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Un problema di accountability
di Andrea Greco
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 17 novembre 2003

Se è vero che la fiducia paga, basta rovesciare la frase per capire che l'opacità costa. Il caso Parmalat (poco trasparente fino all'ambiguità nel dettagliare la cassa aziendale, a fronte di debiti certi e ingenti) è solo l'ultimo di una teoria di "dimostrazioni": il mercato concede credito alle società più ambiziose, talvolta premia perfino l'estro; ma quando sospetta di essere preso per il naso scattano vendite senza pietà. Talvolta è troppo tardi, specie per gli ultimi della filiera del risparmio - il pubblico - che si trovano il cerino in mano, in forma di azioni comprate a prezzi lontanissimi, o di bond dall'incerto rimborso. Non si tratta di "moralità del mercato": è solo questione di non rimangiarsi le promesse (salvo casi di forza maggiore) e con parole e fatti saper condurre verso la crescita chi ha investito. Accountability, la chiamano gli anglosassoni; in Italia non c'è un sinonimo, e ciò già indica il diverso grado di maturità. Difatti, anche di fronte a scandali finanziari ben più seri - da Enron in giù - negli Usa e nella City c'è sempre almeno la sensazione che chi sbaglia paghi caro. Da noi, a parte la "punizione" di Piazza Affari, modi e forme di controlli e sanzioni sono molto meno efficaci.
La cronaca offre facili conferme. Di Cirio molto s'è detto, è in amministrazione straordinaria e gli investitori aspettano idee di rimborso, dalle banche o dai nuovi padroni. Per ora il tribunale di Roma ha almeno snellito l'iter, accettando la richiesta di un'unica d'iscrizione al passivo del trustee, che rappresenta gli oltre 30 mila obbligazionisti. Il 21 novembre Antonio Fazio incontrerà i maggiori banchieri (coinvolti a vario titolo nel caso) e potrebbe esortarli a transare coi clienti-sottoscrittori, per casi specifici; per ora l'eventualità è circondata da una ritrosa cautela. Sul lato societario, Cirio è in mano a tre commissari che contano di stendere il piano cessioni prima dei termini del 9 dicembre. I pretendenti ci sono, in Italia e fuori, ma sarà arduo soddisfare il Ministero attività produttive, che vorrebbe tenere il gruppo indiviso e in mani italiane. Di certo, dopo la vendita degli asset all'appello finale, quando i creditori esigeranno la loro parte, mancherà parecchio. Almeno un miliardo di euro, quasi l'ammontare dei sette bond Cirio.
Se il danno Cirio è ormai in predicato (se ne occupano le Procure di mezza Italia), ci sono molte società minori che non promettono niente di buono, in Borsa e nei conti. Una è già fallita (Opengate), altre (Gandalf e Giacomelli) sono in liquidazione, il resto se non è moribondo certo sta poco bene. E la Consob, anche mettendo le mani avanti per non patire accuse a cose fatte, ha applicato il Tuf e chiesto a 16 società ragguagli mensili su gestione e debiti. Una drammatica carrellata sulla black list: a Olcese servono «congrui versamenti» per sopravvivere, il cda di mercoledì scorso è slittato e non si vedono vie praticabili; Arquati ha ristrutturato il debito, il 21 novembre ha l'assemblea per l'aumento di capitale, ma a mettere altri soldi può essere solo un nuovo, fantomatico socio; Cardnet ha visto fallire la controllata e s'avvia all'assemblea per un aumento da 10 milioni, intanto tratta con le banche un simile passivo; Stayer cerca di ricapitalizzare, dopo che il maggior socio s'è visto cassare un primo tentativo per un suo scivolone in procedura concorsuale; Necchi aspetta un salvatore chiamato fondo Ventura, ma dall'Isola di Man in cinque mesi neanche una cartolina, altro che i 32 milioni indispensabili; Cto ha perso l'ossigeno rompendo i contratti con Electronic Arts, il 5 dicembre chiederà ai soci 15 milioni, mentre gli amministratori tentano l'improbabile trasloco dai videogiochi alle card telefoniche; Tecnodiffusione finì in crisi finanziaria per la campagna acquisti, ma ha rivisto i fidi e prova una fragile risalita; Chl s'è dovuta fondere con Frael, imbarcando però la zavorra dei costi di riassetto. Le calcistiche Lazio e Roma s'affidano alla ragion di stato dello "spalmadebiti", o rischiano lo scacco. Invece il titolo Snai, per ora, beneficia della sentenza Ue che liberalizza le scommesse; ma se i broker britannici sbarcassero in Italia, potrebbero farne polpette.
Nella pattuglia rientrano aziende così inguaiate che la Borsa le ha sospese dalla quotazione: Cirio, Giacomelli, Gandalf e la fallita Opengate, verso il delisting definitivo. Negli ultimi quattro casi, come in vari altri finiti nel mirino della Consob, l'ambivalenza, l'avidità dei manager, lo sfruttamento delle aspettative dei risparmiatori sono state delle costanti. Mentre diverse imprese stanno chiudendo il 2003 con il ritorno all'utile, per lo sventurato gruppetto questi mesi rischiano d'essere decisivi in negativo. E la lista nera potrebbe ampliarsi. Certo, un triennio brutto come l'ultimo non si viveva da decenni. Sono le società più deboli, o le più giovani, a patire di più. Ma in questi momenti la accountability è più preziosa, perché il mercato sa valutare non solo i profitti, anche le schiette ristrutturazioni se aprono il varco alla ripresa. Non a caso negli ultimi due anni la Borsa ha premiato tante storie di turnaround, specie nel settore bancario. Comportarsi e comunicare correttamente, prima e durante le "cadute", sono condizioni non sufficienti, però necessarie.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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