Wall Street, la pulizia non è finita
di Eugenio Occorsio
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 8 settembre 2003
Il procuratore generale di
New York, Eliot Spitzer, l'uomo che ha sconvolto la finanza americana con
le sue inchieste e ha smascherato il vero volto del boom degli anni 90,
viene a prenderci personalmente, puntualissimo, nella saletta in cui lo
aspettiamo. In maniche di camicia, sorridente, ci accompagna attraverso un
lungo corridoio, fra gli sguardi altrettanto sereni delle impiegate, fino
alla sua stanza con la bandiera americana in un angolo e una vista
agghiacciante su Ground Zero. E' una delle rarissime interviste one-on-one
che concede, e la prima ad un giornale italiano. Il giudice non mette una
scrivania fra sé e l'interlocutore, ci sediamo su un paio di seggiole di
fronte ad una libreria, e per prima cosa prende un libro. Si intitola
"Markets, Mobs and the Mayhem", come dire "il mercato, gli imbroglioni e il
giorno del giudizio". «Vede, qui c'è la storia delle grandi innovazioni
tecnologiche, dell'entusiasmo quasi sempre eccessivo e della speculazione
e della criminalità che puntualmente vi si sono inserite. Si comincia con
il crack dei tulipani in Olanda del 1637, e si passa per il boom delle
ferrovie della fine dell'800 in America: quando ci fu l'immancabile crisi
un sacco di gente e di fabbriche andarono in rovina, ma i pochi che sono
sopravvissuti sono diventati incredibilmente ricchi. Potrei suggerirgliene
molti altri di libri, come "Il falò delle vanità" di Tom Wolfe, che mette
a nudo l'arroganza e la protervia di tanti arricchiti a Wall Street. E'
esattamente la storia che è successa».
Dobbiamo concludere che la rivoluzione guidata da Internet, il boom
delle dot.com e la corsa del mercato che l'ha accompagnata, era viziata nel
profondo?
«Intendiamoci,
la portata innovativa della new economy, dalle telecomunicazioni
all'hitech, è stata notevole. E arrivo a dirle che ha permesso
l'affermarsi di nuovi modelli di business. Ma in questi modelli si sono
insinuate frodi e malversazioni che hanno finito con il danneggiare i
milioni di risparmiatori che con tanta fiducia avevano finanziato il boom.
E' stata carpita con l'inganno la loro buona fede».
Ora si è aperto un
nuovo fronte, quello dei fondi d'investimento e degli hedge fund. Quali
sviluppi dobbiamo aspettarci?
«Abbiamo scoperto che esiste una pratica
illegale chiamata late trading: alcuni gestori di fondi d'investimento
consentono a determinati clienti, spesso degli hedge funds, acquisti dopo
la chiusura del mercato beneficiando così di notizie date appositamente a
tarda ora, il tutto in cambio di pagamenti illeciti e altri "incentivi".
E' come scommettere sui cavalli della corsa del giorno prima. Una prima
inchiesta si è appena conclusa con una transazione da 40 milioni di
dollari. Riguardava quattro istituzioni finanziarie: Banc One, Janus,
Strong e Bank of America's Nations Funds. Hanno dato una serie di
privilegi di tal tipo all'hedge fund Canary Capital Partners. Ma la
portata complessiva di questo tipo di frodi non è ancora chiara. Una cosa
è certa: esiste un doppio standard in questo settore. All'insaputa di
altri, e soprattutto dei piccoli operatori, veniva concesso ad alcuni di
arricchirsi illegalmente. Faremo di tutto per smascherare i colpevoli e
per dar luogo alle necessarie riforme».
In questi anni di indagini, si è sentito circondato da solidarietà
o diffidenza?
«Il pubblico adesso
ci appoggia. Ma è stata dura, ho avuto momenti difficili e di forte
imbarazzo. Per questo ho voluto la più ampia pubblicizzazione delle prove,
in una misura mai vista prima. Tutti hanno potuto leggere le e-mail
irriverenti che gli analisti si scambiavano fra di loro a proposito di
aziende che intanto stavano pubblicamente sostenendo. E hanno infine
capito. La comunità finanziaria invece resta divisa: in buona parte ci
appoggia, ed è convinta che avranno tutti da guadagnarci in un sistema
finalmente ripulito dalle pratiche fraudolente. E c'è invece chi continua
a sostenere che ho compiuto una serie di ingerenze, che non ho rispettato
le regole del business. Basta leggere gli editoriali del Wall Street
Journal. La pensano in maniera molti diversa dalla mia».
