Cerca nei documenti
Cos'è? | Demo | Nuovi utenti | Costi di utilizzo | Partners | Mappa del sito
Business plan online | Approfondimenti | Rassegna stampa | Links | Faq
 
Home page Rassegna stampa Documento
Glossario Scale di rating Vai alla pagina di Facebook dedicata ad analisiaziendale.it Vai alla pagina di LinkedIn dedicata ad analisiaziendale.it Formulario Contatti
Accesso Utenti registrati
UserID
Password
Password persa?
Non hai UserID e Password?
Alcuni servizi sono gratuiti!
Strumenti online riservati agli Utenti registrati:
Analisi di bilancio
Business plan online
Piano di ammortamento del mutuo
Calcolo costo medio ponderato del capitale
Test Basilea 2
Test sulla propensione all'internazionalizzazione
 
 
  Feed back e compatibilità
  Speciale Basilea 2
  Cerca con Sgela  
  Scriveteci una e-mail
 
 
 
  Piano di ammortamento
  Test Basilea 2
  Test internazionalizzazione
 
 
Sono complessivamente disponibili in questo sito in modo gratuito
n. 2.794
documenti per gli Utenti registrati e per i Visitatori
 
 
Elenco principi contabili
Elenco Ias/Ifrs
Elenco Sic/Ifric
Elenco principi revisione
 
 
Le nostre demo
Demo: Accesso all'area riservata e personale
   
Demo: Gestione aziende
   
Demo: Gestione bilanci
   
Demo: Strumento Analisi di bilancio
   
Demo: Strumento Piano di ammortamentoto del mutuo
   
Demo: Strumento Calcolo del costo medio ponderato del capitale (WACC: Weighted Average Cost of Capital)
   
Demo: Test Basilea 2
   
Demo: Test propensione all'internazionalizzazione
   
Demo: Autovalutazione Basilea 2 - Edizioni FAG
   
 
Alcune Faq
E' possibile registrarsi per un periodo di prova?
   
E'possibile vedere il funzionamento di uno strumento senza essere registrati?
   
Quanto costa la registrazione?
   
Mi sono registrato e sto utilizzando gli strumenti online a titolo gratuito. Come fare per abbonarmi ed utilizzare gli strumenti a titolo oneroso?
   
Gli strumenti offerti sul sito possono essere d'aiuto a seguito dell'applicazione degli accordi denominati Basilea 2?
   
Ma i software di autovalutazione che calcolano i rating sono utili e possono fornire un risultato spendibile all'esterno?
   
Lo strumento Analisi di bilancio può essere utilizzato per l'analisi del bilancio d'esercizio di un confidi?
   
  All'interno del Pannello di controllo sono disponibili, per gli Abbonati, informazioni relative allo stato patrimoniale riclassificato, al conto economico riclassificato, all'analisi per indici di bilancio, alla posizione finanziaria netta, al rendiconto finanziario, al check-up veloce, al costo medio ponderato del capitale (WACC - Weighted Average Cost of Capital) e a tutti gli altri strumenti.
Clicca qui per ulteriori informazioni.
  :: Rassegna stampa - Documento

Troppi ostacoli per uscire dalla crisi
di Alessandro Plateroti
Il Sole 24 Ore
Giovedì 11 dicembre 2003

