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Giovani e occupazione i veri numeri dell'Italia: gli over 30 sono senza rete
di Marco Panara
Affari & Finanza - La Repubblica
Lunedì 18 settembre 2017

I numeri possono essere fuorvianti, anche se sono corretti. Il dato sulla disoccupazione giovanile per esempio (in miglioramento a giugno ma sempre a livelli terrificanti) è uno di quelli. La ragione è che l'indice della disoccupazione, che misura la percentuale di chi cerca lavoro rispetto alla somma di questi più tutti gli occupati, è stato costruito per gli adulti e in un'altra epoca. Un'epoca in cui ad andare alle scuole superiori e all'università erano in pochi. Lo riconoscono le stesse Istat ed Eurostat. «L'indicatore ha il suo limite nella classe di età 15 - 24 anni, che a differenza delle successive è disomogenea perché gran parte dei ragazzi sono studenti - spiega Roberto Monducci, direttore della produzione statistica dell'Istat -; si misura meglio la dimensione del problema con la percentuale dei disoccupati rispetto alla popolazione di quella fascia di età».
Utilizzando questo criterio il numero che emerge è il sempre preoccupante ma meno drammatico: 9,1 per cento. Il che vuol dire che i giovani disoccupati italiani non sono uno su tre ma un po' meno di uno su dieci, poiché gran parte degli altri vanno a scuola o frequentano l'università. Aver ridimensionato il dramma non vuol dire che non sia un problema, perché anche quel 9,1 per cento dimostra che da noi per un giovane entrare nel mondo del lavoro è assai più difficile che in Francia, in Germania, nel Regno Unito e in buona parte del resto di Eurolandia che hanno percentuali decisamente più basse. Utilizzando questo indice della percentuale dei disoccupati sulla popolazione si scopre che il problema non diminuisce ma si aggrava con l'aumentare dell'età, poiché dal 9 e poco più per cento dei disoccupati fino a 24 anni si passa al 15,9 per cento dei loro fratelli maggiori che hanno tra 24 e 29 anni e all'11,2 per cento di quelli che sono fra 30 e 35. Queste sono le classi di età in cui la scuola e dell'università dovrebbero essere finite (anche se in Italia c'è un numero di studenti fuori corso che non ha riscontro nel resto d'Europa), si dovrebbe entrare stabilmente nel mondo del lavoro e cominciare a costruirsi una famiglia. In Italia in troppi sono esclusi da questo programma perché in questa fase fondamentale della loro vita adulta non trovano un lavoro o non trovano un lavoro stabile e qualificato. «La performance occupazionale dei giovani adulti è peggiorata - dice Monducci - e questo ha effetti demografici (perché non fanno figli) ed economici pesanti e strutturali per il paese».
La crisi più lunga e grave della storia repubblicana ci ha messo del suo, ma a complicare il rapporto tra i giovani e il lavoro ci sono anche dei fattori che sono legati alla struttura della nostra economia. «Il problema principale nel rapporto tra giovani e mercato del lavoro in Italia è l'inserimento, che è reso più difficile dal fatto che abbiamo un sistema produttivo poco innovativo che punta più sull'esperienza che sulle competenze generali e la nuova energia che un giovane può portare» dice Emilio Reyniri, sociologo del lavoro e docente all'Università di Milano Bicocca.
I ragazzi e i giovani adulti quindi entrano nel mondo del lavoro più tardi e con maggiore difficoltà, ma il problema non è solo questo, perché anche quando lo trovano il lavoro è spesso a termine e poco qualificato. Sul primo punto si sta concentrando in queste settimane il governo, che sembra intenzionato a inserire nella legge di bilancio una decontribuzione del 50 per cento della durata di tre anni per i neoassunti a tempo indeterminato entro i 29 anni di età. Il provvedimento sarebbe permanente e ha l'obiettivo di accelerare i tempi di stabilizzazione, oggi spesso indecentemente lunghi. I nuovi posti creati dalla ripresa dovrebbero, grazie al minor costo per le imprese, diventare stabili in un tempo più breve. Sarebbe il primo provvedimento permanente focalizzato sul lavoro giovanile, che peraltro si va ad aggiungere ai trattamenti di favore previsti dall'apprendistato, dal Bonus Sud (che scade a fine 2017), da Garanzia Giovani (che scade anch'essa a fine anno ma dovrebbe essere rinnovata). «Con una ripresa non ancora solida permane la prudenza delle imprese che quindi privilegiano il tempo determinato, dice Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil -; se però dopo i tre anni di decontribuzione la differenza di costo tra tempo determinato e tempo indeterminato torna ad appiattirsi c'è il rischio che le imprese tornito a privilegiare il tempo determinato. Bisogna pensare a un passaggio ulteriore che renda meno costoso il tempo indeterminato o più oneroso quello determinato».