C'è chi non
vuole accettare di finire sotto accusa, ma c'è anche chi si lamenta perché
avete inflitto pene troppo lievi...
«Oh certo, mi sento fare di continuo
anche quest'obiezione. Il problema è trovare la sottilissima linea di
equilibrio. Io mi sono convinto man mano che le inchieste andavano avanti
che l'intero sistema funzionava secondi criteri sbagliati e illegittimi.
L'intero sistema, ripeto: l'ampiezza degli scandali è tale che non aveva
senso affibbiare una punizione esemplare a due o tre personaggi senza
intervenire nel profondo dei comportamenti. Vogliamo colpire tutti gli
arricchimenti indebiti che ci sono stati in questi anni, ma vogliamo farlo
con equilibrio: certo, i colpevoli vanno puniti, ma più importante è
modificare le regole di comportamento, e ovviamente verificare che siano
rispettate, perché i piccoli risparmiatori possano sentirsi finalmente
protetti e remunerati per ciò che è giusto. Io ho tre priorità,
nell'ordine: cambiare le regole, consentire ai risparmiatori truffati di
recuperare il denaro, e solo in terzo luogo mandare la gente in galera. E
poi, guardi che qualcuno in prigione già ci è finito, e altri ci andranno.
E' solo questione di tempo».
Il primo grosso blocco di inchieste si è
concluso in maggio con un maxiaccordo raggiunto qui, in quest'ufficio, in
base al quale dieci fra le maggiori banche d'investimento del paese, dalla
Merrill Lynch alla Salomon Smith Barney, hanno pagato 1,4 miliardi di
dollari complessivi di multa e si sono impegnate ad effettuare una serie
di cambiamenti strutturali. Questo significa che per loro la partita
giudiziaria è chiusa?
«No. Innanzitutto stanno arrivando migliaia di
denunce dei piccoli investitori che hanno perso soldi a causa dei
comportamenti illegali. Noi abbiamo dato il via libera, malgrado le
proteste di alcune banche che pretendevano di aver chiuso anche questa
partita, ed è proprio per questo che ci teniamo a pubblicizzare il più
possibile le prove. Non c'è segreto istruttorio che tenga. Leggendo i
testi delle comunicazioni degli analisti ognuno potrà identificare il caso
di cui è stato vittima, e denunciare la banca. Ci sono poi le indagini
della Sec ancora in corso contro i top manager delle banche per omissione
di controllo. E c'è ancora sempre la possibilità che qualche altro giudice
federale identifichi questo o quel manager o analista e lo metta sotto
inchiesta individualmente. Solo per due di loro, Henry Blodget della
Merrill e Jack Grubman della Salomon, l'accordo prevede una multa
rispettivamente di 4 e 15 milioni nonché l'interdizione a vita da lavorare
nella finanza. E quindi dovrebbero essere al riparo da ulteriori
complicazioni. Invece per Frank Quattrone, un broker del Csfb, la
posizione è stata stralciata perché le sue colpe erano troppo gravi, e
andrà sotto processo a fine settembre: ecco, lui è un tipico caso di chi
potrebbe finire in carcere. Infine, l'accordo prevede una serie di
modifiche strutturali alle regole di comportamento delle banche
d'investimento, la parte più importante».
E le stanno rispettando?
«Sì. Proprio oggi, venti minuti fa, ho firmato una serie
di documenti procedurali che attestano il rispetto dell'accordo per nove
finanziarie su dieci, con la decima che aspetta solo che torni dalle ferie
l'avvocato ma è anch'essa in regola. Significa che tutte hanno avviato la
separazione dell'attività di ricerca da quella bancaria, l'acquisizione di
pareri indipendenti sulle società, insomma le modifiche necessarie perché
le truffe non si ripetano. Dico "avviato" perché si tratta di procedure
lunghe e complesse, ma l'importante è che siano partite».
Ed è sicuro a questo punto che non si ripeteranno misfatti e imbrogli?
