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I superindici che muovono Borse, governi e investitori
di Adriano Bonafede
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 13 ottobre 2003

C'è un calendario speciale che agenti di Borsa, investitori istituzionali, gestori di fondi di tutto il mondo tengono sempre davanti a loro come un santino: quello che riporta mese, giorno e perfino ora in cui saranno resi noti gli indicatori macroeconomici riguardanti l'economia americana, dal Superindice Usa ai tassi di disoccupazione, dal Pil alle aspettative di consumatori e imprese. Almeno seisette volte al mese gli operatori si bloccano con il fiato sospeso davanti al computer in attesa dell'ultimo dato. E poi, come dimostrano i movimenti dei mercati borsistici, si scatenano in un verso o nell'altro. Se il segnale è negativo, scattano le vendite facendo scendere le Borse, se è positivo scattano gli acquisti e le Borse salgono. Salvo poi, qualche giorno dopo, cambiare strategie se un altro indice contraddice quello precedente, in un gioco che gli economisti giudicano, almeno nel breve periodo, irrazionale.
Ma così va il mondo. Ormai le decisioni degli investitori istituzionali, le scelte strategiche delle imprese, le opzioni di politica economica dipendono dagli indici macroeconomici. Indici che, sempre più perfezionati, sono in grado di anticipare le tendenze che si manifesteranno con evidenza solo più avanti. Ma intanto, se la lettura è giusta, si possono prendere vitali decisioni in anticipo.
Gli indicatori sono più o meno simili in tutto il mondo occidentale. Eppure si guardano con il fiato sospeso soprattutto quelli americani, perché considerati trainanti. In questo momento storico tutti gli occhi sono puntati sui segnali di ripresa economica. In altri momenti storici, quando c'era timore che l'inflazione salisse troppo, si guardava molto alla crescita degli aggregati monetari.
Tra gli indicatori che ci possono dire in anticipo qualcosa sulla crescita c'è l'Industrial production della Federal Reserve, che fornisce anche il tasso di utilizzo della capacità produttiva nell'industria. La maggior parte degli indicatori sono divisi in sottoindici che offrono diverse chiavi di lettura. La fiducia delle famiglie (consumer confidence) viene monitorata dall'Università del Michigan che esce due volte al mese e che dà sia la "present situation" che le "expectations". Il clima di fiducia delle imprese, sia manifatturiere che non manifatturiere, viene seguita dall'ISM (Institute for Supply Management), con due componenti, una delle quali riguarda i new orders. Negli Stati Uniti esistono poi molti altri indici regionali che misurano la fiducia delle imprese, tra cui il NAPM di Chicago, il Philadelphia Fed e, recentemente, anche il New York Fed.
Ogni mese gli ordinativi del settore manifatturiero vengono rilevati dall'US Department of Commerce: per avere indicazioni sugli investimenti del settore privato bisogna guardare agli ordinativi dei beni d'investimento "esclusi difesa e velivoli".
Uno degli indicatori ciclici cui gli operatori guardano con estremo interesse è il famoso Superindice Usa, che si chiama Leading indicator ed è prodotto dal Conference Board, un istituto pubblico: se questo parametro scende per tre mesi consecutivi c'è recessione. C'è anche un Leading indicator dell'Ocse, considerato molto buono, ma arriva tardi, quando già altri indicatori hanno anticipato la tendenza.
C'è poi il capitolo delle indagini congiunturali. La più famosa, tra queste, è il Beijge Book realizzato dalla Federal Reserve. Esce poco prima delle riunioni di quest'ultima e costituisce la base per le decisioni di politica monetaria. La Bce, in Europa, non fa indagini come questa. L'equivalente per Eurolandia sono le indagini mensili dei vari istituti nazionali come l'IFO (presso le imprese) e lo ZEV (presso gli operatori finanziari) in Germania, l'ISAE in Italia, l'INSSE per la Francia. In più, c'è un'indagine mensile della Commissione Ue sulla fiducia delle famiglie e delle imprese.
A livello privato, in Eurolandia c'è la Reuters che pubblica mensilmente il PMI (Purchasing management index), un'indagine svolta presso gli addetti agli acquisti delle imprese. Il PMI è diviso in tre sottoindici (manifatturiero, servizi e "composite"). Leggere questo parametro è semplice: sotto 50 c'è contrazione, sopra espansione.
Scavando tra i dati sui Pil di ciascun paese si trovano elementi interessanti per una previsione sul futuro. Soprattutto il dato Usa, elaborato dal Bureau of Economic Analysis un mese dopo la fine di ogni trimestre (in Europa il Flash estimate arriva due mesi dopo) presenta molte componenti utili: gli investimenti residential e non residential (impianti, macchinari e software), oppure i consumi: proprio gli investimenti in edilizia residenziale e i consumi sono andati bene in Usa anche in questi anni di crisi.
Altri due tipi di indicatori vengono guardati con interesse: quelli sul mercato del lavoro e sull'andamento dei prezzi. All'interno degli indici Labour market elaborati dal Bureau of Labour Statistics americano è interessante, oltre al tasso di disoccupazione, il civilian employement e, all'interno di questo, il non farm payroll jobs, che misura la variazione dell'occupazione nel settore non agricolo, a settembre finalmente positiva dopo vari mesi negativi.
Per i prezzi, monitorati dallo stesso Bureau, in Usa si guarda alla variazione di quelli alla produzione (Ppi finished goods) e al consumo (consumer price index). Spesso si guarda al "core", cioè all'indice dei prezzi escluso food and energy, troppo volatili. Non possono mancare gli indici che riguardano il prezzo del petrolio: WTI americano e Brent Blend inglese. Ogni paese d'Europa ha un indice dei prezzi; in più c'è il dato armonizzato Ue che fa l'Eurostat.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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