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Rassegna stampa - Documento |
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Studi interprofessionali con la riforma arriva il "big bang"
di Valentina Conte
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 14 novembre 2011
La riforma delle professioni è una realtà. Approvata in tutta fretta la legge
di Stabilità emendata dal governo anche con le disposizioni che riguardano i
professionisti d'ora in poi anche l'Italia potrà avere lo "Studio Spa".
Ovvero società tra professionisti diversi che si avvalgono dell'apporto di un
socio di capitale di minoranza, escluso dalle «attività riservate agli organi
di amministrazione della società», ma con le risorse necessarie a crescere.
Cadono anche le tariffe minime. Il prezzo lo farà il mercato e la libera
contrattazione tra il cliente e il professionista. Una piccola rivoluzione che
avvicina il Paese all'Europa.
Ma come hanno reagito i professionisti che già operano in forma associata? In
Italia sono 4.633 le società che fanno capo a un libero professionista, il
6,6% delle quasi 70 mila strutture professionali italiane (unico titolare,
studio associato, società, associazioni), secondo quanto calcolato da
Cadiprof, la Cassa di assistenza sanitaria integrativa che rientra nel sistema
di Confprofessioni. Molte, tra queste strutture, sono già "interprofessionali"
e dunque contengono in germe quanto potrebbe fiorire con la nuova normativa.
Tra le professioni più dinamiche nel gestire l'attività sotto forma societaria
spicca l'area sanitaria (620 società fanno riferimento a dentisti e
odontoiatri e 436 a medici e specialisti). Seguono commercialisti e consulenti
del lavoro (a capo, rispettivamente, di 390 e 190 strutture). Infine le
società di ingegneria che sfiorano le 400 unità. Siamo certo ben lontani dalle
Llp (Limited liability partnership) del mondo anglosassone che ora però
tornano ad essere l'obiettivo. O almeno l'auspicio.
«Non ho mai creduto che il socio di capitale potesse essere risolutivo, salvo
che non si abbia in mente l'espansione», ragiona Ezio Maria Simonelli, alla
guida di «un piccolo grande studio» (Simonelli associati), come lo definisce
lui visto il "micro" panorama italiano, 27 avvocati e commercialisti tra la
sede di Roma e quella di Milano, nato come una sorta di "spinoff" di
Ernst&Young. «I capitali servono per aprire lo studio. Ma un professionista
con anni di lavoro alle spalle o attinge ai risparmi o va in banca», spiega
Simonelli. «Intendiamoci, se vuoi fare espansione territoriale o acquisizioni
importanti di immobili o se hai strutture con costi elevati, il socio di
capitale è il benvenuto. Così come la nuova normativa. Può aiutare il mondo
professionale italiano, un po'all'antica, a strutturarsi secondo regole
chiare e serene. Oggi si va per stretta di mano. Gli statuti degli studi sono
banali e semplificati. Si decide davanti alla macchinetta del caffè, per dire.
Tuttavia, almeno personalmente, preferisco il socio che mi porta lavoro e
clientela. Così copro i costi fissi. Anche perché il problema degli studi oggi
è la mancanza di incasso. I ricavi a due-tre mesi. Il magazzino credito
elevato. Il rosso che tutti hanno. Uno che mette i capitali di rischio, poi
vuole la remunerazione. E certo è superiore a quella che ti chiedono le
banche. Sì, è vero. C'è di nuovo il credit crunch, la stretta del credito. Ma
non scordiamoci che il professionista è un debitore affidabile. Finché trovo
sportelli aperti, preferisco le banche».
Argomenti che non tutti condividono, specie le realtà più piccole. «Useremo le
nuove norme per espanderci. Assolutamente sì», reagisce con entusiasmo
Emanuela Saggese, titolare dello Studio Saggese di Napoli, sette tra avvocati
e commercialisti. «Grazie all'aggregazione di professionisti diversi siamo
riusciti sino ad oggi a presidiare campi vari, dal fisco alla consulenza
finanziaria indipendente, un ambito che ha bisogno di investimenti notevoli
negli strumenti (software e banche dati). In pratica, assistiamo il cliente
relativamente a strumenti finanziari particolari, selezionati in base al suo
profilo di rischio. Un settore delicato che necessita l'apporto di "expertise"
differenti. Con risorse maggiori potremmo attrarre anche altri
professionisti». Altrettanto possibilista anche Giovanni Mottura che nel suo
studio romano coordina dieci tra avvocati e commercialisti. «In Italia siamo
disabituati a pensare a un socio di capitale. Anche perché i soci qui di
solito si autofinanziano», osserva Mottura. «Non sarebbe male però diventare
come le Llp americane o inglesi. Perché no? Noi siamo un'associazione. Con
tutti i pro e i contro. Limiti nel diversificare l'apporto di capitale.
Responsabilità illimitata di tutti su tutto. Procedura lunga se intervengono
novità, ad esempio se entra un nuovo socio e bisogna modificare la scrittura
privata. Ostacoli che rendono poco appetibile gli studi interprofessionali».
Aria diversa negli studi di ingegneria. «Il 92% dei progetti che si fanno in
Italia sono sotto i 200 mila euro, secondo dati recenti. Cifre davvero modeste
che dimostrano come al 90% degli studi di ingegneria il socio di capitale non
serva proprio», spiega Raffaele Solustri, titolare dello Studio SalutriPetrini
di Iesi, nelle Marche, 13 tra ingegneri ed architetti. «Meglio gli incentivi
del socio. Perché il lavoro lo fa il professionista. E'con lui che il cliente
ha un rapporto fiduciario. Quindi io dico: ben vengano le società
multidisciplinari. Ma non credo sia necessario un socio di capitale che non è
chiamato a rispondere a un Ordine, a un'etica, a un codice come noi facciamo.
E che, bene o male, limiterebbe, intaccherebbe l'autonomia decisionale e
l'indipendenza dei professionisti che a quell'etica invece debbono rifarsi. E
poi un'ultima notazione sulle tariffe minime: in Germania, almeno per
architetti e ingegneri, le hanno aggiornate due anni fa».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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