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Un nuovo modello di business per i gestori di patrimoni finanziari
di Adriano Bonafede
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 11 luglio 2011

L'ultimo rapporto (inedito) di McKinsey sul risparmio gestito suona più o meno così: "Continuerà la gallina a fare le uova d'oro?". Da com'è formulata la domanda (per nulla retorica) si comprende qual'è oggi la situazione dell'industria che si occupa di gestire le ricchezze mobiliari accumulate dai risparmiatori di tutto il mondo. Le conclusioni cui arriva il rapporto internazionale si attagliano benissimo anche alla situazione italiana (che ha anche qualche peculiarità in più, come vedremo). "Sono tre le principali sfide - si legge - che dovrà fronteggiare l'industria del risparmio: 1) Dovrà rovesciare la tendenza alla caduta della sua quota di mercato e affinare la sua proposta per attrarre di nuovo gli investitori retail e istituzionali. 2) Dovrà migliorare la comprensione dei bisogni e delle aspettative dei clienti. 3) Dovrà rimodulare i suoi modelli di business per incrementare le economie di scala e la competenza". Come si vede, da questo breve resumé della ricerca, si comprendono bene i problemi che si ritrova di fronte l'industria dell'asset management. La ricerca stessa mette in luce che negli ultimi tre anni, dall'inizio della crisi finanziaria a oggi, le masse gestite sono tornate sì a prima della crisi, "ma ciò è dovuto soltanto alla crescita delle performance". In altre parole, e più semplicemente, è da almeno tre anni che non arriva denaro fresco da investire attraverso le strutture dell'asset management. I motivi di questa perdita di fiducia da parte dei risparmiatori sono diversi. Da una parte c'è stata la forte volatilità dei mercati (tornata di recente ai massimi livelli) per cui un investitore che abbia i suoi soldi in qualche società di asset management teme (naturalmente non sempre è così, dipende dai prodotti) di vederli andare su e giù come nelle montagne russe. Dall'altra c'è stata la forte concorrenza delle banche, che nel pieno della crisi hanno utilizzato tutta la loro potenza per reindirizzare il risparmio gestito verso i loro bond, che servivano a riprendere liquidità. Dall'altra ancora il fatto che la produzione di nuova ricchezza (in tutto il mondo occidentale ma ancora più in Italia) è venuta a mancare per via della crisi: i prodotti interni lordi sono aumentati di pochissimo, mentre nel 2008 c'è stata una forte caduta. Ma è proprio la relativa mancanza di liquidità che ha creato un mercato complessivamente molto più competitivo che in passato. Un mercato dove le società del risparmio gestito, le banche, le stesse società con i loro bond e, ancora di più lo Stato con i titoli pubblici, fanno a cazzotti per spuntare una fetta più grande in una torta che tende a restare la stessa o addirittura contrarsi. Per farsi strada in un ambiente divenuto più competitivo, le società di asset managment devono fare di più. Non è un caso che proprio la ricerca di McKinsey metta in luce la necessità di rivedere i modelli di business e migliorare la comprensione dei bisogni dei clienti. Proprio quest'ultimo punto merita una più approfondita riflessione. Molti, troppi risparmiatori comuni ma anche investitori istituzionali hanno avuto delle amare sorprese negli anni passati. Non che si debba per forza guadagnare sempre (come ostinatamente ma anche ingenuamente pensano alcuni). Ma la verità è che in troppi casi gli investitori si sono ritrovati con prodotti ad alto rischio senza rendersene conto. O, per meglio dire, non hanno compreso bene la natura e l'intensità dei rischi che prendevano. Colpa di un'asset allocation ovvero di un'allocazione delle risorse sbagliata, è chiaro. Compreso questo problema, le banche e le reti dei promotori hanno cercato di trovare una soluzione. E' così cominciata la lunga discussione che va sotto il nome di "educazione finanziaria". In sostanza si dovrebbe far sì che il risparmiatore sappia qualcosa di più di investimenti in modo da poter indirizzare i propri soldi verso la soluzione migliore. Il punto è che però è difficile passare dalle parole ai fatti: dare a un cinquantenne o a un sessantenne un'educazione finanziaria (sono queste le fasce di età più "ricche" di risparmio) è più facile a dirsi che a farsi. Mentre d'altra parte c'è chi ha fatto notare che, se c'è qualcuno che ha bisogno di un'educazione finanziaria, sono propri gli sportellisti bancari e i promotori, ovvero le persone che dovrebbero dare i giusti consigli ai clienti. Ma gli sportellisti bancari sono i più adatti a dare questi consigli? Non pochi hanno fatto notare l'eterno conflitto d'interesse in cui sono immersi, che li obbliga a dare la preminenza ai bisogni dell'istituto di credito (quando ad esempio ha la necessità che la gente compri i suoi bond). Da ultimo è apparsa la discussione sulla nuova figura dei consulenti introdotta dalla norma europea Mifid. In Italia la norma è stata recepita ma mancano i regolamenti di attuazione del ministero dell'Economia. Cosicché oggi non si sa quanti siano i consulenti, né esiste un organo che ne controlli l'operato. Insomma, come si diceva prima, i problemi dell'industria del risparmio gestito ci sono un po'dappertutto ma in Italia hanno un profilo ancora più accentuato. Banche, sgr, societàrete stanno facendo degli sforzi per avvicinare di più i clienti che tra l'altro in Italia sono particolarmente avversi al rischio e inclini ad acquistare solo titoli di Stato ma il percorso è ancora lungo.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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