L'esplosione della crisi finanziaria della Parmalat - e prima ancora il crack della Cirio - hanno messo in evidenza l'ennesima anomalia italiana: l'inadeguatezza dell'attuale quadro normativo in tema di fallimenti e ristrutturazioni - o turn-around - aziendali. Mentre in Europa Paesi come Gran Bretagna, Francia e Germania hanno già aggiornato più volte le normative sui fallimenti per adeguarle ai nuovi scenati economici, tecnologici e geopolitici, in Italia il sistema è ancora governato da una legge varata 60 anni fa, il cui carattere è estremamente punitivo e umiliante per l'imprenditore ed estremamente rischioso anche per gli altri soggetti - a cominciare dalle banche - che sono chiamati o si fanno avanti per gestire l'emergenza.
La legge è quindi del tutto "obsoleta" rispetto alle necessità delle imprese e del mercato. Non solo. Malgrado la procedura fallimentare degli Stati Uniti - il cosiddetto Chapter Eleven - sia stata presa formalmente come punto di riferimento nel dibattito normativo perché garantisce velocità di intervento e tutela della continuità del business, in Italia il cammino della riforma si è fermato ben distante dal traguardo "americano": il Chapter Eleven "italiano" è rimasto prigioniero del braccio di ferro tra le forze di governo sulla scelta tra due proposte di riforma concorrenti su cui ancora non c'è intesa.
In questo Forum abbiamo cercato di analizzare il futuro del turn-around con esperti: Claudio Dematté (presidente Aifi, Associazione italiana degli investitori istituzionali nel capitale di rischio), Gaetano Micicché (responsabile Large corporate and structure finance di Banca Intesa), Stefano Parisi (direttore generale di Confindustria), Michele Vietti (sottosegretario alla Giustizia) e Giuseppe Zadra (direttore generale Abi).

