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Rassegna stampa - Documento |
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Strana lotta di classe a Wall Street
di Federico Rampini
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 10 ottobre 2011
Se c'è un posto da dove cominciare la prossima rivoluzione, è Wall Street. I
potentati della finanza hanno cacciato l'America e il mondo intero nella più
grave crisi dagli anni Venti. Poi le stesse lobby bancarie hanno tenacemente
ostacolato i progetti di grandi riforme, con discreto successo. Non c'è da
stupirsi se proprio Wall Street è l'epicentro del minimovimento degli
"indignados" americani, che alla terza settimana di lotta ha cominciato a
estendersi verso la West Coast (Los Angeles, San Francisco), il Midwest
(Chicago), il Nord (Boston, Canada) e perfino l'America profonda del Kansas.È
presto per parlare di un ritorno del conflitto sociale - o della "lotta di
classe" che la destra accusa Barack Obama di fomentare - negli Stati Uniti,
dove il vuoto di movimenti sociali dura da più di trent'anni. Le piazze si
sono riempite talvolta anche negli anni recenti, è vero. Ma quando a
mobilitarsi era la sinistra - vedi le manifestazioni pacifiste contro la
guerra in Iraq durante la presidenza Bush - lo faceva su temi tipicamente
"postindustriali", valoriali, tipici di una società che si autorappresenta
senza classi.
L'ultima grande manifestazione coi sindacati fu nel 1999 a Seattle, contro il
Wto, e l'incrocio con la violenza dei noglobal ne segnò di fatto la sconfitta.
Solo giovedì scorso i sindacati hanno deciso di unire nuovamente le proprie
forze a quelle di una protesta spontanea e prevalentemente giovanile, unendosi
a "Occupy Wall Street". Fino a quel momento era stata la destra a occupare le
piazze, con il Tea Party, a dimostrazione che l'egemonia conservatrice su una
robusta fetta dell'opinione pubblica americana resiste dai tempi di Ronald
Reagan.
Il movimento "Occupy Wall Street" ha ricevuto un'attenzione elevata dai media
perché ha scelto di localizzarsi nell'epicentro del nuovo Impero del Male.
Anche gli americani che votano a destra sono generalmente consapevoli che
questa crisi è stata innescata dalle malefatte dei banchieri, con i mutui
subprime e la finanza tossica. Quello che a destra non è affatto chiaro,
invece, è che dopo il 2009 una malefica convergenza tra il populismo antiStato
del Tea Party e le lobby di Wall Street ha impedito di mettere i banchieri in
condizione di non nuocere. E' fondamentale ricordare cos'è accaduto attorno
alla legge DoddFrank, nota anche come Wall Street Reform and Consumer
Protection Act. Quella legge, firmata da Barack Obama il 21 luglio 2010, porta
il nome dei due principali firmatari, il senatore Chris Dodd e il deputato
Barney Frank, ambedue democratici. Fu l'esito finale di una lunga battaglia
legislativa, iniziata per impulso di Obama quando ancora i democratici avevano
la maggioranza in ambedue i rami del Congresso, e quando ancora fra i loro
ranghi era vivo l'impeto riformatore provocato dal disastro di Wall Street. Ma
già nell'iter legislativo l'azione sistematica delle lobby aveva indebolito
quella che doveva essere la grande riforma dei mercati. Due sono gli esempi
più importanti. Primo: le agenzie di rating sono riuscite a tutelarsi da ogni
tentativo di regolamentarle in maniera stringente; un risultato non da poco,
alla luce dell'enorme conflitto d'interessi esploso in occasione della crisi
dei mutui subprime (molti titoli strutturati avevano ricevuto rating "tripla
A", naturalmente dietro pagamento di commissione da parte degli emittenti).
Secondo esempio: è stata rintuzzata dalle lobby di Wall Street l'ipotesi di
introdurre la Volcker Rule, dal nome di Paul Volcker. Questo ex governatore
della Federal Reserve, che era stato uno dei consiglieri più ascoltati di
Obama in campo economico (ma ahimé solo durante la campagna elettorale e poco
dopo) aveva suggerito inizialmente non solo un divieto onnicomprensivo alle
banche di speculare su mezzi propri, ma perfino un ritorno alla legge
GlassSteagall del 1933 che aveva creato una robusta separazione di mestieri
fra banche di deposito e banche d'investimento.
