Torna l'incubo "credit crunch"
di Andrea Greco
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 3 ottobre 2011
Dopo la burning summer bancaria - titolo dell'ultimo studio di Mediobanca
Securities - si rischia la gelata d'autunno. Gelata sui crediti delle banche
europee, che potrebbero ridurli per alzare le trincee difensive, o assistere
al forfait dei clienti causa rincaro insostenibile dei tassi. Specie in
Italia, dove il costo della raccolta rimorde, per lo spread Btp-Bund che
viaggia stabile sopra i 350 punti base. C'è un caso che illustra bene quel che
sta accadendo: un privato a maggio aveva chiesto un mutuo casa ad una primaria
banca nazionale, accordandosi per un tasso annuo variabile, pari all'Euribor a
tre mesi più l'1,2%. Per ragioni burocratiche quel contratto non fu chiuso;
ora quel cliente è tornato allo sportello, e l'offerta, ceteris paribus, è
Euribor a tre mesi più 2%. Il rincaro è di 80 punti base, e secondo gli
addetti ai lavori a tanto ammonta l'aumento medio che il sistema italiano sta
cercando di spuntare. Dopo tre mesi di una crisi finanziaria ancora nel suo
vivo, gli istituti di tutta Europa mostrano le prime ferite, mentre resta
nebuloso il percorso di pubblica salute per uscirne. L'agenda autunnoinverno è
comune e obbligata. Uno, caccia alla liquidità. Due, rinforzare il patrimonio.
Tre, difesa della redditività, colpita dalle dinamiche macroeconomiche e di
mercato. Le conseguenze, per i loro clienti e azionisti, saranno comunque
negative: aumento dei prezzi dei servizi, contrazione del credito, turbolenze
di mercato e nuove tasse nel malaugurato caso di crac.
Liquidità. Le avvisaglie di metà luglio sono ormai una pubblica piaga:
l'interbancario europeo è sottile sulle scadenze brevi, chiuso sulle
mediolunghe. Quello americano, per i prenditori europei, è praticamente
chiuso. Il premio al rischio negli ultimi due mesi lo misura lo scarto tra
tasso Euribor ed Eonia overnight, a tre mesi è triplicato da 30 a 90 punti
base, sempre che il prenditore sia autorevole e grande abbastanza da vincere
le ritrosie degli altri. Così è decollato il ricorso al "rubinetto di
Francoforte": solo le banche italiane, nei due mesi estivi, hanno raddoppiato
a 80 miliardi i finanziamenti della Bce, e con un tasso (1,5%) ben maggiore
dei 90 punti base interbancari. Peggio ancora negli States: da nove mesi i
money market fund americani abbandonano in massa il rischio Europa. Neanche le
prospettive sono incoraggianti, pertanto i maggiori istituti corrono ai
ripari. Bnp Paribas ha annunciato un taglio di 70 miliardi agli attivi di
rischio ponderati entro fine 2012; in pratica venderà mutui, specie erogati
negli Usa, a terzi, cercando di far salire il patrimonio Core tier 1 di 100
punti base e di ridurre di altrettanti miliardi i propri bisogni di
finanziamento in dollari. Simile annuncio, giorni fa, lo ha dato Credit
Agricole (riduzione di debiti per 50 miliardi entro fine 2012) e due mesi fa
Dexia, che mira di ridurre il bilancio di 91 miliardi, e di 47 il funding a
breve termine, ma secondo indiscrezioni la cifra dovrebbe crescere di altri 20
miliardi.
La dieta degli attivi in gergo deleveraging ha il doppio vantaggio di
aumentare i ratio patrimoniali e ridurre le esigenze di finanziamento. Anche
alcune banche italiane ci stanno provando. Ma la pratica comporta diverse
incognite, su cui per ora i banchieri amano tacere. «Intanto bisogna riuscire
a venderli effettivamente, gli asset spiega un analista a patto di restare
anonimo poi, nel caso, si vende anche il reddito che producono. Ma se si prova
a dirlo a un banchiere, questi replica: tanto erano attività poco redditizie.
Allora perché ci hanno investito?». Todo modo, c'è un mucchio di merce
bancaria in vendita, il che farà scendere ancor più il suo prezzo ed emergere
cospicue minusvalenze nei conti economici, oltre che intaccare la redditività.
