Perché dei 75.689 super ricchi, ben
43.006, cioè il 56,8 per cento, sono lavoratori dipendenti. Insomma: dirigenti
d'azienda, funzionari pubblici di rango più o meno elevato, magistrati. Poi ci sono
18.811 pensionati, che rappresentano un altro 24,8 per cento dei Paperoni italiani.
Fatto che non può non apparire sorprendente, il numero dei pensionati d'oro è soltanto
di poco inferiore a quello dei lavoratori autonomi che nel 2007 hanno dichiarato un
reddito superiore a 200 mila euro: 20.061 in tutto. Cifra che scende considerevolmente
per i percettori di reddito d'impresa: vale a dire i 2 milioni 43.003 titolari di
ditte individuali, in larga misura commercianti e artigiani. In questa categoria i
redditi che nel 2007 hanno superato la fatidica soglia dei 200 mila euro sono stati
soltanto 6.253.
Ancora, i contribuenti che hanno denunciato di guadagnare più di 100 mila euro non
sono stati che 382.662, meno dell'uno per cento del totale. Di questi, 218.198 (cioè
ben oltre la metà) erano lavoratori dipendenti. Va precisato che si tratta di dati
ancora provvisori e che fra i numeri dei contribuenti veri e propri e quelli delle
dichiarazioni ci possono essere alcune discrepanze, dovute al fatto che lavoratori
dipendenti possono avere anche redditi da lavoro autonomo. Le somme quindi non
tornano. Ma le proporzioni, salvo qualche aggiustamento, sono comunque giuste. Il
Fisco ci informa poi che la dichiarazione media del reddito da lavoro autonomo
(prevalentemente professionisti) è stata due anni fa pari a 37.124 euro contro i
19.334 euro del reddito da lavoro dipendente. E qui c'è una seconda sorpresa. Perché
se è normale che un lavoratore dipendente dichiari più di un pensionato (13.447 euro),
è difficile da comprendere come il reddito medio di una ditta individuale possa essere
inferiore a quel livello. Esattamente, 18.987 euro. Ma del resto la fascia più
numerosa di dichiarazioni nella categoria delle ditte individuali è quella di chi ha
denunciato fra i 15 e i 20 mila euro: sono 358.484. Come non è facile spiegare
un'altra particolarità tutta italiana. Stando sempre ai dati ancora provvisori del
Fisco, un numero assolutamente rilevante delle 940 mila società di capitali italiane
avrebbe chiuso il bilancio del 2007 in perdita. Addirittura il 45 per cento del
totale verserebbe in questa situazione.
Le imprese in rosso sono state ben 419.759 e hanno accumulato un buco di 53,5
miliardi: 127.490 euro in media. Le società in utile, invece, erano appena 520.459,
con profitti per 151,1 miliardi. Se tutto questo avveniva nell'anno precedente alla
crisi finanziaria più grave del dopoguerra, è veramente difficile immaginare lo
scenario che si potrebbe presentare ad Attilio Befera, il capo dell'Agenzia delle
Entrate, con le dichiarazioni del 2008. A meno che questa apparente assurdità non
nasconda qualcosa. «Non è affatto un fenomeno nuovo», dice Antonio Di Majo, ordinario
di Scienza delle Finanze all'Università di Roma Tre, che spiega: «Nel campo delle
società di capitali ci sono evidenti possibilità di elusione. Per questo ritengo che
il fenomeno abbia a che vedere con la limpidezza dei bilanci. Dimostrazione ne è il
fatto che fino a qualche tempo fa il 40% circa del gettito Ires di questa categoria
veniva dalle banche, che essendo soggette anche alla vigilanza della Banca d'Italia
sono obbligate a tenere una contabilità trasparente». Di Majo aggiunge che «nel
nostro Paese c'è una dinamica delle imprese elevatissima. Si chiudono e aprono
società con una rapidità impressionante e questo rende difficile seguirne i percorsi.
Ciò richiederebbe strutture ispettive particolarmente attrezzate, perché non c'è
dubbio che in tutto il mondo il Fisco funziona bene se funzionano i controlli».
Una situazione, quella delle società di capitali, che stride anche con quella delle
società di persone, dove i bilanci in rosso sono decisamente più rari. Queste sono un
milione 34.819 e rappresentano in prevalenza le piccole e le piccolissime imprese.
Ebbene, nel 2007 circa 148 mila hanno chiuso il bilancio in perdita, una fetta
inferiore al 15% del totale. Le società di persone hanno prodotto nell'anno in esame
un reddito di 32,4 miliardi. Se a questa somma si aggiungono il reddito delle ditte
individuali (39 miliardi circa) e gli utili delle società di capitali si ricava che
il sistema delle imprese ha prodotto redditi «positivi» per 222,3 miliardi, una somma
di poco superiore alla metà del 398 miliardi di redditi dichiarati dai lavoratori
dipendenti. Quanti di questi soldi sono finiti effettivamente nelle casse dello Stato?
Di Majo stima in 60,7 miliardi il gettito fiscale 2007 garantito dalle imprese. Ben
50,7 miliardi sarebbero relativi all'Ires delle società di capitali, mentre l'Irpef
pagata dalle società di persone si sarebbe attestata intorno ai 6 miliardi, contro i
4 versati (sempre di Irpef) dalle ditte individuali. Le piccole e piccolissime
imprese artigiane e commerciali, che rappresentano la stragrande maggioranza delle
società di persone e delle ditte individuali avrebbero cioè pagato nel 2007 una
decina di miliardi di euro di tasse. Ovvero il 7% dell'Irpef netta (142,5 miliardi)
che sarebbe finita all'Erario.
Numeri che secondo gli esperti offrono pochi margini per interventi fiscali a favore
del sistema delle imprese che da più parti si continuano a evocare. Una tesi ribadita
anche nel recente rapporto 2009 della Met (Monitoraggio economia e territorio) dove si
segnala comunque una condizione di sofferenza delle imprese, che devono fare i conti
con il progressivo ridimensionamento degli incentivi pubblici. Il rapporto afferma
che nello scorso anno sono stati erogati poco più di quattro miliardi di euro di
contributi, di cui però circa un terzo al solo settore aeronautico e aerospaziale,
controllato dalla Finmeccanica. Considerando questo elemento, fra il 2002 e lo scorso
anno il calo delle risorse pubbliche destinate alle imprese sarebbe stato del 63,6%.
Nel solo 2008, anno della grande crisi, la flessione sarebbe stata del 23,2%. Ma
questa è un'altra storia.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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