Sono più rischiosi i rapporti con aziende appartenenti ad un gruppo?
a cura di Cerved Business Information spa
Marzo 2004
La cronaca economico finanziaria degli ultimi tempi ha acuito i timori verso
il mondo delle aziende che operano in gruppo: a cominciare da Parmalat per finire
con Cirio, la sensibilità degli operatori finanziari, dei risparmiatori e dell'intera
opinione pubblica verso i gruppi d'imprese si è accentuata, in termini negativi.
Allargando però lo sguardo dalla cronaca di casi specifici ad una visione statistica,
che abbraccia l'intera realtà dei gruppi italiani e del tessuto economico in cui sono
inseriti, è logico chiedersi: in che misura il legame di aziende e persone con un
gruppo è segnale di maggiori rischi per chi ci si rapporta, siano banche, altre
imprese o privati?
Per dare risposta a questa domanda, Cerved ha effettuato uno studio sull'archivio
Gruppi Italiani, realizzato congiuntamente da Cerved e Centrale Bilanci sulla base
delle informazioni di bilancio.
Si tratta di un archivio composto da 148.014 imprese tra società capogruppo,
controllate e partecipate del gruppo con legami di collegamento o di minore entità.
Sono capogruppo tutte le società che depositano il consolidato e tutte le società
che hanno almeno una partecipata controllata, non essendo a loro volta controllate
da altre imprese: le informazioni dell'archivio Gruppi Italiani sono disponibili
come servizio online e batch (ndr: vai al sito di
Cerved).
Lo studio, focalizzato sulle 80.000 capogruppo e controllate che costituiscono il
perimetro di controllo, ha permesso di analizzare la struttura dei gruppi, la loro
incidenza sul territorio e nei settori produttivi ed osservare il comportamento delle
imprese che lo compongono rispetto ad alcune variabili rilevanti per la valutazione
di affidabilità.
Per meglio rispondere alla domanda "sono più rischiosi i rapporti con aziende
appartenenti ad un gruppo?", Cerved ha analizzato alcuni fenomeni.
1. Le imprese dei gruppi falliscono più delle altre?
Se si osserva il fenomeno dei fallimenti e si mette a confronto la sua intensità
nelle aziende che appartengono ad un gruppo con quella osservabile sull'intero
universo delle società di capitali italiane, la risposta è negativa.
Tra le società che appartengono ad un gruppo, le società fallite in Italia ammontano
infatti allo 0,4%, mentre la percentuale di fallimenti registrati sull'intero
universo delle società di capitali è pari al 3,1% (circa sei volte la percentuale
registrata nei gruppi). A questi risultati si è giunti confrontando i fallimenti
rilevati in due diversi insiemi: l'uno è costituito da tutte le imprese censite da
Cerved e Cebi come appartenenti ad un gruppo per almeno due anni, cioè presenti in
archivio sia nell'elaborazione 2002 che 2003; l'altro è rappresentato da tutte le
società di capitali attive.
Se si osserva il fenomeno nelle diverse aree geografiche si nota che per le imprese
attive la percentuale di fallimenti varia per più di 2 punti percentuali tra l'area
delle Isole (4,6 %) e quella Nordorientale (2,4%); per le imprese nei gruppi la
percentuale di fallimenti risulta invece per tutte le aree contenuta tra lo 0,3% e
lo 0,6%. I valori massimi e medi dei fallimenti nelle varie regioni per i due diversi
insiemi confermano il dato percentuale rilevato a livello nazionale: sul totale delle
società attive, il picco del fenomeno fallimenti è pari al 6,5%, nella regione
Basilicata; per le aziende dei gruppi il picco scende al 2,1% registrato nel Molise,
dove tuttavia il numero di gruppi è molto limitato e rende quindi poco significativo
il dato percentuale. In media, la percentuale di società fallite nei gruppi è pari
allo 0,5%, mentre ammonta al 3,8% del totale società attive delle regioni.
2. Quale livello di fallimenti si registra nelle regioni in cui i gruppi
giocano un ruolo più significativo?
Per valutare il peso dei gruppi finanziari nelle economie regionali sono state messe
in rapporto le imprese appartenenti ad un gruppo con il totale delle società della
stessa regione che hanno presentato il bilancio: ne deriva che, tra le grandi regioni
italiane, Lombardia ed Emilia Romagna sono quelle in cui è maggiore il ruolo giocato
dai gruppi, ai quali appartengono rispettivamente il 15,2% ed il 15,8 % delle società
di capitali presenti sul territorio: proprio qui si registrano sull'universo
regionale le percentuali più basse di fallimenti, pari al 2,2 % in Lombardia ed
all'1,9% in Emilia Romagna.
