Sorpresa, le banche italiane sono già avanti su Basilea 2
di Vittoria Puledda
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 14 aprile 2008
Sorpresa, le banche italiane non sono in ritardo rispetto ai parametri e ai dettami di Basilea 2. Non lo sono in
assoluto e non lo sono, men che meno, rispetto ai loro concorrenti europei. «Il nostro paese non va assolutamente
peggio dell'Europea e nemmeno del mondo spiega Marco Cecchi de' Rossi, amministratore delegato di Fitch Italia e
dunque uno dei "protagonisti" di Basilea 2, uno dei tre istituti di valutazione del rischio (insieme a Moody's e
da un paio di settimane a S&P) autorizzati da Bankitalia a dare i voti alle società le banche italiane non hanno
subìto forti perdite e quindi non devono fare grandi aggiustamenti, ora».
Non solo, l'opinione diffusa (ma non unanime, su questo aspetto) è che gli istituti di credito della penisola siano
relativamente ben attrezzati anche sotto il profilo gestionale, di organizzazione interna dei processi: il
cosiddetto Pillar 2, quello che dovrebbe guardare agli aspetti di funzionamento interno, di valutazione del rischio,
di misurazione dei margini di liquidità e di resistenza ad eventuali stress. Punti su cui i nuovi parametri di
Basilea sono particolarmente di attualità, dopo i disastri provocati dalla crisi dei mutui subprime (e che secondo i
pessimisti non hanno ancora finito di provocare danni).
Il nuovo set di regole, dopo anni di gestazione, sta ormai per entrare in vigore. E il cambiamento sarà a 360 gradi:
le banche non dovranno più effettuare calcoli aritmetici tanti impieghi, tanto capitale accantonato, per fini
prudenziali, al massimo ponderati per macro categorie di prenditori (Stato, titoli pubblici, aziende...) quanto
piuttosto una valutazione, un giudizio sul grado di rischio delle singole attività, dagli impieghi ai titoli in
portafoglio, alle partecipazioni, ai veicoli fuori bilancio. Insomma, cambia la filosofia: più un segmento viene
considerato rischioso (con l'attribuzione di un rating, dato da un'agenzia qualificata e autorizzata alla bisogna,
attraverso un metodo standardizzato, oppure attraverso procedure interne alle singole banche) e più assorbirà
capitale. Il che porterà, aggiungono gli esperti, a ridefinire i criteri per detenere interi settori di attività:
d'ora in poi si valuterà, infatti, se un tale strumento serve per partecipare alle aste della Bce, piuttosto che per
altri impieghi, e si valuterà la convenienza o meno non solo alla luce del rendimento offerto ma del grado di
capitale assorbito.
Per quanto riguarda i prestiti, finora in Italia solo Unicredit ha già ottenuto da Bankitalia il nulla osta ad
attribuire il rating alle società attraverso procedure interne, ma anche per Intesa e Mps sono in corso di
validazione le procedure interne da parte di Via Nazionale (che sta verificando in loco i meccanismi adottati) e
altre ancora, tra le maggiori, chiederanno il bollino blu. Ma, specie nella prima fase, non ci sarà la corsa al
"fai da te": più che altro, si farà pratica con il nuovo concetto di patrimonio di vigilanza, adottando i parametri
per fini interni, per "misurare" il grado di rischio che si sta assumendo. E, anche sotto questo punto di vista, il
sistema sembra stia reagendo bene: «In uno studio di due anni fa avevamo verificato che anche le banche di minori
dimensioni si stavano già attrezzando conferma Gianfranco Torriero, direttore centrale dell'Abi sotto il profilo
dell'applicazione a fini gestionali dei sistemi di valutazione interna della qualità del credito».
Ma se le banche italiane hanno tutto sommato pochi problemi specifici su Basilea 2 (sono ben capitalizzate,
apparentemente poco esposte a Siv e dintorni, e infine hanno procedure organizzative ben avviate, sebbene sotto
quest'ultimo profilo non ci sia proprio unanimità di pareri) diverso e ben più articolato è il giudizio sul nuovo
set di prescrizioni. La prima accusa (che a più buona ragione viene attribuita anche ai nuovi criteri contabili e ai
principi Ias) è di essere un insieme di norme con effetto prociclico, e con ciò di amplificare la congiuntura:
quando infatti c'è più rischio, si è costretti ad avere più capitale prudenziale e per questa strada si può
ottenere l'effetto boomerang di amplificare le difficoltà del mercato e di aumentare i pericoli di credit crunch.
«Un altro problema è la capacità delle agenzie di rating di prezzare correttamente il rischio» spiega l'economista
Donato Masciandaro. Un fronte particolarmente caldo in questo momento: la crisi dei mutui subprime, infatti, ha
fatto esplodere una volta di più le polemiche sulle capacità delle agenzie di rating di comunicare al mercato il
reale andamento del rischio delle varie istituzioni finanziarie e dei diversi tipi di strumenti di investimento;
di comunicarlo prima e non un momento dopo la dichiarazione di default, come invece è avvenuto anche durante questa
crisi, che ha visto i rating adeguarsi solo subito dopo il manifestarsi dei problemi.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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