* * *

Le esperienze internazionali insegnano che il successo di un turn-around è legato a due fattori: velocità e tutela dell'integrità del business. In Italia non si ha ancora nè l'una nè l'altra e per un'impresa in crisi emergere da un'amministrazione controllata è quasi impossibile. Perché?
Dematté. Due constatazioni. La prima è che la nostra legge fallimentare è del 1942: in 60 anni le condizioni economiche e geopolitiche sono radicalmente cambiate e le possibilità per un'impresa di cadere in stato di crisi sono di gran lunga più elevate. La seconda è che oggi le imprese hanno, nel loro attivo, poste rilevanti di tipo intangibile. Il loro valore è elevatissimo se le cose vanno bene, ma si azzera nel momento in cui si fa un bilancio da liquidazione. Ma esistono anche altri problemi. Come Aifi abbiamo constatato che non ci sono in Italia fondi specializzati nel turn-around e che il numero di operazioni è molto limitato. Secondo noi i motivi sono questi. Delle quattro procedure previste dalla legge, tre - concordato preventivo, amministrazione controllata e amministrazione straordinaria - sono disegnate per affrontare il recupero dell'impresa. Una è disegnata per risolvere la chiusura dell'azienda quando la situazione è irrecuperabile. Delle prime tre nessuna svolge queste funzioni nei fatti. La prova è che dall'amministrazione controllata, designata in particolare per le grandi imprese, quasi mai si riemerge. Ci sembra che i motivi possano essere questi. Primo, i criteri di ammissione alle procedure di risanamento sono eccessivamente rigidi. Secondo, non esiste un meccanismo che metta l'azienda in mano a professionisti del turn-around. Terzo, si corrono rischi eccessivi nel prendere in carico un'azienda, parte di un gruppo o di una società in stato di insolvenza. Inoltre, le tre procedure hanno un'impronta pesantemente punitiva verso i comportamenti che vengono sovente giudicati ex-post distrattivi, anche quando sono semplici comportamenti di gestione ordinaria.
Onorevole Vietti, cosa sta facendo per risolvere questi nodi?
Vietti. Come è noto, una commissione ministeriale ha elaborato delle ipotesi, e purtroppo uso il plurale, di riforma della legge fallimentare. Il risultato tecnico a questo punto esigerebbe un trattamento di carattere politico, una sintesi che consenta di fare una proposta di legge delega. Sarebbe un naturale completamento del diritto societario: riformata la fisiologia delle società, sarebbe logico occuparsi della patologia. Per fare questo credo sia necessario trovare l'accordo tra sintesi politica ed elaborazione tecnica, proprio perché parliamo di legge delega e non di legge. Le norme del '42 si ispirano al principio della tutela degli interessi dei creditori e a questi, di fatto, sacrificano tutto. L'idea era di massimizzare gli interessi dei creditori rispetto all'attivo fallimentare spacchettando in qualche modo l'azienda. Tutti gli istitui che la legge fallimentare riconosce - le revocatorie, l'ufficio pubblico del curatore, il ruolo di giudice delegato, le responsabilità - furono costruiti con questa logica. Purtroppo questi strumenti hanno oggi un "bilancio fallimentare". Non si riesce a garantire contemporaneamente la salvaguardia degli interessi dei creditori e la celerità della procedura perché di fatto i due interessi si rivelano incompatibili. La procedura di liquidazione è assolutamente insufficiente a soddisfare i creditori ed eccessivamente costosa: spesso assorbe gran parte dell'attivo fallimentare. Non solo. Poiché la procedura fallimentare si innesta nel circuito vizioso del processo giudiziario, che come è noto ha tempi lunghissimi, finisce per essere eterna, con un danno complessivo per tutti: creditori, azienda, imprenditore, sistema giudiziario. La legge Prodi tentò di cambiare le cose: di privilegiare anziché l'interesse dei creditori, il loro soddisfacimento e di dare priorità all'interesse dell'apparato produttivo. Infatti la competenza della vigilanza va all'attività produttiva e si parla di amministrazione della grande impresa in crisi. Credo che il problema sia capire qual è l'interesse forte, preminente, che vogliamo sia tutelato dalla nuova legge. A mio avviso, lo scopo di una moderna procedura fallimentare è distribuire i rischi dell'insolvenza in modo da neutralizzarli o, almeno, controllarli, per far si che siano il più possibile rischi dell'impresa e non di carattere personale. Credo dunque che la centro della prossima legge non stia più l'interesse dei creditori o quello della produzione, ma la stabilità del mercato, cioè la relazione commerciale oggettivamente intesa. Tenendo conto che l'impresa non è una monade, ma sta dentro un sistema e la sua crisi può determinare un effetto domino.
Le banche sono spesso accusate di non fare abbastanza per le imprese, soprattutto quando questa sono in crisi. E' più facile procedere a un write-off che tenere in bilancio un credito in sofferenza?
