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  :: Rassegna stampa - Documento

Wall Street affossata dai primi della classe
di Calvin Trillin (The New York Times)
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 19 ottobre 2009

«Vuole sapere perché il sistema finanziario è andato quasi in malora nell'autunno 2008? Posso spiegarglielo con un'unica semplice frase». A rivolgermi la parola è un signore seduto tre o quattro sgabelli più in là in questo bar poco frequentato di Midtown, dove sto aspettando che mi raggiunga un amico. «Le devo offrire da bere per ascoltarla?» gli chiedo. «No, nella maniera più assoluta. Sono perfettamente in grado di comperarmi da bere da solo. Il mio 401 (k) (il fondo pensione, NdT) è saldo: l'ho ritirato dal mercato otto o dieci anni fa, non appena mi sono reso conto di quello che stava per accadere» ribatte il mio interlocutore.
In effetti mi sembra proprio in grado di comperarsi da bere da solo: sul bancone, davanti a sé, ha vari bicchieri tra cui un martini dry senza ghiaccio. E' un uomo in forma e di bell'aspetto, con i capelli grigi, e deve avere l'età di chi è prossimo alla pensione. Indossa lo stesso genere di vestiti che deve aver portato a suo tempo in qualche campus dell'Ivy League, alla fine degli anni Cinquanta o agli inizi dei Sessanta: una giacca di tweed, pantaloni grigi, una camicia button down azzurra e una cravatta che vista da lontano sembra decorata da minuscoli cavoletti di Bruxelles. «Ok», gli dico, «sentiamo!».
«Il sistema finanziario è arrivato quasi al collasso perché hanno iniziato a lavorare a Wall Street i primi della classe». Ha sorseggiato il suo Martini fissando davanti a sé, dietro il bancone, le bottiglie allineate, come se la conversazione fosse finita lì.
«Ma gli intelligentoni non erano già a Wall Street?» gli ho chiesto.
Mi ha guardato nello stesso modo in cui un insegnante di matematica fisserebbe un alunno che, a dispetto dei suoi sforzi, sembri del tutto incapace di imparare i più rudimentali principi della divisione a più cifre. «O lei è molto più giovane di quello che sembra, oppure non ha molta memoria» interloquisce. «In occasione del venticinquesimo anniversario della mia laurea, uno dei relatori ci ha informati che stando a un sondaggio condotto tra i presenti, il reddito di ciascuno era in rapporto inversamente proporzionale al suo status accademico e ha spiegato che ciò almeno in parte dipendeva dal fatto che pressoché tutti quelli che rientravano nel terzo degli studenti meno bravi erano diventati milionari a Wall Street».
Ho riflettuto sui miei compagni di corso al college, più o meno nello stesso periodo. Lo studente migliore è stato nominato giudice della corte federale d'appello e guadagna, secondo gli standard di Wall Street, una misera cifra. Molti altri studenti, che avevano voti eccezionali, sono diventati professori. Poi il mio pensiero va a quelli che sarebbero diventati i futuri magnati di Wall Street, che sonnecchiavano nei banchi in fondo alla classe di qualche corso del tutto secondario come Geologia 101, meglio noto come "Rocks for Jocks" (pietre per studenti impegnati a primeggiare soltanto nello sport, NdT). «Mi sembra una osservazione alquanto accurata» confermo.
«Certo che è accurata», risponde. «Non mi fraintenda, però: gli studenti che rientravano nel terzo dei meno bravi e che sono andati a Wall Street avevano molte buone qualità. In gran parte erano cordiali, facevano una buona impressione e adesso abbiamo anche capito che per gli standard affermatisi in seguito non erano nemmeno tanto avidi. Desideravano soltanto possedere una bella casa a Greenwich e tutt'al più una barca a vela. Molti di loro appartenevano a famiglie che avevano sempre lavorato a Wall Street, quindi erano abituati alle belle case di Greenwich. Non sentivano la necessità di fare speculazioni nel settore, così da guadagnare quel denaro che facilmente avrebbe permesso loro di acquistare un secondo yacht per effettuare crociere transoceaniche».
«Ma allora, che cosa è successo?».
«Gliel'ho detto: a Wall Street hanno iniziato a lavorare i primi della classe».
«Perché?»
«Pensavo che non me lo avrebbe mai chiesto» ha risposto, facendo al contempo un cenno esperto con le sopracciglia al barista che ha immediatamente iniziato a preparargli un altro Martini.
«Sono accadute due cose. La prima è che la quantità di soldi che si potevano raggranellare a Wall Street con gli hedge fund e le operazioni con i private equity divenne a dir poco strabiliante. Al tempo stesso le università sono diventate talmente care che gli studenti di famiglie anche ragionevolmente ricche hanno iniziato a laurearsi portandosi dietro un bel fardello di debiti. Insomma, perfino gli intelligentoni sono andati a lavorare a Wall Street, ritenendo forse di potersi arricchire in pochi anni e diventare in un secondo tempo professori o avvocati addetti ai servizi legali di qualche società o qualsiasi altra cosa volessero diventare. E' stato in quel momento che sono comparsi i primi articoli sulle percentuali di studenti che laureatisi ad Harvard pensavano di iniziare la loro carriera nel settore finanziario o di frequentare corsi di economia e amministrazione così da poter accedere al settore finanziario. E' stato allora che sono comparsi articoli sui geni dell'Mit o del Caltech che invece di specializzarsi in fisica andavano a lavorare a Wall Street e a calcolare le possibilità di successo degli arbitraggi sui titoli».
«Non mi ha ancora spiegato, però, come ha potuto tutto ciò provocare la crisi finanziaria».
«Ha mai sentito pronunciare la parola "derivati"? Pensa che i nostri ragazzi avrebbero potuto inventare, per dire, i credit default swap? Ma per piacere! Non sarebbero mai riusciti a fare i conti!».
«Perché ho la sensazione che vi sia un ulteriore fase in questo scenario?» gli chiedo.
«Perché di fatto c'è. Quando questi abili individui hanno dato vita al business della securitizzazione di cose che tanto per cominciare non esistevano nemmeno, chi dirigeva le aziende per le quali lavoravano? I nostri vecchi ragazzi! Quel terzo meno bravo delle nostre classi! Tipi che non avevano neppure la più pallida idea di che cosa fosse un credit default swap! Tutto ciò che i nostri vecchi ragazzi sapevano era che stavano diventando spaventosamente ricchi, e che la cosa cominciava a piacergli. E molto! Tutti quei soldi facili avevano intaccato il loro senso di "ciò che può essere sufficiente"».
«Quindi se ho capito bene sono state queste persone abili e superintelligenti a far quasi andare in malora Wall Street?».
«C'è arrivato... ci ha messo un bel po', ma alla fine c'è arrivato» ha concluso.
La teoria mi è parsa troppo semplicistica per essere vera, ma sul momento non ho trovato nulla da eccepire. Ho provato a immaginare che genere di caos assoluto potrebbe causare un'altra orda di primi della classe in altri settori. Con la fantasia ho immaginato grandi imprese cadere una dopo l'altra, come seguendo un ordine dall'alto. «Penso di aver bisogno di un drink» ho detto.
Il mio interlocutore ha guardato in direzione del mio bicchiere e poi ha rivolto un cenno in quel modo un po' particolare al barista. «Prego», mi ha detto, «offro io».

Copyright 2009 - The New York Times.
Traduzione di Anna Bissanti.


Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo in cui è stato redatto.
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