«Sono tre i fattori che stanno alla base del successo delle nuove imprese:
l'identificazione dei settori 'giusti' su cui puntare; la 'visione'
a medio termine, ovvero la capacità di capire come sarà il mercato
dopo vari anni; un management non improvvisato». Gianluca
Braggiotti, founding partner di myQube, la società internazionale di
venture capital che gestisce il fondo EuroQube promosso da Pirelli e
al quale aderiscono Benetton, Mediobanca, Banca Intesa, Merril
Lynch, Caltagirone, Camfin e Gazzoni Frascara, spiega i segreti per
identificare le imprese nascenti che hanno davvero una marcia in
più. E su cui, dunque, il venture capital e i fondi di private
equity puntano di più.
Per quanto riguarda i settori su cui
puntare, sembra che quelli ad alta tecnologia siano un po' in
declino dopo la crisi della new economy. È così?
"Secondo me la
tecnologia può ancora dare buone soddisfazioni..."
Non sembrerebbe così dopo quello che è accaduto negli ultimi due anni.
Basta pensare a quante imprese Internet hanno chiuso i battenti.
Mentre altre non se la passano affatto bene.
Con la tecnologia si
sono fatti molti soldi. L'industria del venture capital negli ultimi
20 anni ha guadagnato in media il 25 per cento all'anno. Più
recentemente le cose sono andate peggio perché si è investito in
processi di business più che in vera tecnologia. Le imprese come
Webvan, fallite, erano di questo tipo."
Quali sono, allora, i settori tecnologici su cui si po' ancora investire?
"Penso alla sicurezza (delle reti, la telesorveglianza, ecc,). Molto importanti
sono quei progetti che permettono l'interfaccia vocale tra uomo e
macchina. La fotonica, con tutto quello che è legato alla banda
larga, è un altro settore fondamentale in cui si assisterà a uno
sviluppo vertiginoso. Non dimenticherei poi lo
storage, ossia quelle
tecnologie che permettono la memorizzazione di dati in sempre minori
spazi. Infine, c'è chi sta studiando il 'G4', ovvero la quarta
generazione dei cellulari dopo l'Umts, che permetteranno di
utilizzare 1/80 di potenza a parità di segnale".
Sono tutte cose molto belle. Ma in Italia, di tecnologia, ce n'è poca.
"Purtroppo è abbastanza vero. La ricerca non è mai stata
veramente incentivata né dal governo né dalle imprese. Non è solo
l'Italia, ma anche l'Europa, ad aver perso, per esempio, tutta la
battaglia dell'informatica, sia hardware che software. Però qualcosa
che si muove, anche in Italia, c'è".
Ad esempio?
"Pirelli, ad esempio, è leader mondiale nella tecnologia. Oggi i Pirelli Labs
sono leader mondiali nella fotonica..."
Ma non hanno venduto i semiconduttori agli americani?
"Sì, ma il know how della fotonica
è rimasto qui. E poi, per proseguire il discorso, c'è Telecom
Italia, che ha un po' di tecnologia sulle antenne adattive e sulle
metrolan. Ma c'è anche Sgs, che produce componentistica, fra le
storie di successo che producono tecnologia. E infine non
dimenticherei l'Enel, che ha di recente rilanciato la ricerca
avanzata i tutti settori collegati al suo business".
Saper individuare i settori giusti non è tutto, però. Non ci vogliono
anche altri requisiti affinché un investimento si tramuti in
successo?
"Sì, certo, bisogna anche essere capaci di avere una
'visione' di medio periodo. Il successo di un'impresa nuova non può
essere valutato prima di cinque anni. Bisogna insomma saper
giudicare cosa succederà a un'impresa negli anni successivi, in un
mercato che potrebbe cambiare".
E il management? In pieno boom di Internet si davano soldi anche ai
ragazzi che avevano avuto un'idea in una cantina.
"Quei tempi non torneranno più. Il venture
capital si è rarefatto. Prima una spolveratina di denaro si dava a
tutti. Oggi un business plan di 10 pagine in Power Point non si
prende più in considerazione".
Si sbaglia adesso o si sbagliava prima?
"Tra il '97 e il 2000 ci siamo illusi che quattro giovani
in un garage potessero reinventare Microsoft in una notte. Invece,
perché un'idea anche buona abbia successo, ci vuole anche un
management di comprovata competenza".
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in cui è stato redatto.