«Guardi, di malfattori ce ne saranno sempre. Sono sicuro però che ora a
Wall Street ce ne saranno molto meno. Se non altro perché hanno capito che non
scappano».
Ma le banche hanno agito secondo regole troppo "elastiche" o
hanno commesso vere e proprie violazioni?
«Era necessario correggere e aggiornare le regole per
impedire che si creasse di nuovo l'opportunità per le frodi, gli inganni
degli analisti e quant'altro. Noi abbiamo potuto incriminare le banche per
reati come la distruzione delle prove, l'ostruzione della giustizia e
simili. Di qui l'iter che ha portato all'accordo. Ma con l'occasione
abbiamo "blindato" il loro lavoro entro confini di più sicura trasparenza
riscrivendo le regole più a rischio».
E per Sandy Weill, capo del Citigroup, il più potente banchiere d'America,
che lei aveva messo sotto inchiesta, com'è finita?
«Il Citigroup ha pagato 400 milioni di
dollari, la maggior quota nell'accordo di cui parlavo. Su Weill
personalmente non abbiamo trovato sufficienti elementi per incriminarlo e
l'abbiamo scagionato. Ora può essere che qualche altro giudice o la Sec
riapra l'indagine su di lui per mancanza di controlli. Ma io non lo
farò».
Com'era cominciato tutto?
«Subito dopo il crack di Wall
Street, a metà 2000, hanno cominciato a uscire articoli sui giornali che
rivelavano le assurdità di certi rating e avanzavano sospetti. Poi sono
cominciate ad arrivare le denunce dei piccoli azionisti che si ritenevano
truffati. Allora ci siamo consultati con il capo dell'ufficio legale della
Sec, e abbiamo aperto la prima inchiesta contro la Merrill Lynch.
L'accoglienza fu di grande sconcerto. Sono arrivati a ricordarci
l'importanza di quella banca come corporate citizen. Ma se un
importante corporate citizen si comporta in modo disonesto è giusto
punirlo. Un altro problema è stato quello di includere le e-mail
fra i mezzi di comunicazione che erano acquisibili come prove, e quindi
visibili dopo gli avvisi di garanzia. Ma abbiamo superato tutto. Quando
cominci un'inchiesta non sai mai come andrà a finire, e in questo caso
abbiamo assistito giorno per giorno al materializzarsi di prove
sconcertanti. Poi a cascata sono seguite le altre inchieste. E' stata la
volgarità e la grossolanità delle e-mail, proprio perché ha
potuto leggerle sui giornali, a convincere la maggioranza dell'opinione
pubblica della necessità di andare a fondo».
E i politici?
«All'inizio molti erano infuriati. Ho dovuto insistere
perché non volevano assolutamente che rilasciassi i testi delle
e-mail. Sono stati gli ultimi ad arrendersi all'evidenza. Oggi
fortunatamente, almeno a parole, sono in massima parte con noi. Ma anche
lì, c'è chi ancora fa resistenza».
Però almeno è uscita una legge, la Sarbanes-Oxley, che inasprisce le pene
e introduce una serie di ulteriori controlli sulle società quotate. Come la
giudica?
«Diciamo che è meglio di niente. Certo, è un po' irritante
pensare che erano anni che io e altri giudici facevamo presente a
Washington l'opportunità di intervenire, che c'era un'illegalità diffusa e
pervasiva che approfittava di leggi troppo vaghe, ma nessuno ci ascoltava.
E questa è una critica bipartisan. Hanno dovuto aspettare di vedere
l'intero Gotha finanziario di Wall Street finire sotto inchiesta per reati
penali prima di muoversi, e paradossalmente l'hanno fatto alla fine in
tutta fretta. La legge risente proprio di quest'accelerazione improvvisa,
è un po' incompleta, ma almeno lancia un segnale. Conosco bene Paul
Sarbanes, ed è un'ottima persona, preparato e attento, con un chiaro senso
dell'etica negli affari. Ma quando si interviene su una materia così
complicata con l'handicap della fretta, è difficile che escano leggi
perfette. Che ci vuol fare? E' la politica. Peraltro nel mondo degli
affari, malgrado tutto quello che è successo, c'è stato chi si è alzato e
ha detto: ma qui ci state regolamentando troppo, ci costringete a un sacco
di lavoro in più, di carte, di burocrazia. Pensi un po'».
