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  :: Rassegna stampa - Documento

Troppa liquidità nei Fondi, colpa anche del credito d'imposta
di Fernando Vacarini
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 20 ottobre 2003

Quando si analizzano i fondi di investimento di diritto italiano, si nota subito la presenza molto elevata di liquidità in portafoglio. In diversi casi ad un livello superiore rispetto a quanto previsto ad esempio da Assogestioni. Quindi si assiste ad una contraddizione in termini: si acquista un fondo azionario e ci si trova con un fondo bilanciato. Certo, in condizioni di mercato difficili può essere un vantaggio, perché l'esposizione minore nei confronti dei listini azionari permette di realizzare minori perdite. Ma quando i mercati salgono diviene una zavorra perché il gestore non può effettuare un'asset allocation corretta e cavalcare al meglio la ripresa in atto. Comunque, al di là di motivazioni tattiche o di riserve per far fronte ad eventuali riscatti, un motivo molto importante per cui i fondi sono pieni di liquidità è il problema del credito d'imposta. Un fenomeno che si fa sentire molto, soprattutto quando si attraversano fasi prolungate di discesa dei mercati, come quella a cui abbiamo assistito negli anni passati. In base alla normativa vigente sul capital gain, i gestori vengono assoggettati ad un prelievo del 12,5% a monte, quindi se si registrano performance negative il credito d'imposta sale a livelli molto elevati. Non permettendo al gestore di effettuare delle scelte ottimali per il suo portafoglio, perché in sostanza il credito d'imposta diventa liquidità indisponibile per l'asset allocation. E' vero che la normativa consente di compensare credito d'imposta di un fondo con il debito d'imposta di un altro. Ma questo meccanismo riuscirebbe a funzionare se la società di gestione avesse in portafoglio quasi esclusivamente fondi obbligazionari, mentre nella maggior parte dei casi l'offerta tra azionari e obbligazionari è piuttosto bilanciata. A soffrire maggiormente nel passato per questa situazione sono stati soprattutto i fondi che hanno perso di più nella fase di storno dei mercati, come i tecnologici; in questo caso quindi il recupero delle perdite effettuate negli anni precedenti sarà ancora più lungo. In simile contesto, a beneficiare della situazione, sono i fondi di diritto estero che pagano il capital gain solo nel momento in cui l'investimento viene liquidato. Forse sarebbe il caso di rendere giustizia ai prodotti italiani equiparandoli a quelli esteri per evitare distorsioni fiscali e gestionali.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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