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Sotto accusa le basse aliquote. Si va dal 10 al 18 per cento
di A. Rus.
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 24 ottobre 2011

C'erano una volta professioni ambite e blasonate: avvocati, commercialisti, ingegneri, architetti e via elencando. Redditi medi piuttosto buoni con annessi e connessi: possibilità di investimenti, finanziari e in beni immobili. In altre parole, il professionista aveva le spalle coperte da un patrimonio che si sedimentava lungo l'arco della carriera, ad integrare pensioni che a tutt'oggi maturano a livello abbastanza esiguo, date le basse aliquote contributive: principalmente il cosiddetto "contributo soggettivo", cui si somma il "contributo integrativo" a carico del committente (esiste poi il contributo di "solidarietà", richiesto da vari enti ai redditi più alti). Per esempio, l'aliquota soggettiva dei commercialisti era fino a poco tempo fa del 10% e oggi oscilla tra il 10 e il 17% (discorso diverso, invece, vale per i giornalisti, le cui buone pensioni, quelle già erogate e quelle dei prossimi anni, sono in modo preponderante legate a lavoro dipendente stabile). Aliquote basse, dunque, che lasciano al professionista benestante l'agio di ricorrere a fondi integrativi. Uno scenario sereno, quello dei pensionati del presente e del futuro prossimo. Un tenore di vita, tuttavia, che per i professionisti sbarcati in ultimo nel mercato rappresenta un vero miraggio. E tra le condizioni ostili c'è oltretutto la proporzionalità (sistema contributivo) di rivalutazione dei contributi all'andamento del Pil, che in questi anni non è certo brillante. A illustrare il diffuso disagio generazionale, esemplare è il caso dei giornalisti: la risacca della crisi del lavoro dipendente sta progressivamente lasciando sul campo un esercito di presunti liberi professionisti, che di fatto sono "parasubordinati". Nel 2010 alla gestione separata del loro ente (Inpgi) erano iscritte 32.400 persone (mentre la gestione principale ne contava più o meno lo stesso numero, ma solo 18 mila erano quelle assunte a tempo indeterminato). Ebbene: circa la metà di questi lavoratori autonomi non supera i 5.000 euro (lordi) di guadagno annuale. Per i giornalisti co.co.co. il reddito medio 2010 è di 8.500 euro, mentre per i liberi professionisti "puri" (per esempio contratti da prestazione occasionale o con cessione del diritto d'autore) è di 12.000 euro. Cifre che fanno scuola anche per gli altri ordini, dove per altro non c'è ambiguità tra lavoratori subordinati e autonomi (un avvocato o un commercialista iscritti alla loro Cassa sono sempre liberi professionisti). Ma quali pensioni alla fine della carriera? Se si ipotizza una media di 15.000 euro lordi all'anno, con 40 anni di contributi, il calcolo è presto fatto: la pensione sarà di circa il 70%. Dunque attorno ai 10 mila euro l'anno. E, si presume, senza aver accumulato nel corso della vita professionale patrimoni mobiliari e immobiliari, data l'esiguità dei redditi. "Con queste premesse, occorre porre la questione se il sistema generale debba essere improntato alla mutualità o alla corrispettività", afferma Roberto Pessi, giuslavorista e prorettore della Luiss. "In altre parole, siamo sicuri che il sistema contributivo sia davvero sostenibile?". Per altro è facile capire come, in questo lugubre scenario, la sfiducia dei giovani verso le loro Casse (loro o, piuttosto, dei loro padri più fortunati) sia preponderante. E non di rado il versamento periodico dei contributi è vissuto come un balzello assai sgradito. Evasione e ritardi nel pagamento delle aliquote previdenziali sono all'ordine del giorno. Un boomerang, se si pensa alla logica implacabile del sistema contributivo: tanto verso, tanto avrò di pensione. Un problema che si rovescia sulle stesse Casse, la cui relativa giovinezza ha finora garantito loro una certa ricchezza: con molti lavoratori attivi e pochi pensionati. "Una proporzione osserva Pessi che non è destinata a durare. Per gli enti, il saldo tra entrate contributive e uscite per le pensioni erogate si sta modificando velocemente, a scapito delle prime". A parziale correzione dell'"egoismo" che anima il sistema contributivo, potrebbe giocare un ruolo importante, anche dal punto di vista della saldatura generazionale, una misura come il "contributo di solidarietà" per i redditi più alti: "La mutualità - conclude Pessi - garantisce una distribuzione più omogenea delle risorse".


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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