La prima parte della Regola Volcker è entrata nella legge DoddFrank in misura
annacquata; di reintrodurre la separazione stile GlassSteagall non si è più
parlato. Ma l'indebolimento della DoddFrank rispetto all'ispirazione iniziale
è ancora poca cosa, in confronto a quel che le lobby di Wall Street sono
riuscite a fare in seguito. Una volta varata quella legge, le lobby si sono
ingegnate per svuotarne l'applicazione. Qui la battaglia più importante è
stata quella contro la nuova agenzia per la protezione del depositante e dei
consumatori di servizi finanziari. Quell'agenzia doveva essere uno dei
capisaldi della riforma. Prima le banche hanno ottenuto che non fosse
un'authority indipendente bensì sotto la tutela della Federal Reserve (dove
gli stessi banchieri sono ben rappresentati soprattutto a livello locale). Poi
è partita la formidabile guerra di Wall Street contro Elizabeth Warren, la
coraggiosa docente di Harvard che era stata la vera e propria "madrina"
dell'agenzia e che Obama voleva nominare alla sua testa. L'hanno spuntata le
lobby, la Warren non è riuscita ad ottenere il via libera al Senato. Decisiva,
in tutti questi casi, è stata la convergenza fra Wall Street e la destra
repubblicana.
Nel frattempo il capitalismo americano non ha fatto nulla per emendarsi dei
propri eccessi. Lo scandalo più eclatante rimane quello della superpaghe ai
top manager. L'ultimo caso è quello di Léo Apotheker, il disastroso chief
executive di HewlettPackard defenestrato dal consiglio d'amministrazione il
mese scorso. Tutti sembravano d'accordo: il top manager aveva condotto il
colosso informatico della Silicon Valley sull'orlo del baratro, andava
cacciato al più presto. Risultato: il board della società lo ha "ringraziato"
con un "premio di licenziamento" di 13 milioni di dollari. Se si aggiungono a
quello che lui aveva guadagnato di stipendio"normale" (10 milioni), Apotheker
ha stabilito un nuovo record. Perché il suo periodo alla guida di Hp è durato
appena 11 mesi.
In questi tempi di crisi economica acuta, con 25 milioni di disoccupati, c'è
un'America dove qualcuno viene licenziato per scarso rendimento e si ritrova
con 23 milioni di dollari in tasca. Lo scandalo dei superstipendi per i top
manager ormai ha prodotto quasi una sorta di assuefazione: una vicenda come
quella di Apotheker vale un titolo in evidenza sui giornali per un paio di
giorni al massimo. Poi si passa al successore, anzi la successora: Meg
Whitman, ex chief executive di EBay, che è stata chiamata a sostituire
Apotheker al vertice di Hp. Naturalmente con un contratto di assunzione
blindatissimo, che anche a lei garantisce somme favolose a prescindere dal
rendimento. Hp non è un'eccezione, è la regola. Sapevamo di Wall Street, dove
i banchieri colpevoli del tracollo sistemico del 2008 sono ancora ai loro
posti oppure si godono una pensione dorata con dei bonus stratosferici. Ma
anche la Silicon Valley, tanto decantata per la sua cultura dell'innovazione e
del rischio imprenditoriale, in realtà rischia poco quando si tratta dei chief
executive. Quello di Amgen (biotecnologie) se n'è andato con 21 milioni di
stipendio annuo dopo che il valore dell'azienda in Borsa era caduto del 7% e
lui aveva licenziato 2.700 dipendenti. E nessuno che tenti di stracciare i
contratti blindati dei capi. Nell'America dove gli operai di Gm e Chrysler si
son visti dimezzare lo stipendio e decurtare le pensioni, l'unica categoria
che ha dei "diritti acquisiti" rigidissimi è l'oligarchia manageriale. Com'è
possibile? Finalmente uno studio rivela il perché. Anzi, tre studi, perché del
tema scottante si sono occupate tre équipe di ricercatori universitari,
guidate rispettivamente da Michael Faulkender (University of Maryland), Jun
Yang (Indiana University) e John Bizjak (Texas Christian University).
Usando la documentazione raccolta dalla Sec gli studiosi hanno raggiunto la
stessa conclusione. Dietro l'aberrazione delle supergratifiche c'è il fenomeno
del "peer benchmarking". Per "benchmarking" si intende un metodo che fissa
degli obiettivi standard che un'azienda deve raggiungere o superare (è molto
usato nel marketing). "Peer" sta per "pari grado". Dunque, i ricercatori hanno
scoperto che il 90% dei consigli d'amministrazione delle grandi aziende Usa al
momento di assumere un amministratore delegato fissano la sua paga guardando
alle paghe dei suoi simili. E con una regola precisa: invocando il pretesto
che bisogna "attirare i migliori", le paghe dei neoassunti devono essere
"superiori al compenso mediano" (la mediana, in statistica, è il valore più
frequente in un gruppo). Quindi la spirale perversa che spinge sempre più su
le paghe dei top manager ha una causa semplice: il tuo chief executive va
pagato più di quello della porta accanto. E' così che dagli anni Settanta i
compensi dei top manager sono più che quadruplicati (in potere d'acquisto
reale) mentre nello stesso periodo lo stipendio medio dei dipendenti è
arretrato del 10% in termini reali. L'hanno battezzata anche la "sindrome del
Lago Wobegon", nome del luogo immaginario inventato dall'animatore radiofonico
Garrison Keillor, "dove tutti i bambini sono superiori alla media". Peccato
che non possa dirsi altrettanto per la maggioranza degli americani.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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