«Con un leverage in calo di un quarto rispetto al 2007, la redditività
dell'equity è destinata a soffrire - riporta un recente studio di Barclays -. Ma il
Roa (return on asset, ndr) sorprende ancor di più, ed è solo in parte dovuto
alle ostinate svalutazioni di asset». La banca britannica vede più opportunità
di rilancio del Roe sulle rivali Hsbc, Rbs e Kbc, e dà minori chance a
Swedbank, Bnp Paribas, Santander, Unicredit.
Patrimonio. Mentre gli istituti attendono i numeri finali dal Comitato di
Basilea 3, soprattutto per sapere il patrimonio effettivo richiesto alle
istituzioni sistemiche (cosiddette "Sifi": anche Unicredit vi ricadrà) i loro
patrimoni si erodono, per minori utili e per le svalutazioni di asset, vere o
"prospettiche". Tra le ultime, i deprezzamenti di titoli sovrani greci,
portoghesi, irlandesi, italiani, che ormai il mercato dei bond dà per scontati
(l'esempio più nitido è il debito greco, svalutato del 21% dai principali
istituti, mentre quota circa a metà del nominale). Senza entrare nei casi
singoli, s'è diffusa tra addetti ai lavori la sensazione lanciata da uno
studio di Mediobanca Securities, tre mesi fa che le banche francesi e tedesche
dovranno a ricapitalizzare, perché il paravento della tripla A sovrana dei
loro paesi si è rivelato un alibi per il "non fare". Per ora i francesi
seguono più la strada del deleveraging, che nei fatti è una ricapitalizzazione
au contraire. Per tutti, una nuova svalutazione dei bond greci default o meno
sarà inevitabile, ma non è il problema. E' il debito italiano il grosso iceberg
vagante: tra i primi stock mondiali, decine di miliardi nelle pance di
istituti italiani e viciniori. Gli addetti ai lavori stimano che una
svalutazione anche piccola, pari al 20%, dei titoli del Tesoro, manderebbe
gambe all'aria sia le banche europee sia la valuta unica. E tra le Cassandre,
aleggiano spettri di nuove nazionalizzazioni forzose.
Cassandre o meno, è in agenda lunedì 3 ottobre una riunione tra i ministri
delle finanze francese e belga per discutere l'integrazione di Dexia con le
pubbliche Banque postale e Caisse des depots. La banca francobelga, gravata di
asset tossici e prestiti infrastrutturali, rischiò il crac già tre anni fa.
Redditività. Ultimo report di Chevreux: «L'impatto combinato della congiuntura
(2/3% i ricavi, +10/20% gli accantonamenti) e liquidità (taglio medio del 10%
ai profitti) ci porta a una revisione profonda delle stime di utile sulle
banche francesi: del 17-23% per il 2012 e del 20-25% al 2013». Così la
controllata di Credit Agricole ha ridotto del 24% il prezzo obiettivo a Bnp
Paribas, dell'11% a Natixis e del 33% a Socgen. Ultimo report di Macquarie:
«Il secondo trimestre delle banche italiane mostra una redditività ridotta,
con un Rote medio del 4% a causa del margine di interesse ancora debole e del
costo del credito piatto. Entrambi i fattori non miglioreranno a medio
termine». Macquarie ha su Intesa Sanpaolo l'unico outperform nel settore
italiano. L'economista Angelo Baglioni, su La Voce.info, ha aggiunto che le
banche domestiche «devono rivedere (al ribasso) gli obiettivi sul margine di
interesse, perché a primavera avevano formulato piani strategici puntando
sull'aumento del tasso Bce», mentre è ormai noto che presto Francoforte farà
una rumorosa marcia indietro. Per altro, già da agosto il calo del tasso
ufficiale (che in agosto ha prodotto la riduzione del tasso Irs decennale dal
3,25 al 2,90%) si è tramutato in un aumento delle condizioni ai clienti: dal
3,22 al 3,50% per i mutui casa, dal 3,34 al 3,65% per i prestiti alle imprese.
Dati Abi. «Sono sei mesi che i maggiori banchieri italiani parlano ai loro
investitori di repricing - racconta un analista - e per loro sarà bene che ciò
accada, dato che, se applicassimo ai modelli di business gli spread e i costi
di raccolta attuali, non c'è singola attività bancaria che finirebbe in
utile». Tranne il credito al consumo, perché lì il margine bancacliente è
ampio fino a 700 punti base. «Ma solo a livello lordo aggiunge l'analista
perché dopo rettifiche e mancati rimborsi di rate, finirebbe in rosso anche
quello».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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