Ampliando l'area di analisi, si individuano altre due regioni con tassi di fallimento
più bassi della media nazionale: si tratta di Veneto e Piemonte: anche qui la
presenza dei gruppi è significativa e superiore alla media nazionale.
In conclusione, lo stesso tessuto imprenditoriale che produce percentuali più elevate
di imprese in gruppo dimostra anche maggiori capacità di evitare l'evento
fallimentare, con la prevenzione delle crisi aziendali oppure con interventi volti a
bloccarle prima del fallimento.
3. Qual è l'incidenza dei fallimenti nei settori dove esiste una maggiore
presenza dei gruppi?
Per valutare la rilevanza dei gruppi nei diversi settori di attività, Cerved ha
calcolato l'incidenza percentuale di capogruppo e controllate sul totale delle
società con bilancio depositato. E' stata poi calcolata per ogni settore la
percentuale di aziende in gruppo fallite nell'arco degli anni 2001 e 2002 e messa a
confronto con la percentuale di fallite dell'intero settore nello stesso arco
temporale. In questa analisi l'attenzione è stata focalizzata su otto settori, nei
quali esiste un insieme significativo di imprese appartenenti a gruppi, che superano
la soglia delle 1.000 unità: quattro sono settori produttivi, due dei servizi, uno
finanziario ed uno immobiliare.
Nei settori produttivi considerati ("industrie tessili", "fabbricazione di articoli in
gomma e materie plastiche", "fabbricazione di prodotti della lavorazione di minerali
non metalliferi" e "fabbricazione di macchine ed apparecchi meccanici, compresi
l'installazione, il montaggio, la riparazione e la manutenizone")
l'incidenza delle imprese in gruppo è superiore al 15% delle società del settore;
tra questi, il settore tessile presenta il maggior divario tra il tasso di fallimenti
dei gruppi (1,1%) e quello del settore (4,2%); si tratta di un settore maturo, dove
il fenomeno dei fallimenti è più elevato della media nazionale.
Nei servizi ("informatica e attività connesse" ed "altre attività professionali ed
imprenditoriali"), la presenza dei gruppi è significativa nell'informatica e nelle
altre attività professionali ed imprenditoriali: in ambedue le attività i fallimenti
risultano di poco superiori allo zero.
La presenza dei gruppi raggiunge il valore massimo nelle "attività di intermediazione
monetaria e finanziaria (escluse le assicurazioni e i fondi pensione)", dove le società dei gruppi ammontano al 34 % del settore
e registrano fallimenti nulli a fronte dell'1,2 % del settore.
4. Le aziende dei gruppi hanno maggiore capacità di creare valore aggiunto nel
processo produttivo?
Se l'analisi degli eventi di crisi è rilevante per disegnare uno scenario generale
per la valutazione di affidabilità, la capacità di generare valore aggiunto può
essere un indicatore interessante della capacità di tenuta del mercato e resistenza
alle turbolenze.
Le imprese dei gruppi producono in Italia il 64,2 % del valore aggiunto generato
dalle imprese industriali e commerciali. Le dieci province in cui il contributo dei
gruppi è più elevato sono concentrate nel nord e nel centro della penisola; tra
queste, Roma è la provincia dove il valore aggiunto prodotto nei gruppi raggiunge la
percentuale più alta, seguita da Genova, Milano e Torino.
5. Le crisi dei gruppi sono più difficili da prevedere perché i gruppi sono sempre
strutture molto complesse?
Se si guarda la struttura dell'archivio per classi dimensionali la risposta è
negativa. Il 92,6 % sono infatti gruppi costituiti dalla società capogruppo ed un
numero di controllate che varia da 1 a 5, mentre i gruppi con più di 20 controllate
sono circa l'1 %. Nella maggior parte di casi si tratta quindi di gruppi in cui la
struttura gerarchica può essere analizzata con facilità e i dati sulle imprese
possono essere acquisiti piuttosto rapidamente. Meglio però approfondire anche
l'analisi del contesto, dal territorio al settore, per arrivare anche alle persone:
dagli amministratori della capogruppo ai soci di tutte le aziende, si tratta sempre
di soggetti il cui profilo di affidabilità può influire in modo sostanziale
sull'affidabilità dell'intero gruppo, anche per incarichi e responsabilità che
risalgono agli anni precedenti il momento in cui si entra in contatto con la persona
e l'azienda.
Conclusioni.
In conclusione, i rapporti con aziende appartenenti ad un gruppo non risultano
statisticamente più rischiosi in base all'analisi dei fallimenti. Una corretta
gestione dei rischi richiede tuttavia un'attenta analisi delle singole imprese che
appartengono al gruppo e delle persone che in esso svolgono ruoli significativi.
Per ulteriori informazioni e per visionare i grafici e le tabelle complete che
accompagnano lo studio:
www.cerved.it
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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