In parte diversa è la posizione della Cgil: «Le decontribuzioni non ci entusiasmano perché riteniamo più importante lavorare sulla creazione dei posti che sulla riduzione dei costi. E poi passare da una decontribuzione generalizzata ad una selettiva vuol dire escludere una fascia di persone, anche se siamo consapevoli che il problema dei giovani è cruciale. Si dovrebbero rafforzare l'apprendistato e coordinare gli interventi con Garanzia Giovani».
La decontribuzione triennale permanente focalizzata sui giovani fino a 29 anni - sulla quale punta il governo - ha l'obiettivo di accelerare strutturalmente la stabilizzazione dei rapporti di lavoro prima dei trent'anni, così da evitare in futuro di avere ancora un così elevato numero di over 30 ancora disoccupati o precari. Tuttavia rischia di spiazzare i trentenni disoccupati o con contratti a termine di oggi, la generazione meno fortunata che è arrivata sul mercato del lavoro all'esplodere della crisi e quindi ha avuto tempi di inserimento e stabilizzazione lunghissimi, e che ora rischia di essere scavalcata della generazione successiva.
«Noi avevamo proposto una decontribuzione biennale del 100 per cento per i neoassunti fino a 35 anni e il provvedimento che va emergendo è meno incisivo ma va nella stessa direzione - dice Maurizio Stirpe, vice presidente di Confindustria con la delega per il lavoro -, ma per gli over 30 si profila una nuova concorrenza interna che rischia di penalizzarli».
Il governo sembra consapevole di tutto ciò, ma l'innalzamento dell'età comporta problemi di bilancio e vincoli europei (per la Ue si è giovani fino a 24 anni e viste le particolari difficoltà del paese è stata concesso all'Italia di portare il limite a 29). Si sta pensando quindi a un provvedimento transitorio per gli over 30 e, soprattutto, ad un asciugamento dei contratti a termine. Vedremo.
Il problema di fondo tuttavia rimane la quantità dei nuovi posti e la loro qualità. Negli ultimi tre anni la ripresa ha consentito la creazione di nuovi posti di lavoro, anche se ancora decisamente insufficienti, ma mentre in tutta Europa si sono ridotti i lavori a qualificazione media (impiegati e operai specializzati più facilmente sostituibili dalle macchine) e sono aumentati quelli di fascia alta e di fascia bassa, e in tutti i principali paesi la fascia alta è cresciuta più di quella bassa, in Italia è avvenuto il contrario: sono aumentati i lavori che richiedono qualificazione inferiore e meno o per nulla quelli che richiedono una qualificazione elevata. E questo spiega come mai l'Italia produca assai meno laureati degli altri e neanche a quei pochi riesca a dare un lavoro.
Secondo l'analisi di Reyneri (vedi lavoce.info) i dieci punti di differenza tra il tasso di occupazione italiano (lavora il 47,8% della popolazione tra 15 e 65 anni) e quello medio dell'Europa a 15 (57,8 per cento) sono dovuti per i quattro quinti alla fascia dei lavori ad alta qualificazione: nelle classifiche per tipo di attività siamo in vetta nelle percentuali delle occupazioni elementari e degli addetti alle vendite e ai servizi personali, e tra gli ultimi in quelle dei tecnici, delle professioni intellettuali e, di gran lunga, nella percentuale dei manager. È la triste conferma dell'arretratezza dell'Italia nonché la ragione per la quale anche quando la congiuntura è favorevole cresce meno degli altri.

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