E gli altri grandi processi, Martha Stewart, la Tyco, la ImClone, Enron,
WorldCom?
«A fine mese come dicevo inizia il processo contro
Quattrone, qui a New York. Subito dopo inizierà il processo contro Dennis
Kozlowski di Tyco. All'inizio dell'anno prossimo è fissato quello contro
Martha Stewart per insider trading, già abbiamo avuto quello contro Sam
Waksal, capo della ImClone, che è stato condannato a sette anni e
incarcerato. La procura dell'Oklahoma ha rinviato a giudizio Bernie Ebbers
e altri cinque dirigenti della WorldCom, in Texas sta per partire il
processo Enron. La vastità di quello che sta succedendo è impressionante,
noi per primi siamo stupiti».
Quale idea si è fatto, c'è una ragione di fondo?
«Si era diffusa in modo pazzesco la totale mancanza di
rispetto per i piccoli azionisti. Un'infinità di capi azienda, con una
spaventosa mancanza di etica, non ha capito che il primo dovere è tutelare
gli interessi di chi ti ha finanziato, non i tuoi».
Ma c'è la possibilità che qualcuno di questi signori se la cavi con un
patteggiamento come le banche?
«Non credo, perché i reati di cui
sono accusati sono particolarmente gravi. O meglio, teoricamente sarebbe
possibile, almeno in alcuni casi, ma penso che nessun giudice se la
sentirebbe di risparmiare loro il processo, sarebbe una misura troppo
impopolare».
Quello che è stato avvertito, stando alle cronache, è
che lei ha tracciato una linea con le prime inchieste in assoluto, e poi
c'è stato un risveglio generalizzato nel paese che ha portato decine di
giudici nonché le autorità di regolamentazione a muoversi con la stessa
severità. Siete in contatto, tutti voi?
«Guardi, il sistema è molto,
molto confuso. Giudici statali e federali, Sec e altre authority,
insomma il pericolo che ci sovrapponiamo, ci intralciamo o ci duplichiamo
è sempre presente. L'unico modo per difendersi da questa confusione sono i
contatti personali. Tutti ci parliamo continuamente, ci confrontiamo,
discutiamo. Però non escludo che si avvertirà presto la necessità di un
organismo formale di coordinamento fra tutte le autorità inquirenti.
Finora non ce n'era stato bisogno perché mai era stata aperta una serie di
inchieste così vasta e così concatenata».
Lei qui a New York è in
una posizione diciamo "privilegiata" perché questo è il naturale crocevia
di tutte le vicende concernenti le aziende quotate a pochi metri da qui, a
Wall Street. Oltre all'inchiesta sui fondi di cui parlavamo ce ne sono
altre?
«Ci sono altre inchieste in corso che non sono state ancora
rese pubbliche. Lo saranno presto».
Avete contatti internazionali, collaborazioni con altri giudici?
«Sinceramente no. Io avevo
frequentissimi scambi di informazioni con magistrati stranieri quando ero
avvocato, ma in questo caso finora non ce n'è stato bisogno. E' una
vicenda molto interna americana. Però stiamo sempre attenti perché il
pericolo che affiorino per esempio casi di riciclaggio di denaro sporco è
sempre attuale».
E in quel caso?
«In quel caso dovremmo fare i
conti con una legislazione internazionale che è assolutamente
insufficiente. Troppa poca trasparenza, l'unico modo per combatterla sono
i trattati bilaterali, ma poi ci si trova di fronte a resistenze tenaci
come quella della Svizzera. E' un grossissimo problema che rimane ancora
aperto».
Qual è l'organico del suo ufficio, e in quanti hanno
lavorato a queste inchieste?
«Qui abbiamo 600 procuratori, però non
più di dieci, al massimo quindici nei momenti più complessi, più un certo
numero di personale paralegale, ha lavorato su questi casi. Abbiamo tanti
altri problemi di cui occuparci. Certo, il numero di documenti che abbiamo
esaminato è stato enorme».
Vuol dire che avete lavorato anche la notte?
«Bè, è stata dura. Ma anche molto interessante e avvincente».
Nota: il contenuto del documento deve essere interpretato in relazione al periodo
in cui è stato redatto.
|