Micciché. Questa era l'impostazione del passato, non quella del presente. Il primo problema da risolvere è di carattere culturale: in Italia la dichiarazione dello stato di crisi è considerata un'ignominia, quindi si cerca di rinviarla il più possibile. Si arriva spesso così allo stato di crisi non per decisione dell'imprenditore ma per volontà di terzi, creditori o banche. Si pensa, ma non è vero, che le banche diventino proprietarie dell'azienda. Esse hanno dimostrato negli ultimi tempi di poter gestire in maniera anticipata, anche stragiudiziale, le crisi delle aziende. Secondo me occorre anticipare le procedure concorsuali e cercare soluzioni di assistenza continuativa alla clientela per uscire dalla crisi con un turn-around stragiudiziale.
Parisi. Innanzitutto, non è detto che dietro la crisi di un'impresa ci sia per forza una cattiva gestione da parte dell'imprenditore: alla base dei problemi possono esserci normali andamenti del mercato, nuove tecnologie. Se l'imprenditore è restio a dichiarare la crisi è per colpa della legislazione in vigore, che spinge verso comportamenti patologici. Il controllo dell'imprenditore sull'impresa fa si invece che la tensione sia massima. A mio avviso, i veri problemi dell'attuale legge fallimenatre sono due: da un lato, un eccessivo ruolo dei giudici, che, potendo intervenire in tutte le fasi della procedura fallimentare, danno un profilo penale all'intero processo; dall'altro lato, il ruolo dell'imprenditore, che è immediatamente esautorabile dalla gestione dell'azienda. Fondamentale per questa famosa riforma del diritto fallimentare è che si realizzi a breve e sia abbastanza organica con la riforma del diritto societario che l'onorevole Vietti ha ricordato. Anche la recente riforma fiscale è in questo senso un pezzo importante del quadro. Siamo dunque di fronte a una scelta. C'è una commissione che ha fatto il suo lavoro al ministero e due testi. Uno ha una cultura prevalentemente conservatrice: il ruolo del giudice e la giurisdizionalizzazione di tutta la procedura resta molto forte. L'altro guarda al problema in modo più moderno, più di mercato. La velocità e la tutela dell'integrità del business è ciò che a noi interessa. Sarebbe importante se già dai primi mesi del 2004 potessimo completare l'intero processo di riforma. Avremmo così la possibilità di girare il mondo e dire «venite a investire in Italia, perché abbiamo completato la riforma del diritto societario, fiscale e fallimentare, tenendo conto delle moderne esigenze di mercato». Spero che il Governo scelga tra i due testi senza la logica del compromesso: l'obiettivo è riequilibrare le relazioni commerciali e, nel fallimento, dare una seconda chance soprattutto all'imprenditore.
Zadra. Mi pare che ci sia concordia sull'analisi storica: la legge ha più di sessant'anni e niente vale a lungo nel campo delle regole d'impresa. Ma c'è di più: la legge non ha salvaguardato alcun valore e nel complesso la maggior parte del danno si è scaricato sul sistema bancario. Se gli attuali procedimenti di rimedio non hanno funzionato, non è soltanto per motivi legati alla filosofia delle procedure concorsuali. Ci sono due specifici aspetti. Dapprima i tempi di intervento. Uno dei punti essenziali della nostra richiesta di soluzione è di avere un provvedimento del giudice per il freeze immediato, simile al Chapter Eleven americano, che renda impossibili comportamenti opportunistici da parte di singoli creditori. Con il congelamento, tutte le parti interessate possono muoversi con tranquillità reciproca. Poi, è questo è l'aspetto dominante, occorre eliminare la minaccia di sanzioni penali (o civili) che incombe su chi si attiva (banca, fornitori) per risanare l'impresa, nel caso in cui, purtroppo, l'intervento non vada a buon fine. Dematté lo ha detto: esistono casi in cui si è stati travolti da una crisi avvenuta tra passaggi di proprietà precedenti. Ci piacerebbe che questa combinazione di elementi trasformasse l'articolo 4 della proposta nel nostro Chapter Eleven. Durante il freeze la maggioranza dei creditori può decidere rapidamente su un piano di risanamento, in condizioni di sicurezza per gestire la crisi. Oggi le amministrazioni controllate finiscono al 96% in fallimenti, che durano sei o sette anni. Le perdite di tutti i creditori sono inevitabili e ingenti. Il sistema bancario - abbiamo fatto conti ripetutamente - subisce costi che derivano dalle procedure fallimentari, pari a una maggiorazione di un punto, un punto e mezzo dei tassi attivi. Insomma, l'inefficienza delle procedure fallimentari è, anche da questo punto di vista, una vero e proprio danno per la collettività.
Eppure sotto accusa sono sempre le banche...
