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C'è una sfida hi-tech per l'arrivo di Basilea 2
di Eugenio Occorsio
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 13 marzo 2006

L'impegno tecnologico delle banche per adeguarsi alle direttive del cosiddetto "accordo Basilea 2" è quasi completato. All'AbiLab, il laboratorio messo su dall'Associazione bancaria in occasione dell'accordo stesso e delle questioni che apre soprattutto quanto a gestione del rischio, a cui aderiscono oggi 120 banche e 70 aziende di informatica, dividono la problematica in tre parti: 1) Rischio di credito. E' il rischio che corre una banca nel prestare soldi ad una società, e sarà interessato dalle previsioni dell'accordo perché molto più stringenti saranno i parametri con i quali calcolare appunto il rischio. 2) Rischio operativo. E' quello che si corre nella gestione del credito stesso una volta concesso, in quanto bisogna monitorare costantemente e puntualmente l'andamento dei pagamenti, degli interessi, degli imprevisti, delle eventuali frodi. 3) Rischio di mercato, connesso evidentemente con l'andamento dei cambi, dei corsi azionari, degli investimenti di qualsiasi genere che una banca effettua con fondi propri o dei clienti. Ognuno dei tre punti prevede cospicui impegni di adeguamento, dal software all'addestramento del personale specializzato, per poter cogliere le opportunità dell'informatica di rete nell'attenuazione di ogni singolo rischio, il tutto evidentemente per dare miglior fiducia ai clienti e agli azionisti delle banche.
Dal punto di vista tecnologico, mentre gli investimenti per i secondi due capitoli sono quasi completati, qualcosa da fare resta a carico del primo dei tre requisisti, probabilmente il più complesso da gestire perché attiene ai rapporti con una molteplicità di operatori economici. Basilea 2, com'è noto, è il nuovo accordo internazionale sui requisiti patrimoniali delle banche. In base ad esso le banche dei paesi aderenti dovranno accantonare quote di capitale proporzionali al rischio derivante dai vari rapporti di credito assunti. Maggior rischio significa maggiori accantonamenti, quindi per la banca maggiori costi. Le banche dovranno classificare i propri clienti in base alla loro rischiosità, attraverso procedure di rating sempre più sofisticate.
Il timore, sempre con riferimento al primo punto fra quelli citati, è che l'applicazione dell'accordo possa tradursi in minor credito alle imprese più rischiose e a tassi più elevati. Appare quindi evidente la necessità che le aziende, ed in particolare le piccole e medie imprese, pongano in essere tutte le politiche, gestionali e di bilancio, che riescano a rafforzarne la struttura e la propria immagine per affrontare serenamente l'esame dei rating bancari. E in effetti i timori sono abbastanza giustificati. Secondo quanto sostenuto da Paolo Biffis, professore ordinario di Economia degli intermediari finanziari presso l'Università Ca' Foscari di Venezia, in un articolo per il sito degli economisti del sito lavoce.info, il Basilea 2 in Italia sarebbe applicato a oltre cinque milioni di imprese. Di queste 600.000 «hanno obblighi contabili in quanto costituite nella forma della società di capitali. Ciò significa che un buon 88% delle imprese può fornire ai propri finanziatori scarse informazioni economiche, finanziarie e patrimoniali». Nonostante questo dagli ultimi incontri internazionali sono scaturite buone notizie verso quella che Biffis definisce «la riconsiderazione degli elementi di attenuazione del rischio di credito» anche perché si è preso atto che le banche lavorando con molte piccole aziende vanno incontro anche a un enorme frazionamento del rischio.
Manca meno di un anno alla attuazione degli ultimi requisiti dell'accordo Basilea 2, ma i suoi effetti sul sistema banca-impresa sono già ampiamente cominciati: le banche, infatti - che devono dimostrare almeno tre anni di conformità operativa per poter mantenersi in linea con le varie fasi dell'accordo - fin dal 2003 considerano in vigore l'accordo. Entro il 2004 sono scattate le prime scadenze, e via via molto si è fatto nell'ultimo periodo per aggiornare le logiche di concessione dei credito, nuovi strumenti di valutazione del rischio sono stati predisposti, nuovo software e strumenti informatici sono stati avviati, e tutto questo con riferimento sia ai rapporti con le imprese che dal punto di vista del funzionamento interno delle banche stesse. Per esempio, si deve porre molta attenzione, e le banche lo stanno facendo, alla gestione dei database che siano in grado di monitorare l'andamento 'storico' dei prestiti a questo o quel cliente, il tutto per una valutazione sempre più completa appunto dei rischi di credito. Si devono considerare tutti i fattori del rapporto con quella specifica azienda-cliente, usando i più avanzati meccanismi informatici, il tutto per una gestione degli indicatori di rischio dinamica nel tempo, nel senso che l'affidabilità di un'impresa può evidentemente cambiare, anche molto repentinamente, nel bene o nel male. Così come, per quanto attiene ai rischi operativi, occorre creare tutta una serie di nuovi indicatori interni per valutare i sistemi, il personale, l'andamento della gestione degli immobili, le conseguenze di imprevisti naturali o provocati dagli uomini, insomma il cosiddetto 'rischio del servizio interno'.
I problemi che possono derivare per le piccole e medie imprese dall'introduzione del Basilea 2 sono evidenziati anche da una ricerca che l'Unioncamere ha condotto su un campione di 7.860 piccole e medie imprese italiane. La simulazione prevedeva l'esame dei bilanci del campione di riferimento con l'applicazione di alcuni indicatori di tipo economico-patrimoniale. Per la definizione del rating sono stati applicati i parametri e le metodologie utilizzate da Moody's per l'elaborazione dei giudizi. Il risultato è stato che il 65% delle imprese si colloca sulle 4 classi di rating critiche (BBB-, BB+, BB, BB-), il 17,5% ha rating più positivi come BBB e BBB+, meno dell'1% ricade nella classe A, mentre il 16% finisce in classi peggiori che vanno da B a CCC rischiando quindi di non essere presa in considerazione dal sistema bancario.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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