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Rassegna stampa - Documento |
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Spaventa all'attacco sui titoli spazzatura
di Riccardo Sabbatini
Il Sole 24 Ore
Mercoledì 7 maggio 2003
La Consob stringerà i freni sui bond-spazzatura. La commissione di vigilanza sta
per rendere più penetranti le informazioni da dare ai risparmiatori sui rischi degli
investimenti «soprattutto nel caso di obbligazioni prive di rating». L'annuncio
l'ha dato il presidente Luigi Spaventa nel sua annuale incontro con il mercato
- l'ultimo del suo mandato che scadrà nel luglio prossimo - svoltosi ieri a Milano
alla presenza, tra gli altri, del Presidnete della Repubblica Carlo Azeglio
Ciampi e dei maggiori esponenti del mondo imprenditoriale e finanziario, I
riflettori si accenderanno anche sulle obbligazioni strutturate, collocate dalle
banche e per le quali - è il dubbio di Spaventa - «il costo dell'ingegneria
finanziaria può avere come contropartita non tanto la gestione del rischio
nell'interesse dell'investitore, quanto la traslazione a suo carico del rischio
dell'intermediazione».
La campagna della Commissione avviene in un momento di perdurante incertezza.
«Si dà peso soltanto alle cattive notizie», ha detto Spaventa. Nelle Borse
«ad una prolungata e a volte precipitosa caduta è seguita una fase priva di
tendenza e caratterizzata da un'elevata volatilità». Gli investitori
«non trovano voglia e occasioni per scommettere su una svolta duratura».
Nella ricerca di approdi più sicuri ai propri risparmi sono tornati ad
investire nelle obbligazioni considerate meno rischiose delle azioni. Ma a volte
- ha osservato il presidnete della Consob - «si tratta solo di un'apparenza».
Spesso le emisisoni sono poco liquide, i titoli non sono quotati e, nel caso di
corporate bond italiani («un'anomalia in Europa»), soltanto la metà sono provvisti
di un rating che ne quantifichi il rischio di non rimborso. Le obbligazioni della
Cirio, ad esempio, avevano proprio queste caratteristiche. I risparmiatori ne
conoscevano i pericoli? Sono in pieno corso le indagini della Consob sugli
intermediari bancari che hanno venduto quei titoli per valutare l'eventuale
violazione di norme di comportamento. Spaventa non ne ha anticipato l'esito.
Tuttavia, la capacità della Consob di sanzionare chi non rispetta le regole
ha rappresentato uno dei principali fili conduttori della sua relazione.
Gli standard Usa. Il suo discorso è partito da lontano, dagli Usa, dove la
reazione agli scandali societari «è stata immediata e dura». Una legge particolarmente
rigorosa (Sarbanes-Oxley act) è stata approvata a tempo di record e la Sec ha
sanzionato per 1.4 miliardi di dollari gli intermediari giudicati colpevoli
di scorrettezze nei confronti della propria clientela. Ed ora tutti devono
«confrontarsi con i nuovi standard adottati negli Stati Uniti».
Per l'Italia, il confronto è scoraggiante. La recente riforma del diritto
societario, pur nel suo apprezzabile intendo modernizzatore, realizza una disciplina
penale che «pone invece problemi». Tra l'altro, se si vuole che il rimedio penale
intervenga soltanto «in ultima istanza»«devono essere disponibili sanzioni
amministrative severe e rimedi civilistici efficaci: in Italia i primi sono miti,
i secondi poco efficienti». Per fortuna c'è l'Unione Europea che nei mesi scorsi ha
approvato una direttiva sul market abuse (i reati di mercato come aggiotaggio ed
insider trading) i quali impongono ai singoli stati di attribuire alle loro autorità
di vigilanza effettivi poteri sanzionatori. Un intero capitolo del testo unico
della finanza - ha detto Spaventa - «dovrà essere riscritto». L'Italia dovrà
decidere se attribuire alla Consob quei poteri di svolgere indagini che
attualemnte le sono negati e, nel caso, di modificare la sua organizzazione
«al fine di separare la fase istruttoria da quella di decisione sul procedimento
sanzionatorio».
Il ruolo degli indipendenti. Nella relazione del presidente della Consob
non sono poi mancati suggerimenti per promuovere più elevati standard di
corporate governance nelle aziende. In discussione è stato posto in particolare
il ruolo degli amministratori indipendenti che offrono «una garanzia agli azionisti
minori in sistemi a proprietà diffusa» come negli Usa. «La offrono molto meno
quando, come in Europa continentale e segnatamente in Italia, larga parte delle
società è controllata di diritto o di fatto da soci maggioritari». In deninitiva
- ha osservato Spaventa - «sarà sempre il controllante a scegliere gli
amministratori che lo dovrebbero controllare». In questo contesto la presenza
diretta di rappresentanti delle minoranze, attraverso il voto di lista, offrirebbe
«un presidio più efficace ai diritti degli azionisti».
I fondi e le assemblee. Non è mancata, infine, una bacchettata ai fondi di
investimento i cui rappresentanti disertano spesso le assemblee delle società di
cui possiedono azioni. Un'indagine sulle prime cinquanta società quotate ha rivelato
che «la partecipazione dei fondi italiani, con una quota media di possesso vicina
al 5 per cento, è stata di appena lo 0.5 per cento del capitale sociale e dell'1
per cento di quello presente». C'è l'impressione - ha concluso Spaventa - che
«la loro dominante matrice bancaria non sia estranea ai peccati di omissione
assembleare».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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