Micciché. In questi ultimi anni il sistema bancario ha svolto un ruolo di forte supporto alle aziende grandi, medie e piccole. In particolare in questo ultimo periodo in cui il mercato dei capitali è risultato quasi del tutto assente, ribaltando sul sistema bancario l'onere di tutti i rifinanziamenti e ristrutturazioni. Il sistema bancario ha tenuto molto bene. Abbiamo visto imprenditori che per tempo sono stati capaci di sostanziali cambiamenti, modifiche nel management e di concentrazione di redditizie aree di business. In questi casi le banche hanno contribuito alla valorizzazione dei rami aziendali concedendo, direi con coraggio e dove necessario, nuove linee di credito. Per quanto riguarda Banca Intesa, abbiamo creato delle strutture specifiche per settore, i cosiddetti Grm (Global relationship managers) che si dividono le aree di business. L'obiettivo è quello di essere quanto più focalizzati possibile sui bisogni delle aziende per assisterle a 360 gradi. Il rapporto con il cliente deve essere improntato alla continuità della relazione nel tempo. Per quanto riguarda il venture capital, i fondi di private equity e le assenze di capitale di rischio, va detto che in Italia non c'è una gran cultura del capitale di rischio e al Centro-sud è quasi totalmente assente. Però bisogna valorizzare una parola che si sente usare raramente: "uomo". Credo che siano pochissimi gli uomini per tutte le stagioni, in grado cioè di gestire uno sviluppo aziendale e anche il turn-around o situazioni di crisi.
Negli Stati Uniti uno dei nodi principali del turn-around è il bilanciamento tra esigenze dei creditori e quelle degli azionisti. Come state affrontando questo porblema?
Vietti. Per la verità la proposta normativa come tutti hanno ricordato è in stallo, nel senso che ci sono due ipotesi di soluzione che su molti temi sono alternative. Per questo, dicevo, è necessario un intervento di sintesi politica che non sia, come Parisi teme, una mediazione al ribasso. Sino cinque i criteri che devono ispirare la soluzione finale della riforma fallimentare. Il primo è la tempestività: bisogna essere rapidi nel tentare di prevenire la crisi e nel possibile risanamento o nella ipotetica liquidazione. Possiamo inoltreimmaginare incentivi di ordine fiscale, che in qualche modo agevolino la possibilità di fare emergere la situazione di crisi in via preventiva. E poi incentivi in termini di protezione: il piano che viene approvato da imprenditore e creditori deve avere la garanzia che anche in caso di insuccesso le parti siano tutelate. Secondo criterio ispiratore: l'autonomia privata. Se la filosofia della riforma deve privilegiare la tutela delle relazioni commerciali, che sono privatistiche, deve essere dato un grande ruolo all'autonomia privata nella soluzione della crisi. Sono i privati i primi valutatori del rischio, non il giudice. Il piano di risanamento, come diceva Zadra, deve essere frutto dell'elaborazione in autonomia dei privati e della valutazione che fanno imprenditore e creditore. Dopodiché, certo, è necessaria una formula di ratifica da parte del Tribunale: un'omologazione di legittimità, non una verifica di merito. Terzo, il ruolo del giudice. Lo diceva già Parisi, il giudice deve essere ricondotto a funzioni proprie della girisdizione e non a funzioni della gestione aziendale. Quarto, la preservazione del valore dell'impresa. Anche se in crisi, o in liquidazione, l'impresa resta un valore che non va disperso. Ciò vuol dire preservare il ruolo dell'imprenditore, non avere un atteggiamento punitivo nei suoi confronti: spesso l'imprenditore subisce anche una crisi di sistema. Il fallimento può diventare, come succede in Usa, una "learning experience", un'esperienza formativa, e non una grave colpa. Sono convinto che per il fallimentare, come per il societario, il rimedio penale debba essere l'estrema ratio. Quinto punto, la revisione del sistema delle revocatorie. La stabilità degli atti dell'impresa in crisi è un valore e come tale va tutelato. Ma dobbiamo uscire dalla logica per cui il finanziatore dell'impresa in crisi finisce per diventare corresponsabile. Il sistema creditizio deve sviluppare con le imprese relazioni finanziarie diverse, di monitoraggio, aiuto, controllo, supporto, verifica. Non dico si debba arrivare a un albo speciale per chi si occupa di fallimenti, ma certamente ci deve essere un grosso sforzo di professionalità.
Esiste un deficit di manager che sappiano gestire la crisi?
