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Rassegna stampa - Documento |
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Tributaristi, non solo diritto italiano
di Daniele Autieri
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 18 luglio 2011
Per diventare un grande tributarista si parte da qui: una scrivania immersa tra 3mila
testi giuridici e oltre 150 riviste di settore al secondo piano dello studio Di Tanno & Associati, in
un palazzotto storico nel cuore di Roma. Il perché lo spiega Tommaso Di Tanno, iscritto all'albo dei
commercialisti dal '79, professore di diritto, già presidente del collegio sindacale di Vodafone
Omnitel NV, Banca Monte dei Paschi di Siena, Caltagirone e British American Tobacco Italia, nonché uno
dei più noti tributaristi in Italia. «La prima postazione assegnata a un giovane nel nostro studio -
racconta Di Tanno - è quella della biblioteca. Qui solo sapere dove cercare un libro richiede una certa
capacità di orientamento. Ecco perché, dopo la laurea, ci vogliono almeno altri 4-5 anni di studio».
Come è cambiata la professione negli ultimi anni? «Anche in Italia si è aperto un mondo che non
risponde più al solo diritto nazionale, ma fa riferimento a quello europeo ed internazionale. Per
questo i primi 4-5 anni di approfondimento servono a stare a galla, non a nuotare. La realtà è
complessa e bisogna mettersi nella condizione di affrontarla capendo almeno dove andare a cercare
quando ci viene posto un problema». Questo risponde anche alla maggiore sofisticazione della materia e
delle operazioni finanziarie. «Il professionista del XXI secolo non può nascere generalista; può morire
così, ma deve nascere specialista. E pur essendo specialista non conosce quasi mai la soluzione dei
problemi. Questo può accadere per i livelli più bassi, ma chi maneggia materie complesse deve dire al
suo cliente: dimmi cosa vuoi sapere che tra qualche giorno ti rispondo». Qual è la formula ideale per
esercitare la professione del tributarista? «Senza dubbio quella associata. Se un giovane pensa di
aprire il proprio botteghino dopo l'università, stia sicuro che non andrà lontano. Anche il più bravo
degli studenti ha bisogno di un mentore e di uno studio strutturato che lo guidi. Insomma, per muoversi
con dimestichezza in questo inferno, ogni giovane ha bisogno di un Virgilio. Altrimenti non passa
nemmeno l'Acheronte». È sempre un rischio scegliere la via della libera professione? «Il binomio lavoro
professionale rischioso, lavoro dipendente sicuro non è più valido oggi. Gli studi sono ormai imprese
che prestano servizi, soggetti da cui una società evoluta non può prescindere. Anche questo studio,
attivo da 25 anni, molto probabilmente mi sopravvivrà. E in genere gli studi associati sono ormai
solidi, e gestiscono circa la metà del lavoro offerto sul mercato italiano». Qual è la caratteristica
più importante di un tributarista? «Il professionista cresce se esprime una personalità professionale,
ovvero se è capace di rapportarsi al proprio interlocutore. Un grande professionista non parla con il
signor Fiat, ma con il signor Marchionne; non con il signor Intesa SanPaolo ma con il signor Passera.
Serve un'attitudine psicologica per capire il cliente. Alle volte capitano persone indecise che vanno
tranquillizzate; altre volte ci si scontra con individui che già sanno cosa vogliono e hanno bisogno di
una risposta immediata e convinta. Ovviamente per i giovani mettersi in sintonia con l'interlocutore è
più complesso. E questo non ha niente a che fare con i codici: la conoscenza della materia si fa
friggere senza la capacità di comunicarla». Che rapporto ha con i giovani? «Oltre alla professione
continuo a insegnare all'università. È molto importante sia per il rapporto costante con le nuove
generazioni, sia perché insegnare significa trovare le parole giuste per semplificare un messaggio
complesso». Quanto contano le relazioni per fare carriera in questo mondo? «Il network di relazioni
conta, ma senza la capacità tecnica e professionale non dura. Diciamo che quando si incontrano persone
che non hanno le caratteristiche giuste per stare in un certo posto e invece ci stanno, significa che
dietro c'è qualcosa di poco pulito. E questo in Italia succede spesso».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
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