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  :: Rassegna stampa - Documento

Una «convenzione» chiamata fair value
di Luigi Guatri e Mauro Bini
Il Sole 24 Ore
Venerdì 3 dicembre 2004

Tutti ormai sanno che la rivoluzione degli Ias si chiama fair value, ma ancora pochi sanno cosa questo termine esprima. Prova ne sia che la traduzione più usata è "valore equo", un termine che nulla ha a che fare con una quantità convenzionale quale è appunto il fair value degli Ias. La traduzione più corretta di fair value, come è usata dallo standard setter internazionale, è "valore corrente convenzionale". In effetti la grande rivoluzione degli Ias consiste nel riesprimere il bilancio a valori correnti anziché a costi storici. Ma è bene sapere che tali valori sono in buona misura convenzionali. Per questa ragione non è possibile capire la portata di tale rivoluzione senza comprendere a quale convenzione gli Ias facciano riferimento.
A questo fine è bene distinguere fra due principali categorie di fair value: il fair value rappresentato da prezzi fatti su mercati attivi e quello rappresentato da valori o da stime di prezzi fattibili. Il primo fair value si applica, ad esempio, ai titoli quotati (caratterizzati da sufficiente liquidità) e coincide con la quotazione del giorno di chiusura del bilancio. E' una misura convenzionale (il prezzo dell'ultimo giorno) che nulla a che vedere con il valore equo dell'asset, specie quando riferito a titoli azionari la cui volatilità di prezzo è molto elevata. Meglio sarebbe stato riferirsi ad una media di prezzi (possibilmente ponderati per le quantità scambiate, per un arco temporale non breve), ma poiché il fair value è una quantità convenzionale questa è la convenzione stabilita dallo Iasb.
La seconda categoria di fair value rappresenta invece un valore stimato (un valore economico fondamentale o il possibile prezzo di vendita al netto dei costi di realizzo) e si applica a tutte quelle attività (quali: immobili, partecipazioni, intangibili) che non sono quotate. Naturalmente questo secondo fair value è frutto di un processo di stima e soffre quindi dei limiti propri delle valutazioni soggettive. Gli Ias chiariscono che quando i cespiti abbiano caratteristiche standard e godano di ampio mercato, meglio sarebbe fare riferimento ai prezzi più recenti per queste attività. In tutti gli altri casi, vanno condotte stime di natura fondamentale (scontando i flussi di risultato attesi di piano), rispettando tuttavia ben precisi vincoli che, per talune poste quali intangibili e partecipazioni, sono particolarmente stringenti (limiti di orizzonte temporale, di scelta del tasso di sconto, di saggio di crescita da utilizzare nella stima del terminal value).
Poiché il fair value può caratterizzarsi per una maggiore o minore oggettività, lo standard setter ha stabilito una gerarchia fra le diverse configurazioni di valore, cui bisognerebbe sempre attenersi. In primo luogo, il fair value coincide con la quotazione se si tratta di un'attività scambiata su mercati organizzati (purchè sufficientemente liquidi); secondariamente, il fair value coincide con i prezzi fatti su mercati attivi anche non regolamentati (quando si tratta di beni fra loro comparabili); in terzo luogo, esso coincide con il valore fondamentale. Il fatto è che quest'ultima circostanza ricorre per tutti quegli assets di natura strategica (intangibili e partecipazioni) che si configurano come beni unici, per la strategia o l'uso che ne fa l'impresa che li detiene e che più contano ai fini della formazione del risultato d'esercizio (e più pesano nello stato patrimoniale). Proprio perciò, gli Ias introducono precisi limiti e fortissimi obblighi di disclosure delle metriche utilizzate per stimare i fair value rappresentativi di valori fondamentali. Mentre, infatti, le imprese statunitensi e britanniche hanno l'obbligo di dare informazioni sulle metriche utilizzate nella stima del fair value solo in caso di impairment, gli Ias riportano quell'obbligo a prescindere dall'impairment. La conseguenza è che i mercati potranno giudicare la qualità del processo valutativo utilizzato, premiando o punendo le imprese quotate.
Sui tavoli dei consigli di amministrazione delle società quotate stanno giungendo, in queste settimane, i primi risultati delle simulazioni di impatto degli Ias sui risultati di bilancio. Tali simulazioni prevedono l'adeguamento a fair value delle attività che hanno un ampio mercato e il mantenimento a costi storici delle altre attività, sulla base del presupposto - spesso non provato - che esse reggano l'impairment test. Questo approccio agli Ias è molto pericoloso, in quanto reca con sé due diversi rischi di impairment, che possono nascere:
a) dall'insostenibilità del costo storico degli asset strategici sulla base dei vincoli di stima del valore economico fondamentale stabiliti dagli Ias (che richiedono riscontri precisi in termini di input informativi: piani approvati dai CdA, riscontro dell'effettiva capacità di realizzare risultati, costruzione di metriche di supporto controllabili, etc.); b) dalla non corretta allocazione degli intangibili alle cash generating unit. Buona parte dei premi corrisposti, in sede di acquisizione di altre società, è espressiva di sinergie che non necessariamente, alla prova dei fatti, si realizzano in capo alla unità acquisita. Ciò significa che parte di queste sinergie andrebbe allocata alle strutture centrali o alle unità che godono dei vantaggi dell'acquisizione, pena un eccessivo carico di intangibili sulla singola unità di business.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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