Dematté. Esiste: abbiamo manager di grande qualità, ma non abbastanza. Quello che però vorrei provare a capire è questo: lasciando da parte la gestione del fallimento, non si potrebbe trovare un meccanismo normativo che legittimi gli accordi stargiudiziali per la gestione della ristrutturazione? Sarebbe già un intervento efficace perché, nei fatti, le ristrutturazioni importanti fatte fino adesso sono accordi stragiudiziali. Con un grave problema però: che un accordo stragiudiziale su un'azienda in stato di insolvenza può successivamente, se ricade in insolvenza, diventare sanzione penale nei confronti di coloro che l'hanno gestito. Ma non è sufficiente il freeze per salvare un'azienda, occorre anche nuova finanza. Ci sono aziende che stanno letteralmente deperendo perché non c'è nuova finanza nel campo della distrubuzione. L'onorevole Vietti ha indicato i cinque principi da seguire, ma ci sono correttivi per tamponare la situazione. Per quanto riguarda il management, credo che l'intera impalcatura delle procedure finora sia stata centrata sulla gestione dello stato fallimentare, dandolo per scontato. E' naturale allora che si siano formati professionisti che si occupano di gestione fallimentare. L'assenza, mi pare che l'abbia detto anche Zadra, di una procedura che consenta la riemersione di un'azienda ha fatto si che, mancando l'esercizio, non si sia formata neanche la funzione. Gli esperti di turn-around sono persone che hanno qualità molto particolari. Mi si potrebbe chiedere: «Come mai l'università non ha formato esperti di turn-around?». In realtà, abbiamo fatto una serie di inziative su cosa vuol dire gestire il turn-around, solo che l'imprenditore in stato di turn-around non viene.
Micciché. Se ci sono marchi, prodotti, fatturati e posti di lavoro, se ci sono quindi mercati da sviluppare, tutto ciò va rispettato. Il nostro obiettivo è quello di intervenire, non solo per evitare perdite d'esercizio, ma in una logica di sviluppo. L'attuale struttura del sistema bancario credo che agevoli interventi rapidi nell'esaminare le situazioni difficili; infatti la variabile tempo risulta spesso determinante nel riuscire ad assicurare continuità alle aziende mantenendo la fiducia di tutti gli stakeholder, cioè dei fornitori, dei clienti e delle forze lavoro. Di recente credo che un esempio di questo modo di operare possa essere rappresentato dalla ristrutturazione del Gruppo Piaggio che ha visto impegnate circa 25 banche. Con un imprenditore credibile e affidabile, con un piano industriale serio di sviluppo e di rilancio, le banche sono riuscite in tempi rapidi a gestire il turn-around. Nel 1992 sono stato chiamato a gestire il turn-around del Gruppo Cameli; c'erano 124 banche. Solo organizzare un comitato ristretto era un problema. Oggi invece c'è un sistema dove al tavolo si siedono sei o sette banche che rappresentano quasi sempre l'80-85% dei creditori. Questo è certamente un fattore positivo e di accelerazione delle risposte alle situazioni di crisi.
Dematté. Vorrei aggiungere che sembra intravedersi nel sistema bancario anche un altro processo molto importante, quello di enucleare le attività di turn-around in unità distinte, sorta di private equity per spin-off. Un tempo le banche sapevano gestire il tentativo di proteggere un credito in una procedura fallimentare ma non avevano all'interno know-how sufficiente per un turn-around. Poi si sono trovate nella necessità di doverlo fare. Sarebbe positivo se all'interno del sistema bancario questi nuclei, che si sono di fatto sperimentati su singole operazioni, prendessero forma anche distinta.
A proposito di uomini, che ruolo hanno i dipendenti nel processo di turn-around?
Parisi. Quesro è un aspetto delicato. Il problema di fondo è salvare tutto il know how che c'è all'interno dell'azienda, fra cui anche, ovviamente, i lavoratori; cambiare la logica del turn-around vuol dire anche salvare molti più posti di lavoro e dare un futuro all'azienda in cui c'è stata la crisi.
Micciché. Nella mia esperienza di turn-around i sindacati sono sempre stati molto presenti. Di fronte a un piano organico in cui si vede una via d'uscita che salva una quota importante di posti di lavoro sono sempre stati molto responsabili. Per esempio nel caso del Gruppo Cameli fu fatto un accordo che prevedeva la preventiva informazione sul piano di dismissione e di rilancio delle imprese. Insieme a loro siamo riusciti a realizzare un'operazione in bonis stragiudiziale, assicurando il mantenimento in vita di tutte le realtà industriali, salvaguardando i posti di lavoro. Nella mia esperienza, ho visto che se il piano è serio, il progetto è di medio-lungo periodo e sono persone credibili a presentarlo, i sindacati non rappresentano mai un ostacolo.
Qual'è la situazione europea?
Zadra. Siamo l'unico Paese che non ha fatto riforme del diritto fallimentare negli ultimi anni, e quelli che le hanno fatte, Francia, Germania, Gran Bretagna, continuano a riaggiornarle.
Dematté. Come Aifi abbiamo fatto un'indagine a livello internazionale, che conferma le parole di Zadra. Inoltre, in Paesi dove il turn-around è diventato pratica corrente, esistono dispositivi legali che risolvono i problemi di cui abbiamo parlato: freeze rapido, possibilità di altrettanta rapida denuncia dello stato di difficoltà, un sistema per trattare la nuova finanza, un sistema di tutele per chi interviene come finanziatore o come nuovo equity.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
Vai ad inizio pagina
 
