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Stage, biglietto unico per far entrare i giovani in azienda
di Andrea Rustichelli
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 19 settembre 2011

«Noi non assumiamo più da parecchio tempo. Ma, se crede, ci sarebbe eventualmente la possibilità di fare uno stage qui da noi». La frase è rituale, sempre la stessa: è ormai il mantra del mondo del lavoro, visto dal suo grado zero. Schiere sempre più nutrite di neolaureati se la sentono ripetere dai responsabili delle risorse umane. Un fenomeno che dilaga in tutto il mondo industrializzato, di pari passo con la precarizzazione dell'occupazione. Tanto che il settimanale Time ha dedicato attenzione a questo universo: negli Usa il tema è balzato sotto i riflettori, accentuato dalla crisi e dalla corsa delle imprese ad abbassare i costi del lavoro, a scapito del crescente esercito degli "interns" (corrispettivo degli stagisti). E un recente libro, "Intern Nation" (il sottotitolo eloquente è, "how to earn nothing and learn little in the brave new economy"), denuncia le proporzioni di un fenomeno in parte illegale, considerato una piaga sociale. Per la loro "internship", centinaia di migliaia di ragazzi americani lavorano gratuitamente (di tutta la categoria, circa la metà riceve una qualche forma di rimborso). Il risultato è che soltanto i più benestanti possono mettere piede in azienda e costruirsi un curriculum post laurea (saranno mai assunti?): tutti gli altri sono tagliati fuori. Una situazione che in Europa non cambia molto. In Italia la parola "stage" viene spesso sostituita, in burocrazia, col più pudico "tirocinio formativo": nel 2010 le aziende ne hanno attivati 310 mila. Il 12% degli stagisti è stato poi premiato con l'assunzione: circa 38 mila fortunati, 1.000 in più rispetto al 2009 (dati Unioncamere). E ora la manovra di Ferragosto ha pensato bene, all'articolo 11, di occuparsi di questa materia. Due sono le novità principali: lo stage (il tipo prevalente e più a rischio di sfruttamento, cioè il cosiddetto "non curriculare") si potrà svolgere entro e non oltre 12 mesi dal conseguimento della laurea (o diploma) e non potrà durare più di 6 mesi, proroghe comprese. Ma ci è voluta una successiva circolare del ministero del Lavoro, la n. 24 del 12 settembre, per fare chiarezza sulla confusione che si era levata. Per il resto, la legislazione in proposito risale al 1997, con la famosa legge "Treu" (l'articolo 18), cui seguì il decreto del 25 marzo 1998 (n. 142) del ministero del Lavoro, che fissa il tetto massimo del 10% come limite alla presenza di tirocinanti rispetto al personale dipendente (questa soglia vale per le imprese con più di 20 assunti a tempo indeterminato). All'art.1 di questo decreto ministeriale, comma 2, si legge: «I rapporti che i datori di lavoro privati e pubblici intrattengono con i soggetti da essi ospitati (...) non costituiscono rapporti di lavoro». Ecco lo status paradossale dello stagista: è un singolare ospite, lavora ma non è un lavoratore con le relative tutele (per quanto sempre più risicate). E dunque non ha diritto ad alcun salario: se mai, a discrezione dell'ente ospitante, riceve un rimborso spese (in alcuni paesi europei, come Francia o Spagna, è obbligatorio). In questa situazione, che le recenti modifiche lasciano intatta, è facile capire come molti datori di lavoro se ne approfittino, vedendo nello stagista una ghiotta occasione per tagliare i costi. Silvia è una ragazza siciliana, 30 anni appena compiuti: dopo la laurea, l'anno scorso ha conseguito un dottorato in cinema. Ha poi frequentato un corso semestrale in comunicazione (costo 3.000 euro) e non si è lasciata sfuggire, all'inizio dell'estate, l'opportunità di fare uno stage a Milano, in una casa di moda. «Mi sentivo fortunata - dice , oltre all'assicurazione per gli infortuni (che è obbligatoria, n.d.r.) mi hanno proposto un rimborso spese di 600 euro mensili. Alla maggior parte dei miei colleghi era toccato uno stage gratuito». Ma qualcosa è andato storto: Silvia, che nel frattempo si era trasferita a Milano sobbarcandosi tutte le spese, ha finito prima del tempo. «Me ne sono dovuta andare - racconta mi hanno presa di petto e si è creato un clima impossibile. Svolgevo mansioni con un alto grado di produttività, curavo la comunicazione web dell'azienda e assistevo l'ufficio stampa. Era un'attività di tipo dipendente, più che da stagista. Mi usavano spesso per alleggerire il loro lavoro e per smaltire i loro arretrati». Soltanto dopo aver minacciato di ricorrere a un avvocato, Silvia ha potuto recuperare i crediti formativi che lo stage prometteva. Una storia che si ripete. Eppure, quando si svolge nel rispetto del suo spirito originario (e della legge), lo stage può essere vantaggioso per tutti. I giovani hanno modo di muovere i loro primi passi professionali e le imprese possono selezionare i talenti migliori, mettendoli subito alla prova. In tal senso sembrano funzionare meglio i tirocini organizzati dalle università a stretto contatto con un bacino di aziende di riferimento. Ma sono ancora pochi gli atenei che offrono ai laureandi o ai neolaureati dei buoni servizi di "placement". Né la manovra di Ferragosto è intervenuta su questo ponte strategico, che per buona parte è di pertinenza delle regioni. Fuori dai pochi circuiti virtuosi, dunque, resta la giungla delle promesse e dello sfruttamento.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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