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Rassegna stampa - Documento |
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Studio dunque lavoro, ma l'Italia non spende
di Giovanni Marabelli
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 7 novembre 2011
Non passa giorno senza che qualche economista di chiara fama esponga la propria
ricetta per uscire dalla gravissima crisi in cui l'economia occidentale è
scivolata ormai da qualche anno. Oltre che difficili da capire, queste teorie
sembrano utili a curare i sintomi del male piuttosto che la patologia: vengono
infatti spesso suggeriti interventi di politica monetaria, che poco o nulla
incidono sull'economia reale, come hanno ampiamente dimostrato i tre interventi
di quantitative easing varati dalla Federal Reserve.
Vale allora la pena prestare attenzione a quanto sostiene l'Ocse, la cui
ricetta è tutt'altro che nuova e non ha pretese di essere rivoluzionaria ma, a
una prima analisi, ha tutte le carte in regola per aggredire alla radici gran
parte dei problemi che affliggono l'economia, sia quella americana che quella
europea.
L'istituto parigino sostiene che i governi debbano tornare a occuparsi di
formazione. Solo dando ai propri cittadini una buona educazione di base e la
possibilità di frequentare qualificati corsi di specializzazione, i governi
possono sperare di rilanciare l'economia e abbattere la disoccupazione, uno dei
maggiori ostacoli alla ripresa congiunturale, nonché una delle più gravi piaghe
sociali.
Sono queste le conclusioni a cui l'Ocse è arrivata nell'ultima edizione del suo
report annuale Education at a Glance dove, con dati statistici alla mano, viene
spiegato come la perdita del lavoro abbia colpito molto più duramente le persone
che hanno lasciato la scuola senza corsi di specializzazione rispetto a
chi ha conseguito la laurea. «Una buona educazione è di fondamentale importanza per
migliorare le prospettive economiche e sociali di una persona», scrive
l'organizzazione guidata da Angel Gurria.
In tutto il 2009 la disoccupazione media fra i laureati nei Paesi Ocse è
rimasta ferma al 4,4%, a fronte dell'11,5% (in crescita rispetto all'8,7%
dell'anno prima) fra chi non ha terminato la scuola superiore. «I costi per i
singoli individui e per la società dell'abbandono scolastico continuano a
crescere - continua l'Ocse - Dobbiamo evitare il rischio di ritrovarci con
una generazione persa sotto ogni punto di vista. I governi, nonostante le
ristrettezze di bilancio, devono investire per mantenere l'educazione a un buon
livello, soprattutto per le fasce sociali più a rischio».
La fotografia scattata dal report Education at a Glance è per certi aspetti
drammatica: più del 50% dei giovani compresi fra i 15 e i 19 anni che non
frequentano la scuola sono disoccupati. Nella maggior parte dei Paesi Ocse i
giovani che non lavorano o non frequentano la scuola non hanno accesso allo
stato sociale. Inoltre, sono molto alte le probabilità che essi vengano esclusi
per sempre dal mercato del lavoro. I vantaggi di un buon sistema scolastico non
sono però solo per i singoli individui. Anche gli stati ne beneficiano
ampiamente: i cittadini a cui è stata fornita una buona educazione trovano un
lavoro e pagano quindi le tasse, mentre è improbabile che abbiano bisogno di un
sussidio di disoccupazione. Un cittadino laureato paga, in media, 91 mila
dollari di tasse nell'arco della sua vita, una cifra molto più alta di quanto
lo stato non debba spendere per garantirgli l'educazione. Un altro dato
contenuto nel report dell'Ocse è molto significativo: il boom economico cinese
sta andando di pari passo con la crescita del numero dei laureati, mentre il
declino americano è accompagnato da un calo dei laureati.
Negli Stati Uniti risiede un terzo dei pensionati laureati dell'area Ocse,
mentre in Cina solo il 5% della popolazione adulta ha concluso gli studi
universitari. Il quadro cambia però radicalmente se si guarda ai giovani: negli
Usa solo una persona su cinque che entra nel mercato del lavoro ha conseguito
la laurea e la Cina, che sta colmando il gap storico, si appresta al sorpasso.
Ecco infine altri significativi dati per completare il quadro: nel 2008 i Paesi
dell'area Ocse hanno speso ll 6,1% del loro Pil nell'educazione. Fra il 2000 e
il 2008 le spese per l'educazione hanno fatto registrare un tasso di crescita
superiore a quello del Pil in 25 dei 32 Paesi dell'area Ocse che mettono a
disposizione questo tipo di dati.
La spesa per studente universitario è cresciuta in media del 14% dal 2000 al
2008: in 7 Paesi è però addirittura diminuita. Inoltre è aumentata la quota di
spesa finanziata dal privato, che è salita in media del 6% con punte del 15% in
Portogallo, Slovacchia e Gran Bretagna. I costi del personale docente
rappresentavano il 63% del totale delle spese nel 2009 e gli stipendi degli
insegnanti sono cresciuti più dell'inflazione in quasi tutti i Paesi dell'area
Ocse nel periodo 2000-2008.
I maggiori incrementi (superiori al 50%) si sono registrati nella Repubblica
Ceca, in Estonia e in Turchia, mentre gli stipendi sono diminuiti in termini reali
in Francia, Giappone e Svizzera. Quest'ultima è un'ulteriore conferma del
fatto che i cosiddetti Paesi sviluppati hanno dimenticato l'importanza del
sistema educativo.
Rilanciare l'economia investendo nella scuola e nell'università ha però un
difetto: i risultati si vedono solo nel lungo periodo, mentre i governi li
vogliono conseguire nel brevissimo periodo. Questo, però, non lo troverete
scritto nel rapporto dell'Ocse.
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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