Servizi gratuiti con Facebook! Clicca qui per info.
In primo piano... 
[  per le aziende e i privati  ]
Valutazione investimenti industriali
Sempre attuali... 
[  a p p r o f o n d i m e n t i  ]
Basilea 2
Il costo medio ponderato del capitale (WACC = ...
Products with long aging period in the agro-food system...
Le società tra professionisti dopo il decreto... (1ª parte)
XBRL e comunicazione finanziaria d'impresa
Focus on... 
[  i n   a r c h i v i o  ]
Se la finanza si mangia l'economia
Così la politica può battere la "dittatura del rating"
La fattura non corre sul web, l'Italia in ritardo
L'asset management suddito delle banche e affetto da...
Banche italiane all'attacco. Lo stress test dell'Eba...
Per le imprese una spinta a ricapitalizzare
Troppi errori e conflitti di interesse. Agenzie di rating...
Abs (Asset backed securities)
Cds (Credit default swap)
Le sante alleanze contro Basilea 3
Pagamenti in ritardo, interviene la Cdp
Più credito ai giovani per il rilancio
Una banca di casa modello esportazione così si mette...
Il prezzo della consulenza "haute couture"
Sugli amministratori di minoranza Assogestioni all'attacco
Ventata di liberalizzazioni: via le tariffe minime e...
A rischio il ricambio manageriale se resta un affare di...
La stretta al credito strangola i produttori e fa salire gli...
Intervento Bce a impatto neutro per i conti dell'Eurozona
Banche a caccia di alternative
Il punto debole è la mancata disciplina delle società
Le imprese sono a caccia di quarantenni. Ma la selezione...
Professionisti sempre più precari ora sognano di...
Promotori finanziari più giovani. Ma dopo due anni...
Le top ten in Piazza Affari. Cos'è cambiato in tre anni
Vicino alla firma il nuovo contratto dei dipendenti degli...
Torna l'incubo "credit crunch"
Fiducia da ristabilire
L'internazionalizzazione inizia dai manager
Dai rating alla speculazione. Il dizionario dell'incertezza
La Camera approva la riforma dell'ordine dei giornalisti...
Redditi, ecco i 730 del 2011. Solo il 2% sopra i 74mila euro
Risparmio gestito, l'invasione dei nani
Le banche possono sostenere la ripresa
Products with long aging period in the agro-food system...
Non credete al rating
Avvocati, le nicchie per sfondare
Il gioco dell'oca del Governo. Con le professioni si torna...
Anche la giustizia lenta pesa sulla ripresa
Confindustria contro avvocati. Costi della giustizia troppo...
Inizio pagina PEC: analisiaziendale@legalmail.it Disclaimer - Condizioni generali di contratto - Cookies - Credits
analisiaziendale.it srl 2001-2012  Analisi e valutazioni online&onsite   Via A. Rubbiani n. 6/2 - CAP 40124 - Bologna
REA CCIAA di Bologna: 461331  Partita IVA: 02712471206   Capitale sociale di euro 10.000 (interamente versati)